Robert Louis Stevenson. LA FRECCIA NERA. Titolo originale dell'opera: "The Black Arrow". Traduzione dall'inglese e introduzione di Emma Masci Kiesler. INDICE. Introduzione: pagina 5. Prologo: John Aggiusta-tutto: pagina 20. LIBRO PRIMO - I DUE RAGAZZI. All'insegna del sole in Kettley: pagina 46. Nella palude: pagina 60. Il traghetto della palude: pagina 69. La compagnia del bosco verde: pagina 80. Sanguinario come un cacciatore: pagina 93. Al calar della sera: pagina 106. La faccia mascherata 117. LIBRO SECONDO - MOAT HOUSE. Dick interroga: pagina 130. I due giuramenti: pagina 143. La camera sopra la cappella: pagina 154. Il corridoio: pagina 164. Come Dick cambiò partito: pagina 171. LIBRO TERZO - LORD FOXHAM. La casa sulla spiaggia: pagina 183. Una scaramuccia nelle tenebre: pagina 194. Saint Bride's Cross: pagina 204. La «Buona Speranza»: pagina 209. La «Buona Speranza» (continuazione): pagina 222. La «Buona Speranza» (fine): pagina 231. LIBRO QUARTO - IL TRAVESTIMENTO. La tana: pagina 240. Nella casa del nemico: pagina 251. La spia morta: pagina 265. Nella chiesa dell'abbazia: pagina 277. Il conte Risingham: pagina 291. Arblaster ritorna: pagina 297. LIBRO QUINTO - IL GOBBO. Lo squillo di tromba: pagina 313. La battaglia di Shoreby: pagina 324. La battaglia di Shoreby (conclusione): pagina 334. Il sacco di Shoreby: pagina 341. Notte nei boschi: Alicia Risingham: pagina 356. Notte nei boschi: Dick e Joanna: pagina 367. La vendetta di Dick: pagina 382. Conclusione: pagina 388. INTRODUZIONE. Robert Louis Stevenson nacque a Edimburgo il 13 novembre 1850 da antica famiglia scozzese, e fu figlio unico. Irrimediabilmente colpito ai polmoni, già nell'infanzia fu angustiato dalla salute delicata, da quel suo futuro d'eterno malato, intervallato soltanto da periodi di relativa floridezza. E allo stesso tempo, fin da bambino, amò abbandonarsi al gioco d'ogni immaginazione, sentì prepotente e sicura la sua vocazione di narratore. Adolescente, già si trovò in lotta con l'ambiente familiare rigorosamente calvinista e specialmente col padre, il quale fra l'altro avrebbe voluto che egli seguisse la propria carriera d'ingegnere; infatti il giovane Stevenson s'iscriverà alla Scuola d'Ingegneria e più tardi, avendone con fatica ottenuto il permesso, ai corsi di Legge; ma sempre con la ferma intenzione d'intraprendere unicamente la carriera letteraria. A tredici anni aveva accompagnato i genitori in un lungo giro per la Francia meridionale e l'Italia; ma in seguito la salute malferma, nella ricerca di climi più miti, lo portò spessissimo a viaggiare in Francia e in riviera; egli si mise così in feconda relazione con letterati e artisti, iniziandosi alla sua attività di scrittore, con saggi e note di viaggio, con giovanili tentativi di narrazione che già preludono alla sua grandezza futura, già lasciando intravedere l'amore dell'avventura, l'attenzione alla psicologia umana, la stupefacente volontà, tenace fino all'ultimo, di guarire; l'attaccamento alla vita, alla natura, all'arte. Guardò allora con leggera e giudiziosa ironia alle escandescenze delle sue prime rivolte, che l'avevano spinto a frequentare ambienti poco raccomandabili in equivoche taverne, «marinai, spazzacamini, ladri», ma che l'avevano aiutato a penetrare sempre più da vicino la natura umana, ad amare la virtù vera ovunque si nascondesse sotto le spoglie più miserande, più ribalde, più ambigue e inconsapevoli. Fin da allora si ha l'impressione (e che poi sarà sempre così ce lo confermano le pagine autobiografiche giunte fino a noi) che ogni suo ricordo subisca una trasfigurazione, che tutti, anche i non pochi tristi, si tramutino in attimi di felice esperienza non solo per la magia della sua visione, ma soprattutto per l'esigenza della sua coraggiosa lealtà all'ideale umano che lo anima. Fu nel 1878, a Barbizon, una colonia internazionale di artisti, culla dell'impressionismo, che incontrò Fanny Van de Grift Osbourne, una signora americana che era venuta a trascorrere qualche tempo in Europa, accompagnata dal figlio Lloyd e dalla figlia Isabel. Fanny, che più tardi doveva diventare sua moglie, dovette ben presto tornare in California. Intanto gli scritti di Stevenson cominciavano ad attrarre l'attenzione del pubblico e nel 1878 e nel 1879 apparvero rispettivamente i suoi due primi libri: "An Inland Voyage" (Un viaggio nel continente) e "Travels with a Donkey in the Cévennes" (Viaggi con un somaro nelle Cévennes). Nell'estate del 1878 Stevenson s'imbarcò per raggiungere Fanny in California, dopo un viaggio faticosissimo e una disastrosa traversata degli Stati Uniti, fino a Monterey, dove addirittura fu in pericolo di vita, e infine a San Francisco. Due anni dopo sposava Fanny e con lei tornava in Europa. Durante i sette anni che seguirono, la salute peggiorata trascinò Stevenson e la sua famiglia in giro per la Scozia, la riviera francese e ovunque il clima potesse giovargli, in un continuo susseguirsi di spostamenti febbrili. Ben dice Chesterton che «la carta dei suoi viaggi è in realtà una carta di luoghi di cura». Eppure, proprio durante quegli anni, Stevenson pubblicò tutta una serie dei suoi libri più famosi, tra i quali "Treasure Island" (L'isola del tesoro) (1) nel 1883, "Prince Otto" (Il principe Otto) (2) nel 1885, "The Strange Case of Dottor Jekyll and Mister Hyde" (Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde) (3) nel 1886, "Kidnapped" (Il fanciullo rapito) (4) nel medesimo anno, "The Black Arrow" (La freccia nera) nel 1888; e racconti di viaggio, storie brevi (5), poesie. Sempre durante quel periodo Stevenson conobbe a Bournemouth il romanziere americano Henry James, col quale strinse una profonda amicizia e mantenne dal 1885 fino alla morte una vivace corrispondenza, circa cinquanta lettere assai interessanti perché particolarmente impegnate in questioni riguardanti l'arte narrativa. Nel 1887 morì suo padre, spezzando così il più forte legame che l'univa all'Europa e alla sua Scozia, che non cessò mai d'amare nostalgicamente. In quell'anno stesso lasciò per sempre l'Europa e partì per l'America, accompagnato dalla moglie, dal figliastro e dalla madre. Vi rimase circa un anno, continuando a scrivere articoli e un romanzo, "The Wrong Box" (La cassa sbagliata) (6) in collaborazione con Lloyd Osbourne, e mettendo mano al romanzo "The "Master" of Ballantrae" (Il signore di Ballantrae) (7) giudicato forse il più approfondito dei suoi lavori. Nell'estate del 1888, dopo una crociera nel Pacifico che toccò le isole Marchesi, Tahiti e Honolulu (dove rimase sei mesi e visitò il lebbrosario di Molokai) e poi le isole Gilbert, arrivò nel 1889 nell'arcipelago delle Samoa, da dove non doveva più ripartire. Nei mari del Sud ritrovò vivi i personaggi della sua immaginazione, che negli ultimi racconti, pieni di un fascino nuovo di fantasia e di colore, balzano quasi integralmente riportati dal suo diario. Cominciò anche il suo ultimo romanzo, "Weir of Hermiston" (Weir di Hermiston) (8), rimasto purtroppo incompiuto e che prometteva di riuscire un autentico capolavoro. Nel novembre del 1889 si stabilì definitivamente a Vailima, dove si costruì una casa dopo aver comperato 300 acri di bosco; vi condusse vita patriarcale con la sua famiglia e tutto un seguito di fedeli, e prendendo parte attiva alla vita e agli affari politici dell'isola; per gli indigeni non fu soltanto «Tusitala», il narratore di storie, ma un potente capo bianco, un saggio protettore, un amico affettuoso. La sua salute certo migliorò assai in quel clima e con quella vita; egli stesso dice che gli sembrava un sogno la forza riconquistata, e poter vivere di nuovo in mezzo agli uomini, e andare in barca, a caccia, nuotare e vibrare l'ascia nella foresta, e fu felice. Ma pochi anni dopo, alla fine di novembre 1894, fu colto da un nuovo attacco del suo male, che lo spense ai primi di dicembre. Fu sepolto con tutti gli onori e i cerimoniali dovuti a un «capo», in cima al Monte Vaea, che domina Vailima e il grande Pacifico: pianto non solo dalla sua famiglia, ma da tutti gli indigeni che avevano imparato ad amarlo. Stevenson è stato molto tradotto, in Italia e all'estero, specialmente negli anni seguenti alla prima guerra mondiale. Su di lui è stato scritto e si continua a scrivere molto; e fra le tante biografie basterà citare quelle di Graham Balfour (1901), R. O. Masson (1923), Lloyd Osbourne (1924), G.K. Chesterton (1927), Janet Adam Smith (1937), e quelle dal titolo significativo: "Presbyterian Pirate" (Pirata presbiteriano) di Doris N. Dalglish (1937) e "Portrait of a Rebel" (Ritratto di un ribelle) di Richard Aldington (1957). Negli anni della giovinezza di Stevenson, dai suoi venti ai trent'anni, si produsse in Inghilterra un mutamento nei gusti del pubblico; gli editori cominciarono a rendersi conto che si preferivano ormai narrazioni più brevi e quindi edizioni più economiche. E pare che fosse proprio Stevenson uno dei primi autori a sanzionare il mutamento, quando nel 1883 fece uscire in volume "Treasure Island", il racconto che senza grande successo era stato pubblicato a puntate su un periodico per ragazzi; e il breve romanzo in volume fu immediatamente popolare presso il nuovo pubblico, giovanile e adulto. Stevenson cominciava a riportare il romanzo al gusto della narrazione spigliata e romantica, al mistero, all'avventura senza arbitrarie fantasticherie (se vogliamo escludere il diabolismo del "Dottor Jekyll" e del "'Master' of Ballantrae"), ma umanamente intesa e umanamente vissuta. In tutto quello che scrisse, saggi, lettere, romanzi, racconti, poesie, rimane sempre autentico artista, attentissimo allo stile fino a un ideale di perfezione che a taluni parve esagerato; eppure quello stile suona sempre spontaneamente adeguato e scorrevole, nella sua misura di coltivato sapore classico, nella sua governata raffinatezza, nell'essenzialità del colore che di per se stesso racconta. Per virtù di una eccezionale versatilità lo Stevenson riuscì benissimo nei generi più diversi, sempre con un fecondissimo senso del romanzo che tuttavia quasi non aveva bisogno di attingere alla fantasia e all'invenzione per vivificarsi, perché egli stesso diceva che la sua vita era «più bella di qualsiasi poema», e comunque gli bastava guardare il mondo e ritrovarsi nelle creature e nelle cose, in pieno abbandono all'ingenuità del suo gusto e della sua «cristiana giovialità ch'è la grande logica dei suoi racconti», come dice Emilio Cecchi (9), perché gli fiorissero dalla penna le trame più fantasiose; e perché le fantasie, i sogni e le immagini, decantati fino a una purezza cristallina, diventassero attualità fervente d'una meravigliosa cronaca vissuta, davanti agli occhi di noi tornati bambini. Sempre per citare il Cecchi, Stevenson «non sarà Tolstoj, e forse non sarà nemmeno James o Hardy; ma ha virtù che nemmeno essi possedettero, quanto a essenzialità e rapidità di racconto, incisività delle immagini, musicalità e liricità. Tutte doti che per la maggior parte difettano nella narrativa odierna; ma che in realtà non sono mai mancate alle supreme opere d'arte» (10). Stevenson cominciò a scrivere "The Black Arrow" nel maggio del 1883, mentre dimorava a Hyères, e dopo un inverno spossante che l'aveva trascinato da un'emorragia all'altra. Ma lo spirito e la forza creativa non perdevano, come sempre, la loro vitalità e la loro freschezza. Gli era stato richiesto un altro romanzo d'avventure dalla medesima rivista per ragazzi che aveva già pubblicato "Treasure Island". Stevenson accettò volentieri, tanto che scrisse i primi sei capitoli in una settimana; e alla fine dell'estate aveva spedito l'ultima puntata e aspettava le ultime bozze. Per quanto l'avesse scritto di lena e con impegno, senza false modestie, non prendeva troppo sul serio il valore letterario del lavoro portato a compimento; e pur avendolo composto espressamente per la gioventù, non poteva ancora conoscere e apprezzare l'entusiasmo di tutti i ragazzi che lo lessero, lo leggono e lo leggeranno domani; ma un episodio lo divertì moltissimo. Insieme alla bozze gli giunse una lettera firmata «Il Lettore»; con grande cortesia, insistendo che non si trattava affatto di critica ma di un semplice umile avvertimento, gli si faceva notare una omissione, certo non intenzionale, «probabilmente una svista». Le particolari frecce nere annunziate nelle prime pagine del libro come destinate ad essere usate con intento personalmente micidiale erano quattro; alla fine del libro, tre erano giunte a destinazione, ma la quarta, quella attesa dal parroco Sir Oliver, con un terrore spasmodico «tanto vividamente rappresentato», non aveva fatto la sua apparizione. Subito, e con grande delizia, Stevenson rispose che ringraziava di cuore e che al più presto avrebbe incluso altre cartelle per rimediare l'omissione e spacciare anche il prete. Ma poi, evidentemente, malgrado l'intenzione dichiarata, l'Autore, come si vedrà, non riuscì a decidersi a «spacciare il prete». Gli ripugnava certamente; e sarebbe stato di cattivo gusto, oltre che inadeguato, visto che quel povero Sir Oliver, tutt'altro che una figura eroica, non era che uno strumento nelle mani di un padrone spietato, e una consapevole, tormentata, miserabile creatura Tuttavia, parecchi mesi dopo, Stevenson capitò a Londra e non poté resistere, accompagnato dal suo editore, a far visita a quel suo simpatico «Lettore». Nel 1887 il romanzo fu pubblicato a puntate in America sotto diverso titolo; quindi apparve in volume, col titolo originale e definitivo, nel 1888 in Inghilterra e in America. I pareri della critica contemporanea, come quasi sempre avviene per i libri che diverranno famosi, furono discordi: quali delusi e in attesa di qualcosa di meglio da un giovane scrittore già così affermato, quali entusiastici. E Stevenson, come s'è visto, si schierò con i primi, dicendo che sì "The Black Arrow" non poteva proprio dirsi opera di genio. Ma noi sappiamo che, sebbene le puntate fossero scritte di getto e «per far quattrini», il genio di Stevenson informa questo romanzo di tutte le sue doti naturali: nella deliziosa scorrevolezza dell'intreccio, nella coerente caratterizzazione dei personaggi, nel fremito leggero dell'umorismo che tocca qua e là circostanze e persone dando più umana vivacità alla vicenda e più tragicità alla tragedia dei tempi; e nella continuità affascinante di quel che oggi si chiamerebbe "suspense", interrotto, fra le pennellate rosse del sangue e il guizzo dell'acciaio, dalle serene oasi coloristiche di cui l'Autore è maestro: l'inconsapevole verde dei prati disseminato di pecore innocenti, il balzo spaurito del daino nei placidi boschi invasi dal vento e dal ronzio delle frecce, il grigiore tempestoso del mare nordico, il bianco e nero profuso nelle scene del porto di notte con la neve e nelle cavalcate sul manto ghiacciato, fra i rami scheletriti della foresta sotto la luna. Stevenson situò la sua storia al tempo della guerra delle Due Rose, traendo il materiale dalla memoria dei suoi studi prediletti sul quindicesimo secolo e da opere quali la corrispondenza della famiglia Paston ("Paston Letters") e il Processo di Giovanna d'Arco. La guerra delle Due Rose fra la casa di York e la casa di Lancaster, le due famiglie alleate alla casa reale che si contesero per trent'anni il potere e la corona, cominciò nel 1455, due anni dopo la conclusione della guerra dei cent'anni. Tornarono gli eserciti dalla Francia e riempirono l'Inghilterra di cavalieri e di arcieri ormai abituati alla guerra, alla licenza, al saccheggio, alla cupidigia soddisfatta senza scrupoli. E un tratto caratteristico di questo riaccendersi d'anarchia in una società civilizzata fu il combinarsi della male intenzionata cavillosità legale con la violenza militare. Sotto Enrico Quarto, al tempo in cui si svolge "The Black Arrow" quasi tutti i baroni con il cuore più o meno «nero», e il loro seguito di armigeri e giuristi, assomigliano molto da vicino a Sir Daniel Brackley. E se è vero che il gusto della bellezza in genere si accentuò in quell'epoca e la cultura si diffuse, il costume brillava di «cavalleria» soltanto sulle corazze e nell'esaltazione della creazione artistica, frutto forse della frustrazione di un'intima esigenza non confessata. E lo Stevenson, anche senza approfondirsi in particolari spiegazioni, con semplici tocchi di fatti e di dialogo ricrea quell'atmosfera nella naturalezza con la quale veniva vissuta, anche se combattuta nei suoi effetti, se appena possibile. Così, senza che l'opinione pubblica se ne risentisse minimamente, i mariti battevano senza vergogna le mogli, nelle umili quanto nelle più alte classi sociali, per un loro riconosciuto diritto; e le figlie che rifiutassero di sposare l'uomo scelto dai genitori potevano essere rinchiuse, percosse, tormentate. Il matrimonio non era considerato più che un affare più o meno vantaggioso da combinare tra le famiglie, specialmente nelle classi di rango superiore, cosiddette «cavalleresche»; e i fidanzamenti avevano luogo assai spesso quando gl'interessati erano ancora in culla, per unirli in matrimonio quando si erano da poco distaccati dalle braccia della nutrice. Dick, il bravo Dick, l'eroe del romanzo, così spontaneamente partecipe del costume e della morale dell'epoca, ma così ingenuo nel suo prode ardimento, così assetato di giustizia, così puro nel cuore, così fedele a se stesso e a tutte le verità che conosce e che intuisce attraverso il velo di cui l'offusca la cieca avidità umana, ancora una volta rappresenta fra i personaggi di Stevenson, il suo composto ideale del gentiluomo di tutti i tempi, cavalleresco e cristiano. E Senzalegge, ancora una volta anche lui, è l'efficacissimo rappresentante di un altro tipo caro all'Autore: il briccone spensierato e millantatore, che si gloria dei suoi vizi, anche se con qualche malinconia, e agisce spavaldamente in conformità, ma senza mai ledere suo malgrado la coraggiosa leale onestà che è virtù celata dell'indole: tant'è vero che l'umorismo del suo creatore, quando alla fine Senzalegge ritorna sul serio a farsi monaco, gli regala il nome di fratello Onesto. Ma fra tutti i personaggi, Richard il Gobbo, il futuro famigerato Riccardo Terzo, anche se figura di passaggio nel racconto, è quello forse su cui più incide l'unghiata del genio, il più accuratamente e perfettamente finito. Del resto lo stesso Stevenson confessa di aver sempre sentito attratta l'immaginazione da quel patetico deforme con il complesso della sua deformità, da quella «diabolica energia» assetata d'ambizione e di sangue. Anche Dick ne subisce il fascino; eppure non può nascondersi lo spavento per quell'«insano eccitamento», quel coraggio e quella crudeltà che facevano temere per l'avvenire: «... dopo la battaglia, nei giorni della pace, e nella cerchia degli amici fidati, c'era da temere che quello spirito continuasse a generare i frutti della morte»; e l'avversione che ne prova risulta nella saggia indifferenza per il fatto di aver volontariamente perduto il favore di quel cavaliere «terrificante». Dick si è fatto uomo, alla fine del racconto; ha aperto gli occhi e il cuore; quand'era già tutto soddisfatto d'aver perduto tanto importante favore per salvare la vita ad Arblaster, il padrone della «Buona Speranza», la bella nave che Dick stesso aveva fatto rubare e trascinato alla distruzione per l'incalzare degli eventi, capisce che non poteva e non doveva fare altrimenti, ma è frustrato nell'illusione del facile lieto fine da sposare alla coscienza pacificata; capisce «il gioco disperato che noi giochiamo nella vita, e come una cosa una volta fatta non possa essere mutata o rimediata da nessun pentimento». L'immagine finale di Arblaster pensionato felice non cancellerà mai quella del povero capitano che, ancora mezzo ubriaco, dice di non saper che farsene dell'aver avuto salva la vita, ora che nella vita non ha più scopo, ora che ha perduto la bella nave con la quale correva libero i mari, e che gli hanno ammazzato l'unico compagno suo, il marinaio Tom, l'indimenticabile, l'eternamente rimpianto; e senza più ascoltare Dick, si allontana massiccio e barcollante lungo le sabbie sudicie del porto, e non si cura neppure dell'amico che gli è rimasto, il cagnaccio scampato al naufragio della sua nave, che gli guaisce alle calcagna. EMMA MASCI KIESLER. NOTE. NOTA 1: Versione italiana, Edizioni Paoline. NOTA 2: Versione italiana, Edizioni Paoline. NOTA 3: Versione italiana, Edizioni Paoline. NOTA 4: Versione italiana, Edizioni Paoline. NOTA 5: Per esempio "Gli uomini allegri", versione italiana, Edizioni Paoline; "Il club lei suicidi e altri racconti", versione italiana, Edizioni Paoline; "Nei mari del sud", versione italiana, Edizioni Paoline; "Il diavolo nella bottiglia", versione italiana, Edizioni Paoline; "Il dinamitardo", versione italiana, Edizioni Paoline. NOTA 6: Versione italiana, Edizioni Paoline. NOTA 7: Versione italiana, Edizioni Paoline. NOTA 8: Versione italiana, "Cristina", Edizioni Paoline. NOTA 9: E. CECCHI, "Scrittori inglesi e americani", Il Saggiatore, Milano 1962, volume 1, pagina 161. NOTA 10: E. CECCHI, opera citata, volume 1, pagina 170. PROLOGO. JOHN AGGIUSTA-TUTTO. Un certo pomeriggio, nella tarda primavera, si sentì squillare ad ora insolita la campana di Moat House a Tunstall. Vicino e lontano, nella foresta e nei campi lungo il fiume, la gente cominciò ad abbandonare il lavoro e ad affrettarsi verso quei rintocchi; e nel villaggio di Tunstall un gruppo di poveri villici si fermò perplesso a quel richiamo. Il villaggio di Tunstall in quel periodo, durante il regno del vecchio Enrico Quarto (1), aveva più o meno l'aspetto che presenta oggi. Una ventina circa di case, costruite in quercia massiccia, erano sparse per una lunga vallata verde declinante verso il fiume. Ai piedi, la strada attraversava un ponte e risalendo dall'altra parte si perdeva entro i margini della foresta nel suo cammino verso Moat House, e poi più lontano verso l'abbazia di Holywood. In mezzo al villaggio s'ergeva la chiesa fra i tassi. D'ogni lato i pendii erano coronati e la vista era limitata dagli olmi verdi e dalle querce verdeggianti della foresta. Accanto al ponte c'era una croce di pietra su un monticello, e lì si era radunato il gruppo, una mezza dozzina di donne e un uomo alto in un camiciotto di panno greggio, a discutere sul possibile significato dei rintocchi. Un corriere era passato per il villaggio una mezz'ora prima e aveva bevuto un boccale di birra rimanendo in sella, senza osare di smontare per la fretta di consegnare il suo messaggio; ma neppure lui sapeva di che si trattasse, e non faceva che recare delle lettere sigillate da parte di Sir Daniel Brackley a Sir Oliver Oates, il parroco, che custodiva Moat House in assenza del padrone. Ma ora si distingueva il rumore di un cavallo; e poco dopo, fuori del margine del bosco e su per il ponte rimbombante cavalcava il giovane "Master" (2) Richard Shelton, il pupillo di Sir Daniel. Egli almeno avrebbe saputo, e lo chiamarono e lo pregarono di dare una spiegazione. Tirò le briglie di buon grado: era un giovane non ancora diciottenne, abbronzato e con gli occhi grigi, in un giaccone di pelle di daino con il colletto di velluto nero, un cappuccio verde che gli copriva la testa, e una balestra d'acciaio a tracolla. Pareva che il corriere avesse recato grandi notizie. Era imminente una battaglia. Sir Daniel aveva mandato a chiamare ogni uomo che sapesse usare l'arco o manovrare l'ascia di guerra, perché andasse in tutta fretta a Kettley, sotto pena di cadere in grave disgrazia; ma per chi dovessero combattere o dove si dovesse combattere, Dick non ne sapeva niente. Fra breve sarebbe venuto Sir Oliver in persona, e in quel momento stesso Bennet Hatch stava armando gli uomini, perché era lui che doveva guidare il gruppo. - E' la rovina di questa bella terra - disse una donna. - Se i baroni vivono di guerra, alla gente dei campi non resta che mangiare radici. - Ma no - disse Dick, - ogni uomo che parte avrà mezzo scellino al giorno, e gli arcieri uno scellino. - Se vivono - ribatté la donna, - allora sta bene; ma che ne sarà se muoiono, signor mio? - Non potrebbero morire meglio che per il loro signore naturale - disse Dick. - Non signore naturale per me - disse l'uomo in camiciotto. - Io seguivo i Walsingham; e così tutti noi giù per Brierly, fino a che due anni fa non venne Candlemas. E adesso dobbiamo stare dalla parte di Brackley! E' stata la legge a volerlo; e voi chiamate questo naturale? E ora, vuoi con Sir Daniel e vuoi con Sir Oliver, che ne sa più di legge che di onestà (3), non ho altro naturale signore che il povero Re Enrico Sesto, che Dio lo benedica!, quel povero innocente che non sa distinguere la destra dalla sinistra. - Parli con lingua maligna, amico - rispose Dick, - accomunando nella calunnia il tuo buon padrone e il re mio signore. Ma il Re Enrico, ne faccia lode ai santi!, ha riacquistato la ragione e rimetterà tutto tranquillamente in ordine. E quanto a Sir Daniel, sai fare bene il coraggioso dietro le sue spalle. Ma non sarò io a riferire; e basta così. - Di voi non dico niente di male, "Master" Richard - replicò il contadino. - Siete un ragazzo; ma quando sarete cresciuto e diventato un uomo, vi ritroverete con le tasche vuote. Non dico altro: i santi aiutino i vicini di Sir Daniel, e la Vergine benedetta protegga i suoi pupilli! - Clipsby - disse Richard, - tu dici cose che non posso ascoltare senza disonorarmi. Sir Daniel è il mio buon padrone e il mio tutore. - Ma andiamo, ora! mi volete spiegare un enigma? - ribatté Clipsby. - Dalla parte di chi sta Sir Daniel? - Non lo so - disse Dick, arrossendo leggermente; poiché il suo tutore aveva cambiato continuamente di fazione nei turbamenti di quel periodo, e ogni cambiamento gli aveva procurato un aumento di beni. - Già - replicò Clipsby, - non lo sapete voi e non lo sa nessuno. Perché lui è davvero uno che va a letto Lancaster e si alza York (4). Proprio in quel momento il ponte risuonò sotto lo zoccolo ferrato, e il gruppetto si voltò e vide Bennet Hatch venire galoppando: un tipo bruno e brizzolato, di mano pesante e d'aspetto truce, armato di spada e di lancia, il casco d'acciaio in testa e indosso il giaco di cuoio. Era un uomo importante da quelle parti; la mano destra di Sir Daniel in pace e in guerra, e in quel momento, per volontà del suo padrone, balivo della centuria (5). - Clipsby - gridò, - subito a Moat House, e facci arrivare tutti gli altri pelandroni. Bowyer vi darà elmo e giaco. Dobbiamo partire prima del coprifuoco. E bada: quello che arriva per ultimo alla porta del cimitero lo pagherà Sir Daniel. Badaci bene! Ti conosco per un buono a nulla. Nance - soggiunse, volgendosi a una delle donne, - il vecchio Appleyard è in paese? - Ve l'assicuro - rispose la donna. - Nel suo campo, certamente. Così il gruppo si disperse, e mentre Clipsby traversava con tutta pace il ponte, Bennet e il giovane Shelton cavalcavano insieme su per la strada, attraverso il villaggio e oltre la chiesa. - Vedrete quel vecchio brontolone - disse Bennet. - Sprecherà più tempo a borbottare e a cianciare di Enrico Quinto di quanto non ce ne voglia a ferrare un cavallo. E tutto perché è stato alle guerre di Francia! La casa cui erano diretti era l'ultima del villaggio, tutta sola fra i lilla; e dietro, dai tre lati, un prato aperto saliva verso i margini del bosco. Hatch scese da cavallo, gettò le redini sulla staccionata, e s'incamminò verso il campo, con Dick che lo seguiva a fianco a fianco, fin dove il vecchio soldato stava vagando, affondando fino al ginocchio nei suoi cavoli, e di tanto in tanto, con una voce fessa, cantava qualche parola di una canzone. Era tutto vestito di cuoio, mentre il cappuccio e la pellegrina erano di grossa lana nera, annodati con nastri di scarlatto; il viso era come un guscio di noce, tanto per il colore che per le rughe; ma i vecchi occhi grigi erano ancora abbastanza limpidi, e la vista intatta. Forse era sordo; forse pensava che non fosse all'altezza di un vecchio arciere di Azincourt prestare attenzione a disturbi del genere; ma non sembrò che lo smuovessero minimamente né le note cupe della campana a martello né l'approssimarsi di Bennet e del ragazzo; e continuò ostinato a vagare, canticchiando, con quella sua voce sottile e tremante: "Ora, cara signora, se tu lo vuoi, Ti prego, abbi pietà di me." - Nick Appleyard - disse Hatch, - Sir Oliver ti saluta e ti invita a recarti entro un'ora a Moat House, per prendervi il comando. Il vecchio alzò la testa. - Salute, padroni miei ! - disse, con un sorriso. - E dove va "Master" Hatch? - "Master" Hatch è in cammino per Kettley, con tutti gli uomini che si possano mettere a cavallo - rispose Bennet. - Si sta preparando una battaglia, pare, e il mio signore ha bisogno di rinforzi. - Ah, capisco - replicò Appleyard. - E quale guarnigione mi lascerete? - Ti lascio sei uomini validi, e Sir Oliver per soprammercato - rispose Hatch. - Non bastano a tenere il posto - disse Appleyard; - il numero non è sufficiente. Ne occorrerebbero una quarantina. - Diamine, è per ciò che siamo venuti da te, vecchio brontolone! - ribatté l'altro. - Chi altro c'è all'infuori di te che potrebbe fare qualcosa in quella casa con un presidio del genere? - Già, quando arrivano i guai, ci si ricorda della vecchia scarpa - replicò Nick. - Non c'è un uomo fra voi che sappia montare un cavallo o maneggiare un'ascia; e quanto a tirare con l'arco, San Michele!, se tornasse il vecchio Enrico Quinto, si presterebbe a fare da bersaglio per un quattrino al colpo! - Ma no, Nick, c'è ancora qualcuno che sa tirare bene d'arco - disse Bennet. - Tirare bene d'arco! - esclamò Appleyard. - Sì! Ma chi mi tirerà un buon colpo? Ci vuole l'occhio, e la testa sulle spalle. Ora, che cosa chiamereste voi un lungo tiro, Bennet Hatch? - Be' - fece Bennet, guardandosi intorno, - un lungo tiro sarebbe da qui alla foresta. - Già, sarebbe un tiro piuttosto lungo - disse il vecchio, voltandosi a guardare alle spalle, e quindi si portò una mano a schermirsi gli occhi e rimase a fissare. - Ma che stai a guardare? - domandò Bennet con una risatina. - Vedi Enrico Quinto? Il veterano continuò a guardare verso la collina in silenzio. Il sole splendeva luminoso sulla prateria declinante; poche pecore bianche vagavano brucando; tutto taceva all'infuori del rintoccare della campana. - Che c'è, Appleyard? - domandò Dick. - Ma gli uccelli! - disse Appleyard. Ed effettivamente, là dove la foresta correva come una lingua fra i prati e terminava in pochi olmi verdissimi, a circa un tiro di freccia dal campo dove stavano fermi i tre, uno sciame d'uccelli ne sfiorava le cime svolazzando qua e là, in evidente disordine. - Che c'entrano gli uccelli? - disse Bennet. - Già! - ribatté Appleyard, - e vi credete pronto ad andare in guerra, "Master" Bennet. Gli uccelli sono buone sentinelle; nei luoghi boscosi fanno da prima linea, in battaglia. Guardate, ora: se faceste qui il campo, ci potrebbero essere arcieri appiattati là a spiarci; e voi stareste qui senza accorgervene! - Ma che dici, vecchio brontolone? - disse Hatch. - Qui non ci sono uomini più vicini a noi di quelli di Sir Daniel a Kettley; qui sei al sicuro come nella Torre di Londra; e vuoi farci paura per qualche fringuello o qualche passerotto! - Ma sentilo! - sogghignò Appleyard. - Quante canaglie non darebbero le loro due orecchie mozze per infilare con un dardo uno di noi! Per San Michele! ci odiano come due puzzole! - Be', è vero, odiano Sir Daniel - rispose Hatch, un po' più sul serio. - Già, odiano Sir Daniel! e odiano tutti quelli che lo servono - disse Appleyard; - e per primi odiano Bennet Hatch e il vecchio Nicholas l'arciere. Guardate qui: se ci fosse un tipo deciso là al margine del bosco, e voi ed io gli fossimo a tiro, come siamo, per Giorgio!, chi credete che sceglierebbe? - Te, ci scommetto - rispose Hatch. - Ci scommetto il mantello contro una cintura di cuoio che sceglierebbero voi! - esclamò il vecchio arciere. - Voi avete messo a fuoco Grirnstone, Bennet, e non ve lo perdoneranno mai, padrone mio. Quanto a me, io sarò presto in un bel posto, che Dio me lo conceda, e fuori del tiro dell'arco, fuori tiro di cannone, anzi, della loro malizia. Sono vecchio e ben avviato a casa, dove il letto è pronto. Ma per quanto riguarda voi, Bennet, voi rimarrete qui dopo di me a tutto vostro pericolo, e se arriverete ai miei anni senza che vi abbiano impiccato, allora vuol dire che il vecchio onesto spirito d'Inghilterra è morto. - Sei il più balordo vecchio bisbetico della foresta di Tunstall - ribatté Hatch, visibilmente turbato da quelle minacce. - Prendi le tue armi prima che arrivi Sir Oliver, e smettila di mugugnare per un bel pezzo. Se tu avessi parlato tanto con Enrico Quinto, ne avrebbe avuto le orecchie piene più delle tasche. Una freccia fischiò nell'aria, come un enorme calabrone: andò a colpire il vecchio Appleyard fra le scapole passandolo da parte a parte, e l'arciere cadde in avanti in mezzo ai cavoli. Hatch, con un grido strozzato, fece un balzo in aria; poi, piegandosi in due, corse al riparo della casa. E intanto Dick Shelton si era inginocchiato dietro un cespuglio di lilla e aveva imbracciato la balestra, tenendo sotto mira la punta più avanzata del bosco. Non si muoveva foglia. Le pecore continuavano pazienti a pascolare; gli uccelli si erano calmati. Ma lì giaceva il vecchio, con una spanna di freccia che gli sporgeva dal dorso; e più in là Hatch si teneva addossato al muro, mentre Dick stava acquattato e pronto dietro il cespo di lilla. - Vedete niente? - gridò Hatch. - Non si muove foglia - gridò Dick. - Mi pare una vergogna lasciarlo lì a terra - disse Bennet facendosi avanti di nuovo a passi esitanti e pallidissimo. - Tenete d'occhio il bosco, "Master" Shelton, tenete bene d'occhio il bosco. I santi ci assistano! è stato un tiro maestro! Bennet sollevò sulle sue ginocchia il vecchio arciere. Non era ancora morto; il viso gli si contorceva, e gli occhi gli si aprivano e chiudevano meccanicamente, e aveva l'aspetto brutto e terribile di chi soffre molto. - Mi puoi sentire, vecchio Nick? - domandò Hatch. - Hai un ultimo desiderio, prima di andartene, vecchio fratello? - Strappatemi la freccia e fatemi morire, nel nome di Maria! - rantolò Appleyard. - L'ho finita con la vecchia Inghilterra. Strappatela! - "Master" Dick - disse Bennet, - venite qui e datemi una buona strappata a questa freccia. Morirà contento, il povero peccatore. Dick mise giù la balestra e tirando forte la freccia la trasse fuori. Spillò un getto di sangue; il vecchio arciere sussultò tirandosi su a mezzo, invocò ancora una volta il nome di Dio, e ricadde morto. Hatch, in ginocchio fra i cavoli, pregò con fervore per il buon trapasso dello spirito morente. Ma pur pregando, era palese che la mente gli si volgeva altrove, e teneva sempre d'occhio il punto del bosco di dove era partito il colpo. Quando ebbe finito, si levò di nuovo in piedi, si sfilò una delle sue manopole di maglia d'acciaio, e si asciugò il viso pallido, che il terrore faceva sudare. - Ah, - disse, - ora sarà il mio turno. - Chi è stato, Bennet? - domandò Richard, sempre tenendo in mano la freccia. - Lo sanno i santi! - disse Hatch. - Sono state una buona quarantina d'anime cristiane che abbiamo stanato dalle loro case e dai loro legittimi averi, lui e io. Lui ha pagato il fio, povero brontolone, e non passerà molto, forse, che pagherò anch'io. Sir Daniel è un duro. - E' una strana freccia, questa - disse il ragazzo, fissando il dardo che aveva in mano. - E' vero, in fede mia! - esclamò Bennet.- Nera, con la punta di piuma nera. E' una freccia di malaugurio per la verità, perché il nero, dicono, porta la sepoltura. E ci sono scritte delle parole. Asciugate il sangue. Che vi leggete? - «Appleyard da parte di John Aggiusta-tutto» - lesse Shelton. - Che vorrà dire? - No, non mi piace - replicò il vassallo. - John Aggiusta-tutto! Ecco il nome di un malandrino pericoloso, per chi al mondo sta in alto! Ma perché rimanere qui a fare da bersaglio? Prendetelo per le ginocchia, buon "Master" Shelton, mentre io lo sollevo dalle ascelle, e portiamolo dentro casa. Sarà un bel colpo per il povero Sir Oliver; si farà bianco come un cencio lavato; pregherà come un mulino a vento. Sollevarono il vecchio arciere e riunendo le forze lo portarono a casa, dove era vissuto tutto solo. E lo posarono a terra, per non sciupare il materasso, e fecero del loro meglio per raddrizzare e comporre a dovere le membra. La casa di Appleyard era linda e nuda. C'era un letto con la sua coperta azzurra, un armadio, un grande cassettone, un paio di sgabelli pieghevoli, un tavolo girevole nell'angolo del camino, e appese alla parete la batteria degli archi del vecchio soldato e la corazza. Hatch si mise a guardarsi intorno con curiosità. - Nick aveva del denaro - disse. - Poteva aver messo da parte una sessantina di sterline. Mi piacerebbe pescarle! Quando perdete un vecchio amico, "Master" Richard, la migliore consolazione è quella di esserne l'erede. Vediamo, ora, questo cassettone. Ci scommetterei qualunque cosa che c'è dentro un mucchio d'oro. Era bravo a prendere e cocciuto a conservare, l'arciere Appleyard. Che Dio dia pace allo spirito suo! Era ancora in piedi e in giro a quasi ottant'anni, e continuava a mettere da parte, ma adesso ha le spalle a terra, povero brontolone, e non ha più bisogno di niente; e se il suo gruzzolo va a un buon amico, sono sicuro che ne sarà più felice in cielo. - Via, Hatch - disse Dick, - rispettate questi occhi che non vedono più. Lo spogliereste in presenza del suo cadavere? No, si metterebbe a camminare! Hatch si fece parecchi segni di croce; ma ormai gli era tornato il colore in viso, e non sarebbe stato facile stornarlo dalle sue intenzioni. Si sarebbe messo d'impegno a frugare nel cassettone se non si fosse sentito cigolare il cancello e subito dopo la porta di casa non si fosse aperta e non avesse dato adito a un uomo alto, ben portante, rosso in viso, nero d'occhi, sulla cinquantina, e in cotta e veste nera. - Appleyard - chiamò l'uomo entrando, ma s'interruppe di colpo. - Ave Maria! - gridò. - Che i santi ci proteggano! Che novità è questa? - Novità fredda per quanto riguarda Appleyard, signor parroco - rispose Hatch, perfettamente disinvolto. - Colpito alla porta di casa, è già arrivato alle porte del purgatorio. Ah sì, se è vero quanto si dice, non gli mancheranno né carbone né candele. Sir Oliver raggiunse a tentoni uno sgabello e vi si lasciò cadere pallido e stordito. - Questo è un castigo! Oh, un grande colpo! - singhiozzò, e intonò una serie di preghiere. Hatch intanto si era tolto riverentemente il casco e si era inginocchiato. - Ditemi, Bennet - disse il prete, riprendendosi alquanto, - e che significa questo? Quale nemico ha fatto questo? - Ecco qui la freccia, Sir Oliver. Vedete, ci sono scritte delle parole - disse Dick. - Ah! - esclamò il prete, - questo è un brutto annunzio! John Aggiusta-tutto! Proprio un nome da Lollard (6). E nera, quanto a malaugurio! Signori, questa freccia villana non mi piace. Ma importa piuttosto tener consiglio. Chi potrà essere? Pensateci, Bennet. Di tanti malintenzionati, chi potrebbe essere che ci sfida così arditamente? Simnel? Non mi pare molto probabile. I Walsingham? No, non sono ancora ridotti a tanto; ancora pensano di avere la legge contro di noi, se i tempi cambiano. Ci sarebbe anche Simon Malmesbury. Che ne pensate, Bennet? - Che ne direste voi, signore - domandò Hatch a sua volta, - di Ellis Duckworth? - No, Bennet, mai. No, non lui - disse il prete. - Non si verifica mai una sollevazione, Bennet, dal basso: così concorda l'opinione di tutti i cronisti giudiziosi; ma la ribellione si muove verso il basso dall'alto, e quando Dick, Tom e Harry danno di piglio all'ascia, cerca sempre di scrutare a fondo quale signore ne profitti. Ora, Sir Daniel, essendosi arruolato ancora una volta nel partito della Regina, è malvisto dai signori Yorkisti. Da lì viene il colpo, Bennet; ma a quale scopo preciso ancora non vedo; però è lì il nerbo di questo guaio. - Sentite, Sir Oliver - disse Bennet, - le assi del carro sono così infocate in questo paese che da un pezzo sento odore di fuoco. Così era per questo povero peccatore, Appleyard. E, col vostro permesso, gli spiriti sono così male intenzionati verso tutti noi che non c'è bisogno di York né di Lancaster per incitarli. Ecco senza cerimonie quello che penso: voi, che siete un ecclesiastico, e Sir Daniel, che gira con tutti i venti, vi siete impadroniti dei beni di molta gente, e non pochi avete malmenati e impiccati. Siete chiamati a renderne conto; alla fine, non so come, vi prendete sempre il sopravvento sulla legge, e pensate che tutto sia sistemato. Ma permettetemi, Sir Oliver: l'uomo che avete spogliato e battuto non fa che esserne più rabbioso, e un giorno, quando è la volta del diavolo nero, eccolo con l'arco puntato che v'infila da parte a parte con una spanna di freccia. - No, Bennet, non parlate giusto. Bennet, vi dovrebbe far piacere che vi si corregga - disse Sir Oliver. - Siete un ciarlone, un chiacchierone, un pettegolone; avete la bocca più larga di tutte e due le orecchie. Correggetevi, Bennet, correggetevi. - E va bene, non parlerò più. Sia come piace a voi - disse il vassallo. Il prete si alzò dallo sgabello, e dall'astuccio per scrivere che portava al collo prese cera e stoppino, e pietra focaia e acciarino. Sigillò così il cassettone e l'armadio con lo stemma di Sir Daniel, mentre Hatch guardava sconsolato; quindi si accinsero tutti e tre, alquanto timorosi, a uscire dalla casa e montare a cavallo. - Avremmo già dovuto essere in cammino, Sir Oliver - disse Hatch, tenendo ferma la staffa mentre il prete montava. - Già; ma, Bennet, le cose sono cambiate - osservò il parroco. - Non c'è più ora Appleyard, sia pace all'anima sua!, a comandare il presidio. Terrò voi, Bennet. Devo avere un uomo valido che mi faccia star tranquillo in questo giorno di frecce nere. «La freccia che vola di giorno», dice il Vangelo (7), non so più a quale proposito; sono davvero un prete indolente, sono troppo preso dalle faccende del mondo. Bene, avviamoci, "Master" Hatch. I soldati dovrebbero già essere alla chiesa, ormai. Cavalcarono così giù per la strada, spinti dal vento che faceva volare i lembi del mantello del parroco; e alle loro spalle, mentre avanzavano, cominciarono a formarsi e a salire delle nuvole, coprendo il sole che tramontava. Avevano oltrepassato tre delle case sparse componenti il villaggio di Tunstall, quando, giunti a una svolta, si videro la chiesa dinanzi. Dieci o dodici case le si addossavano intorno; ma dietro, il cimitero confinava con i prati. Al cancello del cimitero si erano radunati una ventina circa di uomini, alcuni in sella, altri fermi accanto alla testa dei loro cavalli. Erano variamente equipaggiati e svariate erano le cavalcature; alcuni erano armati di lancia, altri di ascia, altri di arco; e alcuni montavano cavalli da tiro, ancora inzaccherati del fango dei solchi; perché quegli uomini non erano che la feccia del paese, e tutti i migliori, con i più bei cavalli e le più eleganti bardature, erano già con Sir Daniel sul campo. - Non ci siamo portati troppo male, che sia lodata la croce di Holywood! Sir Daniel ne sarà ben soddisfatto - osservò il prete, contando mentalmente i componenti della truppa. - Chi va là? Fermo, se sei un fedele! - gridò Bennet. Si vide un uomo scivolare attraverso il cimitero fra i tassi; e al suono di quel richiamo smise di nascondersi e si lanciò di corsa verso la foresta. Gli uomini alla porta, che fino a quel momento non si erano accorti della presenza dell'estraneo, si riscossero e si sparpagliarono. Quelli che erano scesi da cavallo presero ad arrampicarsi in sella; gli altri galopparono all'inseguimento; ma erano costretti a fare il giro del suolo consacrato e si capì subito che la preda sarebbe sfuggita. Hatch, lanciando un'imprecazione, scagliò il cavallo contro la siepe, per fargliela saltare; ma la bestia si rifiutò e mandò il cavaliere a ruzzolare lungo disteso nella polvere. E per quanto fosse di nuovo in arcione in un attimo e avesse ripreso le briglie il momento giusto era passato, e il fuggitivo si era troppo distanziato perché rimanesse qualche speranza di catturarlo. Il più saggio di tutti era stato Dick Shelton. Invece di lanciarsi a un vano inseguimento, si era sfilato di spalla la balestra, l'aveva messa in posizione, aveva incoccato una freccia; e ora, mentre gli altri già desistevano, si volse a Bennet e gli domandò se dovesse tirare. - Tira! Tira! - gridò Sir Oliver con sanguinaria violenza. - Coglietelo, "Master" Dick - disse Bennet. - Portatemelo giù come una mela matura. Al fuggitivo non mancavano ora che pochi salti per essere al sicuro; ma quell'ultima parte di prato era in ripida salita e l'uomo correva più lento in proporzione. Tuttavia, sia per l'oscurità del crepuscolo, sia per i movimenti disordinati della corsa, non era un bersaglio facile; e mentre Dick spianava l'arco, provò una specie di pietà, e un mezzo desiderio di mancarlo. La freccia scoccò. L'uomo inciampò e cadde, e un grand'urlo di gioia partì da Hatch e dagli inseguitori. Ma facevano i conti sulla messe prima del raccolto. L'uomo cadde con leggerezza; con la medesima leggerezza fu di nuovo in piedi, si volse e agitò il berretto in allegro atto di sfida, e l'attimo dopo era sparito in mezzo ai primi alberi del bosco. - Che la peste lo colga! - gridò Bennet. - Ha i calcagni del ladro: sa correre, per San Banbury! Ma l'avete preso, "Master" Shelton; si è rubato la vostra freccia, che non gli possa mai venire neppure il bene che gl'invidierei di meno! - Ma che diamine faceva qui accanto alla chiesa? - si domandò Sir Oliver. - Sono sicuro che è stato a combinare qualche malanno. Clipsby, fa' il bravo, scendi da cavallo e fruga da per tutto fra i tassi. Clipsby si era appena allontanato che ritornò portando un pezzo di carta. - C'era questo scritto appuntato alla porta della chiesa - disse porgendolo al parroco. - Non ho trovato altro, signor parroco. - Ah, per il potere di Madre Chiesa! - esclamò Sir Oliver, - ma questo è sacrilegio! Se si trattasse del capriccio del re, o se fosse il signore del maniero, sta bene! Ma che un qualsiasi mascalzoncello in giustacuore verde debba appiccicare dei cartelli alla porta di un santuario... eh no, è puro sacrilegio, sacrilegio; e c'è chi è stato arso vivo per mancanze di molto minor peso! Ma che c'è scritto qui? La luce se ne sta andando. Buon "Master" Richard, tu hai occhi giovani. Leggimi questo libello, ti prego. Dick Shelton prese la carta e lesse forte. Conteneva pochi versi di una filastrocca assai rozza, malamente rimata, scritta a caratteri grossolani e con un'ortografia deplorevole. Correggendo alla meglio l'ortografia, ecco quello che diceva: «Avevo quattro frecce sotto la cintura Quattro per le pene che ho dovuto soffrire. Quattro per il numero degli uomini cattivi Che spesso e volentieri m'hanno fatto patire. Una è andata; una è già ben spedita; Il vecchio Appleyard è morto. Una è pronta per "Master" Bennet Hatch, Che Grimstone ha incendiato, muri e tetto. Una è per Sir Oliver Oates, Che tagliò la gola a Sir Harry Shelton. Sir Daniel, tu ti prenderai la quarta; E crediamo che sia buona giustizia. Avrete ciascuno la vostra parte, Una freccia nera in ogni cuore nero. Mettetevi in ginocchio per pregare: Siete ladri già morti, che lo vogliate o no». "John Aggiusta-tutto" del Bosco Verde e la sua allegra brigata. "Nota bene": abbiamo altre frecce e buona corda di canapa per altri del vostro seguito. - Ah, povera carità e povere grazie cristiane! - si lamentò Sir Oliver. - Signori miei, questo è un brutto mondo, e diventa peggio ogni giorno. Giuro sulla croce di Holywood che sono innocente d'ogni male fatto a quel buon cavaliere, in atto o intenzione, innocente come il bambino non battezzato. E neppure gli è stata tagliata la gola; anche qui si sbagliano, e vivono ancora testimoni attendibili che lo possono dimostrare. - Non giova, signor parroco - disse Bennet. - Questi sono discorsi fuori luogo. - Ma no, "Master" Bennet, no. State al posto vostro, buon Bennet - rispose il prete. - Devo far manifesta la mia innocenza. Non intendo in alcun modo perdere la mia povera vita per un errore. Chiamo tutti a testimonio che in quella storia io non c'entro. Non mi trovavo neppure a Moat House. Ero stato mandato a fare una commissione prima delle nove... - Sir Oliver - disse Hatch, interrompendolo, - siccome non volete farla finita con questo sermone, userò altri mezzi. Goffe, suona il buttasella. E mentre la tromba squillava, Bennet si accostò al parroco stupito e gli sussurrò violentemente all'orecchio. Dick Shelton vide l'occhio del prete volgersi per un istante a lui con uno sguardo allarmato. E aveva di che riflettere; perché quel Sir Harry Shelton era il suo padre naturale. Ma non disse parola, e mantenne il viso impassibile. Hatch e Sir Oliver discussero insieme per qualche minuto la loro mutata situazione; fu deciso di buon accordo di riservare dieci uomini non soltanto a presidio di Moat House, ma anche per scortare il prete attraverso il bosco. Frattanto, siccome Bennet doveva rimanere, il comando del rinforzo fu dato a "Master" Shelton. E non c'era altra scelta; gli uomini non erano che villici rozzi, stolidi e inesperti di guerra, mentre Dick non solamente era popolare, ma risoluto e serio molto più di quanto la sua età non comportasse. Sebbene la sua gioventù fosse trascorsa in quella rustica contrada, il ragazzo era stato bene istruito nelle lettere da Sir Oliver, e Hatch in persona gli aveva mostrato come usare le armi e gli aveva inculcato i primi principi del comando. Bennet era sempre stato gentile e pronto ad aiutare; era uno di quelli che sono crudeli come la morte per chi considerano nemici ma ruvidamente fedeli e ben disposti verso gli amici; ed ora, mentre Sir Oliver entrava nella casa vicina a compilare con la sua scrittura rapida ed elegante un "memorandum" degli ultimi avvenimenti per il suo signore, Sir Daniel Brackley, Bennet si avvicinò al suo alunno per augurargli l'aiuto di Dio nella sua impresa. - Dovete fare il giro lungo, "Master" Shelton - gli disse, - passando per il ponte, se ci tenete alla vita! Mandate avanti di cinquanta passi un uomo sicuro, per attirare i colpi; e procedete cauto finché non sarete al di là del bosco. Se le canaglie vi assalgono, fuggite di galoppo; rimanere non gioverebbe a nulla. E andate sempre avanti, "Master" Shelton; non mi tornate indietro, se vi preme la vita; ricordatevi che non ci sono aiuti a Tunstall. E ora, visto che andate a combattere le grandi guerre per il re e io continuo a rimanere qui con estremo pericolo per la mia vita e solo i santi sanno se ci rincontreremo mai più quaggiù, vi do gli ultimi consigli prima che partiate. Tenete d'occhio Sir Daniel; non è uomo sicuro. Non riponete la vostra fiducia nel prete; non ha cattive intenzioni, ma fa la volontà degli altri; è un'arma in mano a Sir Daniel! Fatevi rispettare, là dove andate; e cercate sempre di farvi amici forti e sicuri. E dite qualche paternostro per Bennet Hatch. Ci sono al mondo canaglie peggiori di Bennet. Ecco tutto, e Dio vi aiuti! - E il cielo sia con voi, Bennet! - disse Dick di rimando. - Voi mi siete stato sempre un buon amico, e lo ripeterò sempre. - E sentite ancora, figliolo, - soggiunse Hatch, con un certo imbarazzo, - se quel John Aggiusta-tutto mi dovesse pizzicare con una freccia, potreste, forse, destinare un marco d'oro o forse anche una sterlina alla mia povera anima; perché è probabile che me la passerò brutta in purgatorio. - Farò come volete, Bennet - rispose Dick. - Ma che idea, amico mio! Noi ci rincontreremo, e dove avrete più bisogno di birra che di messe. - Così vogliano i santi, "Master" Dick! - fece l'altro. - Ma ecco che arriva Sir Oliver. E se fosse così svelto con la balestra come con la penna, sarebbe un bravo soldato. Sir Oliver diede a Dick un pacchetto sigillato, con la soprascritta: «Al mio onoratissimo signore, Sir Daniel Brackley, cavaliere, da consegnare al più presto». E Dick, infilandoselo nel giustacuore, lanciò un ordine e prese la strada del villaggio in direzione di ponente. NOTE. NOTA 1: Enrico Quarto di Lancaster (1421-1471) re d'Inghilterra e di Francia. Combatté contro Giovanna d'Arco, perdendo la Francia. Fu ucciso durante la guerra delle Due Rose, nella quale Edoardo Quarto di York gli strappò il regno (Nota del traduttore). NOTA 2: ""Master"" è titolo di cortesia per un giovane gentiluomo; anche applicabile a personaggi d'una certa importanza locale (Nota del traduttore). NOTA 3: La figura di questo indegno ecclesiastico, che apparirà spesso in una luce odiosa, non deve turbare la coscienza del lettore. Purtroppo, quei tempi, che videro il fulgido eroismo di Giovanna d'Arco, registrarono anche penosi esempi di disorientamento religioso e morale (Nota del traduttore). NOTA 4: Lancaster e York, le due Case in lotta nella guerra delle Due Rose (Nota del traduttore). NOTA 5: Centuria, antica suddivisione di una contea (Nota del traduttore). NOTA 6: Lollard: riformatore eretico inglese del secolo Quattordicesimo, condannato dall'Inquisizione (Nota del traduttore). NOTA 7: Non il Vangelo contiene quest'espressione, ma il libro dei salmi, esattamente al salmo 90, verso 5 (Nota del traduttore). LIBRO PRIMO. I DUE RAGAZZI. ALL'INSEGNA DEL SOLE IN KETTLEY. Sir Daniel e i suoi uomini si erano sistemati dentro e intorno a Kettley quella notte, acquartierati al caldo e sotto buona guardia. Ma il Cavaliere di Tunstall non si concedeva mai posa quando si trattava di far soldi; e anche ora, alla vigilia di un'avventura che poteva portargli gran bene o conciarlo male, era su all'una dopo mezzanotte intento a spremere i suoi poveri vicini. Era un gran trafficante in eredità disputate; il suo metodo consisteva nel riscattare le rivendicazioni più improbabili, e poi, cattivandosi il favore dei grandi signori intorno al re, ottenere decisioni ingiuste a proprio favore; oppure, se giudicava troppo tortuoso questo metodo, impadronirsi del feudo disputato con la forza delle armi, e contare sulla propria influenza e sulle astuzie legali di Sir Oliver per tenersi quanto aveva arraffato. Kettley era un caso del genere; era caduto molto recentemente nelle sue grinfie; si trovava ancora di fronte all'opposizione dei feudatari; ed era per intimidire il malcontento che aveva guidato le sue truppe da quella parte. Alle due del mattino Sir Daniel se ne stava seduto nella sala della locanda, vicino al camino, perché faceva freddo a quell'ora tra le paludi di Kettley. A portata di mano aveva un boccale di birra aromatica. Si era tolto l'elmo a visiera e sosteneva con una mano la testa calva e il viso magro e scuro, tutto avvolto nel buon calore di un mantello color rosso vivo. In fondo alla stanza una dozzina circa dei suoi uomini stavano di sentinella alla porta o dormivano sulle panche; e, un po' più vicino, un ragazzo dall'apparente età di dodici o tredici anni era sdraiato su un mantello steso sul pavimento. L'oste del Sole stava in piedi davanti al grand'uomo. - Ora stammi bene a sentire, mio caro oste - disse Sir Daniel, - segui i miei ordini e sarò sempre un buon signore per te. Devo avere uomini in gamba a capo dei borghi, e voglio Adam-a-More come connestabile; facci bene attenzione. Se verranno scelti altri uomini, non te ne verrà alcun bene; anzi, ti costerà caro. Nei riguardi di quelli che hanno pagato tributi a Walsingham prenderò i debiti provvedimenti; e tu sei fra loro, mio caro oste. - Buon cavaliere - disse l'oste, - vi posso giurare sulla croce di Holywood che ho pagato a Walsingham soltanto sotto compulsione. No, eccellente cavaliere, io non amo i Walsingham furfanti; erano poveri come ladri, eccellente cavaliere. Ma datemi un gran signore come voi. Chiedete pure ai vicini, se non sono tutto per Brackley. - Può essere - disse Sir Daniel, secco. - Allora pagherai doppio. Il locandiere fece una brutta smorfia; ma questa era una cattiva sorte che poteva facilmente capitare a un proprietario in quei tempi turbolenti, e forse in fondo fu contento di essersela cavata così a buon mercato. - Portami quello là, Selden! - ordinò il cavaliere. E uno dei suoi uomini gli trascinò davanti un povero vecchio strisciante, pallido come una candela e tutto tremante di febbre di palude. - Canaglia - disse Sir Daniel, - come ti chiami? - Al vostro servizio - rispose l'uomo. - Mi chiamo Condall, Condall di Shoreby, sempre ai vostri ordini. - Ho avuto su di te cattivi rapporti - replicò il cavaliere. - Sei esperto di tradimenti, mascalzone; vai spigolando sui fitti; sei sospettato molto da vicino della morte di parecchie persone. Che ti dà tanto ardire? Ma ti piegherò io, sta' tranquillo. - Mio onoratissimo e reverendissimo signore - esclamò l'uomo, - qui c'è un malinteso, col vostro riverito permesso. Io non sono che un povero cittadino privato, e non ho mai fatto male a nessuno. - Il vice-sceriffo mi ha fatto di te un pessimo rapporto - disse il cavaliere. - «Arrestatemi» ha detto «quel Tyndal di Shoreby». - Condall, mio buon signore; Condall è il mio povero nome - disse il poveretto. - Condall o Tyndal è la stessa cosa - ribatté Sir Daniel con freddezza. - Quello che importa è che sei qui e io sospetto assai della tua onestà. Se vuoi salvarti il collo scrivimi subito un'obbligazione per venti sterline. - Per venti sterline, mio buon signore! - esclamò Condall. - Ma questa è follia da solleone! Tutto il mio avere non arriva a settanta scellini. - Condall o Tyndal - replicò Sir Daniel con un sorrisetto, - correrò il rischio della partita. Scrivi venti, e quando mi sarò risarcito di tutto quello che posso, sarò per te un buon padrone e ti condonerò il resto. - Ahimè! mio buon signore, non è possibile; non so scrivere - disse Condall. - E sta bene! - fece il cavaliere. - Allora non c'è rimedio. Eppure, Tyndal, se la mia coscienza l'avesse permesso, ti avrei risparmiato volentieri. Selden, portami con delicatezza questo vecchio chiacchierone all'olmo più vicino e impiccalo con tutti i riguardi, dove io possa vederlo quando passo a cavallo. Addio, buon "Master Condall", caro "Master Tyndal"; sei di partenza difilato per il Paradiso; fa' buon viaggio! - No, no, mio amabilissimo signore - replicò Condall, forzandosi a un sorriso ossequioso, - se proprio comandate così, come bene vi conviene, io da parte mia, con tutta la misera abilità che possiedo, farò quanto comandate. - Amico! - disse Sir Daniel, - ora scriverai due volte venti. Va' là che sei troppo furbo per vivere con settanta scellini. Selden, fallo scrivere secondo le dovute regole, con la controfirma di regolari testimoni. E Sir Daniel, che era un cavaliere sempre d'ottimo umore da non aver rivali in Inghilterra, bevve una sorsata della sua birra calda e aromatizzata, e si abbandonò sullo schienale sorridendo. Intanto il ragazzo disteso sul pavimento cominciò a muoversi, si mise seduto e si guardò intorno con spavento. - Vieni qua - disse Sir Daniel; e come l'altro si alzò a quel comandò e gli si avvicinò lentamente, si ributtò all'indietro e scoppiò in una risata. - Per la croce! - esclamò, - che giovanotto in gamba! Il ragazzo avvampò di collera, e dagli occhi neri gli dardeggiò uno sguardo d'odio. Ora che era in piedi, era ancora più difficile stabilirne con precisione l'età. Il volto aveva un'espressione alquanto più matura ma era liscio come quello d'un bambino; d'ossatura e di corporatura era insolitamente snello, e nell'andatura piuttosto incerto. - Mi avete chiamato, Sir Daniel - disse. - Che c'è da ridere sul mio misero stato? - Ma sì, lasciami ridere - disse il cavaliere. - Caro borbottone, lasciami ridere, fammi il piacere. Se ti potessi vedere, ti garantisco che rideresti tu per primo. - Sta bene - fece il ragazzo, ancora arrossendo, - risponderete di questo quando risponderete di tutto il resto. Ridete pure finché potete! - Vediamo, vediamo, caro cugino - replicò Sir Daniel, con una certa serietà; - non pensare che io mi prenda gioco di te, se non per stare un po' allegri, come si fa tra parenti e fra amici intimi. Ti faccio fare un matrimonio di mille sterline, va' là! e ti voglio straordinariamente bene. Ti ho preso, è vero, con una certa ruvidezza, come lo richiedeva l'occasione; ma da ora in poi ti manterrò di buon cuore e ti servirò volentieri. Sarai "Mister" Shelton, "Lady" Shelton, anzi! Poiché il giovanottello promette splendidamente. Via! non devi prendertela per un'onesta risata; purga la malinconia. Le canaglie non ridono, caro cugino. Mio buon oste, prepari qui un buon pasto per mio cugino "Master" John. Siedi, bellezza, e mangia. - No - disse "Master" John, - non spezzerò mai il pane. Visto che mi costringete a questo peccato, digiunerò nell'interesse dell'anima mia. Ma, mio buon oste, fatemi la gentilezza di darmi una tazza d'acqua fresca; vi sarò davvero molto obbligato della cortesia. - Avrai la dispensa, va' là! - esclamò il cavaliere. - E una completa assoluzione, in fede mia! Sta' tranquillo, dunque, e mangia. Ma il ragazzo fu ostinato, bevve una tazza d'acqua e, avvolgendosi di nuovo stretto nel mantello, andò a sedersi in un angolo, meditabondo. Dopo un paio d'ore si avvertirono nel villaggio un movimento di sentinelle che davano l'alt e uno strepito d'armi e di cavalli; e poco dopo un gruppo di armati raggiunse la porta della locanda e Richard Shelton, tutto inzaccherato, si presentò sulla soglia. - Vi saluto, Sir Daniel! - disse. - Ma come! Dickie (1) Shelton! - esclamò il cavaliere; e udendo pronunciare il nome di Dick, l'altro ragazzo lo guardò con curiosità. - Che fa Bennet Hatch? - Vi piaccia, cavaliere, prendere conoscenza di questo dispaccio da parte di Sir Oliver, che vi spiegherà come stanno le cose - rispose Richard, porgendo la lettera del prete. - E vi piaccia inoltre affrettarvi quanto più possibile a Risingham; perché venendo qui abbiamo incontrato uno che galoppava furiosamente con delle lettere, e, secondo quanto ci ha detto, il signore di Risingham si trova molto a mal partito e sente moltissimo la mancanza della vostra presenza. - Come hai detto? A mal partito? - ripeté il cavaliere. - No, allora, ci affretteremo mettendoci a sedere, caro Richard. Dato come vanno le cose in questo povero regno d'Inghilterra, chi cavalca più adagio cavalca più sicuro. Il ritardo, dicono, genera pericolo; ma è piuttosto questa smania di fare che disfa gli uomini; tientelo per detto, Dick. Ma fammi vedere, prima, che bestiame m'hai portato. Selden, una fiaccola qui alla porta! E Sir Daniel uscì sulla strada del villaggio e al chiarore fiammeggiante della torcia ispezionò la nuova truppa. Era un vicino impopolare e un padrone impopolare; ma come condottiero in guerra era molto amato da quelli che cavalcavano dietro le sue insegne. Il suo ardimento, il coraggio a tutta prova, la sua sollecitudine per il benessere dei soldati, perfino le sue beffe grossolane piacevano enormemente ai baldi armigeri in casco e giaco. - Ma no, per la croce! - gridò. - Che misera roba è questa? Eccone qui uno ricurvo come un arco, e qui un altro secco come una lancia. Amici, cavalcherete in prima linea in battaglia; posso fare a meno di voi, amici. Ma guarda qui questo vecchio villano su quel ronzino pezzato! Un montone di due anni a cavallo d'un porco avrebbe un aspetto più marziale. Ah! Clipsby, ci sei, vecchio ratto? Ecco un uomo che potrei perdere allegramente; andrai avanti a tutti, con un occhio di bue dipinto sulla casacca, per fare meglio da bersaglio alle frecce; briccone, sarai tu a mostrarmi la strada. - Vi mostrerò qualunque strada, Sir Daniel, meno quella di cambiare partito, - gli rispose Clipsby, arditamente. Sir Daniel si fece una grassa risata. - Ma bene, ben detto! - esclamò. - Hai una lingua pronta in bocca, va' là! Ti perdono perché sei spiritoso. Selden, fa' dare da mangiare a uomini e bestie. Il cavaliere rientrò nella locanda. - Ora, amico Dick, - disse, - siediti. Ecco qui buona birra e lardo affumicato. Mangia, mentre leggo. Sir Daniel aprì il pacchetto e, leggendo, la fronte gli si oscurò. Quand'ebbe terminato rimase un poco in silenzio, a riflettere. Poi si volse con un'occhiata brusca al suo pupillo. - Dick - chiese, - hai visto questi versacci da quattro soldi? Il ragazzo rispose di sì. - Fanno il nome di tuo padre - continuò il cavaliere; - e il nostro povero parroco brontolone è accusato da qualche pazzo di averlo trucidato. - L'ha vivacemente negato - rispose Dick. - Davvero? - fece il cavaliere, secco. - Non gli dar retta. Ha la lingua sciolta; ciancia come una gazza. Un giorno, quando troverò il tempo e l'occasione, Dick, t'informerò personalmente con maggior precisione al riguardo. Ci fu un certo Duckworth che fu molto sagacemente biasimato in proposito; ma i tempi erano turbolenti, e non c'era da ottenere giustizia. - Accadde a Moat House? - osò domandare Dick, con il cuore che gli batteva. - Accadde tra Moat House e Holywood - rispose calmo Sir Daniel: ma lanciò uno sguardo di sfuggita e cupo di sospetto, al viso di Dick. - E adesso - soggiunse il cavaliere, - finisci presto di mangiare; tornerai a Tunstall con poche righe mie. Dick si rattristò in volto. - Di grazia, Sir Daniel - esclamò, - mandate uno dei contadini! Vi supplico di farmi prendere parte alla battaglia. So tirare bene, ve l'assicuro. - Non lo metto in dubbio - rispose Sir Daniel, accingendosi a scrivere. - Ma qui non si tratta, Dick, di farsi onore. Rimango a Kettley finché non avrò avuto notizie sicure della guerra, e allora soltanto andrò a unirmi al vincitore. Non gridare alla vigliaccheria; è semplicemente saggezza, Dick; perché questo povero regno è talmente scombussolato dalle rivolte e il nome e la guardia del re cambiano tanto spesso, che nessuno può essere certo del domani. Il rischio e la spensieratezza si precipitano a testa bassa, ma il signor buon consiglio se ne rimane da parte, aspettando. Con ciò, Sir Daniel, voltando le spalle a Dick e andandosi a mettere all'angolo più lontano del lungo tavolo, cominciò a scrivere la sua lettera, con la bocca storta, perché quella faccenda della Freccia Nera gli si era ficcata di traverso in gola. Intanto il giovane Shelton continuava di buon appetito la sua colazione, quando si sentì toccare sul braccio e udì una voce sussurrargli pianissimo all'orecchio: - Non vi muovete, vi supplico - disse la voce, - ma per carità insegnatemi la strada più diretta per Holywood. Vi supplico, ragazzo buono, confortate una povera anima in pericolo e in estrema angustia, e fatemi andare via, lontano, dove possa trovar pace. - Prendete la via del mulino a vento - rispose Dick, nel medesimo tono; - vi porterà fino al traghetto del Till; là domandate. E senza volgere la testa, riprese a mangiare. Ma con la coda dell'occhio vide di sfuggita il giovanotto chiamato "Master" John che scivolava furtivo fuori della stanza. - Diamine - pensò Dick, - è giovane come me. E mi ha chiamato «ragazzo buono»! Se l'avessi saputo, avrei visto quel ragazzino impiccato prima di dargli l'informazione. Be', se traversa la palude, posso raggiungerlo e tirargli le orecchie. Mezz'ora dopo, Sir Daniel diede a Dick la lettera ordinandogli di affrettarsi a tornare a Moat House. E un'altra mezz'ora dopo la partenza di Dick, arrivò un messaggero, in grande urgenza, da parte di Lord Risingham. - Sir Daniel - disse il messaggero, - vi siete perduto grande onore, davvero! Si è ripreso a combattere questa mattina prima dell'alba e abbiamo battuto la loro avanguardia e disperso l'ala destra. Solo al centro resiste dura la battaglia. Se avessimo la vostra truppa fresca, li scaraventeremmo tutti a fiume. Ma come, cavaliere! Volete essere l'ultimo? Non si addice alla vostra buona fama. - No di certo! - esclamò il cavaliere. - Stavo proprio per mettermi in marcia. Selden, suona il buttasella. Signore, sono con voi all'istante. E' soltanto due ore fa che è arrivata la maggior parte degli uomini ai miei ordini, signor messo. Che volete? Speronare sta bene, ma si finisce per ammazzare il cavallo. Animo, ragazzi! Ora la tromba squillava allegramente nel mattino, e da tutte le parti gli uomini di Sir Daniel si riversarono nella strada principale e si mettevano in formazione davanti alla locanda. Avevano dormito armati, con i cavalli sellati, e in dieci minuti un centinaio di armigeri e di arcieri, ben equipaggiati, disciplinati e vispi, si erano allineati ed erano pronti. La maggior parte portavano i colori di Sir Daniel, amaranto e azzurro, con bell'effetto sullo schieramento. I meglio armati cavalcavano di fronte; e senza farsi notare, in coda alla colonna, veniva il mesto rinforzo giunto la notte. Sir Daniel guardò con orgoglio la sfilata. - Ecco dei ragazzi che nei guai vi serviranno - disse. - Sono in gamba, davvero - ammise il messaggero. - Tanto più mi dispiace che non vi siate messo in marcia prima. - Be' - fece il cavaliere, - che ci volete fare? Il principio della festa alla fine della zuffa, signor messo - e montò in sella. - Ma come, dov'è ora? - gridò. - John! Joanna! No, per la santa croce! dove s'è cacciata? Oste, dov'è quella ragazza? - Ragazza, Sir Daniel? - esclamò l'oste. - No, signore, non ho visto nessuna ragazza. - Ragazzo, allora, vecchio barbogio! - urlò il cavaliere. - Ma non hai visto che era una ragazza? Quella nel mantello color amaranto, che ha fatto colazione con l'acqua, imbecille, dov'è? - Ma come, che i santi ci benedicano! "Master" John, lo chiamavate - disse l'oste. - Be' non pensavo a male. Se n'è andato. L'ho visto... l'ho visto nella stalla una buona ora fa; stava sellando un cavallo grigio. - Ah, per la croce! - gridò Sir Daniel. - Quella ragazzina mi valeva cinquecento sterline e anche più. - Signor cavaliere - osservò il messaggero con amarezza, - mentre voi siete qui a strepitare per cinquecento sterline, il regno d'Inghilterra, altrove, sta per essere sconfitto e perduto. - Ben detto - replicò Sir Daniel. - Selden, prendi sei balestrieri: dalle la caccia. Costi quel che costi; ma al mio ritorno fammela trovare a Moat House. Ne va della tua testa. E ora, signor messo, in marcia. E la truppa si mise al trotto serrato, e Selden e i suoi sei uomini furono lasciati indietro sulla via di Kettley, sotto gli occhi attoniti dei villici. NOTE. NOTA 1: Dickie, vezzeggiativo di Dick, a sua volta diminutivo di Richard (Nota del traduttore). NELLA PALUDE. Erano quasi le sei di quel mattino di maggio quando Dick cominciò a inoltrarsi nella palude lungo il suo cammino di ritorno a casa. Il cielo era azzurrissimo; il vento gaio soffiava forte e costante; le pale del mulino vorticavano; e i salici che coprivano tutta la palude ondeggiavano biancheggianti come un campo di grano. Era stato in sella tutta la notte, ma il cuore era buono e il corpo saldo, e cavalcava allegramente. Il sentiero s'insinuava nella palude finché non gli si persero alla vista tutti i vicini punti di riferimento, fuorché il mulino di Kettley sul monticello alle sue spalle, e le cime della Foresta di Tunstall lontano davanti a lui. A destra e a sinistra si spandevano grandi campi di giunchi e salici oscillanti, pozze d'acqua agitate dal vento e acquitrini traditori, verdi come lo smeraldo, a tentare e ingannare il viaggiatore. Il sentiero correva quasi diritto attraverso la palude. Era già antichissimo; lo avevano costruito, con solide basi, le soldatesche romane; col passare dei secoli gran parte aveva ceduto, e qua e là, per qualche centinaio di metri, era andato sommerso dalle acque stagnanti. A circa un miglio da Kettley, Dick giunse ad una di queste interruzioni della linea piana del selciato, dove i giunchi e i salici crescevano alla rinfusa come isolette e confondevano l'occhio. La breccia, per giunta, si apriva insolitamente lunga; era un punto dove qualsiasi estraneo al luogo avrebbe potuto facilmente trovarsi nei guai; e Dick pensò, con qualcosa di simile all'angoscia, al giovinetto che aveva così imperfettamente indirizzato. Quanto a lui, un'occhiata indietro dove le ali del mulino giravano nere contro l'azzurro del cielo, uno sguardo avanti al terreno rialzato della Foresta di Tunstall, e s'era già sufficientemente orizzontato; e procedeva diritto con l'acqua che sciacquava intorno ai ginocchi del cavallo, sano e salvo come su una strada maestra. A metà cammino, quando già scorgeva il sentiero levarsi alto e asciutto in lontananza, avvertì un gran sguazzare alla sua destra, e vide un cavallo grigio affondato nella melma fino alla pancia, che ancora lottava spasmodicamente. Immediatamente, come se avesse intuito l'avvicinarsi di un aiuto, la povera bestia cominciò a nitrire in modo straziante. Intanto rotava l'occhio iniettato di sangue, pazzo di terrore; e come si dimenava nella strettoia del fango, nugoli d'insetti mordaci si levavano e gli ronzavano intorno. - Mio Dio! - pensò Dick, - può essere perito quel povero ragazzo? Questo è il suo cavallo, certamente, un così bel grigio! No, camerata, se mi supplichi così pietosamente, farò tutto quello che un uomo può fare per aiutarti. Non ti lascerò lì ad affondare centimetro per centimetro! E mirò con la balestra e attraversò con una freccia la testa della misera creatura. Dopo questo atto di ruvida misericordia, Dick riprese a cavalcare con maggior calma, guardandosi bene attorno per non lasciarsi sfuggire un qualsiasi indizio di chi l'aveva preceduto nel cammino con meno fortuna. - Avrei dovuto tentare di spiegargli meglio - pensava; - perché ho gran paura che si sia smarrito nel pantano. E proprio mentre pensava così, una voce lo chiamò per nome da una parte del selciato, e voltandosi scorse il viso del ragazzo che faceva capolino da un ciuffo di giunchi. - Sei lì? - fece Dick tirando le redini. - Stai così nascosto fra i giunchi che ti avrei oltrepassato senza vederti. Ho visto il tuo cavallo impantanato, e l'ho liberato dalla sua agonia, il che, in verità, se tu fossi stato un più misericordioso cavaliere, avresti fatto tu stesso. Ma vieni fuori dal tuo nascondiglio. Qui non c'è nessuno che possa darti fastidio. - Ma io non ho armi, buon ragazzo, né saprei usarle se le avessi - replicò l'altro, uscendo sul sentiero. - Mi chiami «ragazzo»? - fece Dick. - Non sei, mi pare proprio, il maggiore di noi due. - Buon "Master" Shelton - disse l'altro, - di grazia, perdonatemi. Non avevo la minima intenzione di offendervi. Piuttosto vorrei supplicare in ogni modo la vostra benevolenza e il vostro favore, perché mi trovo in una situazione più brutta che mai, ora che ho perduto la strada, il mantello, e il mio povero cavallo. Ritrovarmi con frusta e speroni, e senza un cavallo da montare! E soprattutto - soggiunse, guardandosi mesto l'abbigliamento, - soprattutto, essermi così malamente imbrattato! - E che! - rise Dick. - Vorresti fare un bagno? Sangue di ferita o polvere di strada: ecco l'ornamento di un uomo. - Be', allora lo preferisco disadorno - osservò il giovinetto. - Però vi prego, come devo fare? Di grazia, buon "Master" Richard, aiutatemi con un vostro consiglio. Se non arrivo sano e salvo a Holywood, sono perduto. - Ecco - disse Dick, scendendo di cavallo, - ti darò più che un consiglio. Prendi il mio cavallo, e io intanto correrò, e quando sarò stanco faremo di nuovo il cambio, in modo che, cavalcando e correndo, andremo tutti e due più in fretta. Così fu fatto il cambio, e procedettero più lesti che poterono sul selciato ineguale, Dick con la mano appoggiata sul ginocchio dell'altro. - Com'è che ti chiami? - domandò Dick. - Chiamatemi John Matcham - rispose il giovinetto. - E che ti spinge ad andare a Holywood? - continuò Dick. - Vi cerco rifugio da un uomo che continua a opprimermi - fu la risposta. - Il buon abate di Holywood è un robusto pilastro per i deboli. - E come sei capitato con Sir Daniel, "Master" Matcham? - insisté Dick. - Ah! - esclamò l'altro. - Per abuso di forza! Mi ha strappato con la violenza da casa mia; mi ha vestito di questi panni; mi ha trascinato sul suo cavallo fino a sfinirmi; mi ha beffato al punto che avrei pianto; e quando fu certo che i miei amici ci inseguivano, sperando di riprendermi, mi ha passato dietro perché facessi da bersaglio! Mi hanno anche sfiorato al piede destro, e zoppico camminando. Ah, ma verrà un giorno che ci si metterà di fronte; e la pagherà per tutto! - Vorresti sparare alla luna con un archibugio? - disse Dick. - E' un valoroso cavaliere, e ha una mano di ferro. Se indovinasse che ti ho fatto scappare o che soltanto mi sono immischiato nella tua fuga, non me la farebbe passare liscia. - Ah, povero ragazzo - fece l'altro, - voi siete il suo pupillo, lo so. Alla stessa stregua lo sono io, o almeno così dice lui; oppure ha comperato il mio matrimonio, non so esattamente; ma se ne serve per opprimermi. - E insisti con questo «ragazzo»! - disse Dick. - E allora vi devo chiamare «ragazza», buon Richard? - domandò Matcham. - Niente ragazze per me - ribatté Dick. - Le ripudio in blocco! - Parlate proprio da ragazzino - disse l'altro. - V'interessano più di quanto volete dare a vedere. - Non a me - disse Dick ostinato. - Non ci penso nemmeno. Sono una peste, te l'assicuro! Fatemi cacciare, e combattere, e banchettare, e vivere con l'allegra gente dei boschi. Non ho mai ancora sentito di una ragazza che facesse qualche cosa di utile fuorché una: e quella, poveretta, l'hanno bruciata come strega e perché vestiva panni da uomo contro natura. "Master" Matcham si fece con fervore il segno della croce e sembrò che pregasse. - Ma che fai? - domandò Dick. - Prego per l'anima di lei - rispose l'altro, con la voce alquanto turbata. - Per l'anima d'una strega? - rise Dick. - Ma prega pure per lei, se ti fa piacere; era la migliore ragazza d'Europa, quella Giovanna d'Arco. Il vecchio Appleyard, l'arciere, scappava davanti a lei, diceva, come se fosse stata Satana. E invece era una ragazza coraggiosa. - Sì, buon "Master" Richard - riprese a dire Matcham, - ma se le ragazze vi piacciono così poco, non siete un vero uomo naturale, perché Dio ci ha fatti due con intenzione, e ha portato nel mondo il vero amore che fosse la speranza dell'uomo e il conforto della donna. - Eh via! - fece Dick. - Sei un pupo lattante, a farla così lunga con le donne. E se pensi che io non sia un vero uomo, scendi a terra, e con i pugni, con la spada o con la balestra ti proverò sul vivo la mia virilità. - No, io non so combattere - si affrettò a dire Matcham. - Non intendevo affatto offendere. Volevo solo scherzare. E se ho parlato di donne è perché ho sentito che vi dovete sposare. - Io sposare! - esclamò Dick. - Be', è la prima volta che lo sento E con chi mi dovrei sposare? - Con una certa Joanna Sedley - rispose Matcham arrossendo. - E' una cosa che ha combinato Sir Daniel; ha da guadagnarci denaro da tutte e due le parti; e in realtà ho udito quella povera ragazza lamentarsi da far pietà per questa unione. Sembra che la pensi come voi, oppure non le piace lo sposo. - Oh, bene!, il matrimonio è come la morte, arriva per tutti - disse Dick con rassegnazione. - E lei si lamenta? Dimmi ora se queste ragazze non sono delle sciocche sventate: lamentarsi prima di avermi visto? Mi lamento io? No, certo. Se devo sposarmi, mi sposo con gli occhi asciutti. Ma se la conosci, di grazia, che tipo è? Bella o brutta? E' petulante o simpatica? - E che importa? - disse Matcham. - Se dovete sposare, non vi rimane che sposare. Che importa se è bella o brutta? Queste sono sciocchezze. Voi non siete un effeminato, "Master" Richard; vi sposerete a occhi asciutti, in un modo o nell'altro. - Ben detto - replicò Shelton. - A me poco importa. - Pare che la vostra signora avrà un simpatico marito - disse Matcham. - Avrà il marito che il cielo le ha destinato - ribatté Dick. - Ce ne sono di peggiori come di migliori. - Ah, povera ragazza! - sospirò l'altro. - E perché tanto povera? - domandò Dick. - A sposare un uomo di legno - replicò il suo compagno. - Che guaio, un marito di legno. - Sono proprio un uomo di legno, mi pare - disse Dick, - a trascinarmi a piedi mentre tu sei sul mio cavallo; è un buon legno, ad ogni modo. - Buon Dick, perdonami - esclamò l'altro. - No, sei il cuore migliore d'Inghilterra; facevo per ridere. Perdonami ora, dolce Dick. - Niente parole ridicole - fece Dick un po' imbarazzato del calore del suo compagno. - Non c'era niente di male. Non sono permaloso, per grazia di Dio. E in quel momento il vento, che li sospingeva soffiando alle loro spalle, portò lo squillo acuto del trombettiere di Sir Daniel. - Senti! - disse Dick. - Suona la tromba. - Ah! - disse Matcham, - hanno scoperto la mia fuga, e ora non ho più cavallo! - e si fece pallido come la morte. - Ma no, niente paura! - disse Dick. - Abbiamo molto vantaggio, e siamo quasi arrivati al traghetto. E scavalcato sono io, mi pare. - O Dio, mi prenderanno! - gridò il fuggitivo. - Dick, gentile Dick, ti supplico di aiutarmi soltanto un poco! - Ma che ti prende adesso? - disse Dick. - Mi pare evidente che ti sto aiutando. Ma il cuore mi piange per un tipo come te senza nessuna energia! Stammi bene a sentire, John Matcham, visto che ti chiami John Matcham: io, Richard Shelton, capiti quello che capiti, avvenga che può, ti porterò sano e salvo a Holywood. Che i santi mi puniscano se ti abbandono. Su, fatti animo, signor Visopallido! La strada si fa migliore qui; sprona il cavallo. Più svelto! più svelto! Non badare a me; so correre come un daino. Così, con il cavallo al trotto serrato e Dick che gli correva agile a fianco, attraversarono quanto rimaneva della palude e uscirono sulla riva del fiume, presso la capanna del traghettatore. IL TRAGHETTO DELLA PALUDE. Il fiume Till era una gran massa d'acqua pigra e limacciosa stillante dalle paludi, e in quel punto del suo corso si faceva strada in mezzo a un centinaio di isolette paludose e ammantate di salici. Era un cupo fiume melmoso; ma in quel luminoso e vivido mattino tutto era diventato bello. Il vento e le martore lo rompevano in innumerevoli fossette; e il riflesso del cielo si disseminava su tutta la superficie in briciole di sorridente azzurro. Una piccola insenatura veniva a incontrare il sentiero, e subito sotto la sponda si accoccolava la capanna del traghettatore. Era fatta di vimini e d'argilla, e l'erba cresceva verde sul tetto. Dick andò alla porta e l'aprì. Dentro, su un sudicio vecchio e ruvido mantello, stava sdraiato il battelliere, scosso dai brividi; un bel pezzo d'uomo, ma magro e sparuto e tremante dalla febbre della palude. - Ehi, "Master" Shelton - disse, - siete qui per il traghetto? Brutti tempi, brutti tempi! State in guardia. C'è in giro una combriccola. Fareste meglio a tornare sui vostri passi e tentare il ponte. - No, il tempo fugge - rispose Dick. - Il tempo è prezioso, Hugh del Traghetto. Ho una fretta del diavolo. - Uomo ostinato! - insisté il battelliere, alzandosi. - Se arriverete sano e salvo a Moat House, siete anche un uomo fortunato; ma non dico altro. - E poi, scorgendo Matcham: - E questo chi è? - domandò arrestandosi sulla soglia della capanna e fissandolo. - E' un mio parente, "Master" Matcham - rispose Dick. - Vi do il buon giorno, bravo traghettatore - disse Matcham che era sceso dal cavallo e si avvicinava tenendolo per la briglia. - Mettete in acqua la vostra barca, vi prego; abbiamo una fretta terribile. Il macilento battelliere continuava a fissarlo. - Per la messa! - proruppe infine e rise a piena gola. Matcham arrossì fino al collo, trasalendo; e Dick, con aria severa, mise una mano sulla spalla del villano. - Andiamo, becero! - gridò. - Fa' il tuo dovere e lascia le burle a chi è meglio di te. Hugh del Traghetto sciolse la barca brontolando e la spinse un po' al largo nell'acqua profonda. Allora Dick vi guidò dentro il cavallo e Matcham lo seguì. - Siete di taglia piccola, padroncino - disse Hugh con un largo sorriso; - hanno sbagliato di stampo, probabilmente. Ecco, ecco, "Master" Shelton, sono tutto per voi - soggiunse, dando di piglio ai remi. - Anche un gatto può guardare un re. Non ho fatto che dare un'occhiata a "Master" Matcham. - Basta così, briccone - disse Dick. - Piega la schiena. Erano ormai all'imboccatura dell'ansa, e la vista si apriva di qua e di là del fiume. Ovunque era rotto da isolette. Banchi d'argilla s'immergevano, salici accennavano, giunchi ondeggiavano, martore si tuffavano e facevano capolino. Nessun indizio d'essere umano nel labirinto delle acque. - Padrone mio - disse il battelliere, tenendo ferma la barca con un remo, - credo di non sbagliarmi se dico che John della Palude è sull'isola. Porta un rancore nero a tutta la gente di Sir Daniel. Che ne dite se risalgo la corrente e vi sbarco a un tiro di freccia oltre il sentiero? Sarebbe meglio che non v'immischiaste con John della Palude. - Ah sì? Fa parte della compagnia? - domandò Dick. - Già, acqua in bocca - disse Hugh. - Ma io risalirei la corrente, Dick. E se una freccia pigliasse "Master" Matcham? - e di nuovo rise. - Va bene, Hugh - rispose Dick. - Allora sentite - continuò Hugh. - Se deve essere così, tirate giù la balestra, così; ora preparatela, bene, così; tenetemi puntata contro una freccia. Sì, rimanete così, e guardatemi con la grinta feroce. - Ma che significa questa storia? - chiede Dick. - Be', padrone mio, se ve la faccio svignare, deve essere sotto la spinta della paura - rispose il battelliere; - altrimenti, se John della Palude viene a saperlo, c'è tutta la probabilità che mi diventi un vicino assai pericoloso. - Sono così violenti questi mascalzoni? - s'informò Dick. - La fanno da padroni sul traghetto di Sir Daniel? - Eh - sussurrò il battelliere, ammiccando. - Sentite quello che vi dico. Sir Daniel è in ribasso. Ha fatto il suo tempo. Cadrà. Ma zitti! - E si piegò sui remi. Risalirono il fiume per un buon tratto, aggirarono una isola, e scesero dolcemente giù per il canale angusto presso la sponda opposta. Allora Hugh si tenne fermo nel mezzo della corrente. - Devo sbarcarvi qui fra i salici - disse. - Qui non c'è alcun sentiero, ma acquitrini pieni di salici e pantani - osservò Dick. - "Master" Shelton - replicò Hugh, - non oso portarvi più giù, nel vostro stesso interesse. Sta sorvegliando il passo, con l'arco pronto. Tutti quelli che passano e sono dipendenti di Sir Daniel, li abbatte come conigli. L'ho sentito giurarlo per la croce. Se non vi conoscessi da tempo, eh sì, da molto molto tempo, vi avrei lasciato proseguire; ma in memoria dei vecchi tempi, e perché avete qui con voi questo giocattolino che non è fatto per le ferite o le battaglie, ho rischiato le mie due povere orecchie per farvi passare sani e salvi. Accontentatevi; non posso fare di più, per la salute mia! Hugh stava ancora parlando, poggiandosi sui remi, quando si levò un grand'urlo tra i salici dell'isola, e poi il rumore d'un uomo robusto che si faceva strada a forza nella boscaglia. - Che peste! - gridò Hugh. - Stava proprio sull'isola! - Remò a tutta forza verso la sponda. - Minacciatemi con l'arco, buon Dick, minacciatemi senza equivoco - soggiunse. - Ho cercato di salvarvi la pelle, salvate la mia, ora. La barca andò a urtare con un tonfo contro un folto boschetto di salici. Matcham, pallido ma sicuro e vigile, a un segno di Dick, corse lungo il sedile e saltò a riva; Dick, prendendo il cavallo per la briglia, cercò di fare altrettanto, ma sia per la massiccia struttura dell'animale, sia perché i salici erano troppo fitti, rimasero tutti e due incagliati. Il cavallo nitriva e scalciava; e la barca, oscillante in un risucchio, si accostava e si allontanava da riva beccheggiando con violenza. - Non è possibile, Hugh; qui non si può sbarcare - gridò Dick; ma continuava a lottare coraggiosamente con il boschetto ostinato e l'animale impaurito. Un uomo alto comparve sulla sponda dell'isola, armato di balestra. Dick lo scorse per un istante, con la coda dell'occhio, che curvava l'arco con grande sforzo, rosso in viso per la corsa. - Chi va là? - urlò. - Hugh, chi va là? - E' "Master" Shelton, John - rispose il traghettatore. - Ferma, Dick Shelton! - gridò l'uomo sull'isola. - Non vi si farà alcun male, in nome della croce. Fermatevi! Fatti indietro, Hugh del traghetto! Dick gli gridò di rimando una risposta ch'era una canzonatura. - E sta bene, allora, andrete a piedi - ribatté l'uomo; e lasciò partire una freccia. Il cavallo, colpito, balzò di dolore e di terrore; la barca si capovolse, e un istante dopo tutti lottavano nei vortici del fiume. Quando tornò a galla, Dick si trovava a un metro circa dalla riva; e prima ancora che gli occhi gli si schiarissero, la sua mano si era chiusa su qualcosa di solido e di forte che immediatamente cominciò a tirarlo avanti. Era il frustino che Matcham, arrampicatosi su un ramo di salice reclino sull'acqua, gli aveva molto tempestivamente infilato nel pugno. - Per la messa! - esclamò Dick, mentre l'altro l'aiutava a salire sulla sponda, - ora è la vita che ti devo. So nuotare come una palla di cannone. - E subito si volse verso l'isola. In mezzo al fiume, Hugh del Traghetto nuotava con la sua barca capovolta, mentre John della Palude, furioso per il cattivo risultato del suo colpo, gli urlava di fare presto. - Andiamo, Jack (1) - disse Shelton, - di corsa! Prima che Hugh possa trascinare a riva il suo barcone, e che fra tutti e due riescano a raddrizzarlo, possiamo farcela a metterci fuori tiro. E facendo seguire l'esempio alle parole, si mise a correre, schivando i salici e nei pantani saltando da zolla a zolla. Non aveva tempo di curarsi della direzione; tutto quello che poteva fare era voltare le spalle al fiume, e mettere tutta l'energia nella corsa. Ma non passò molto tempo che il terreno cominciò a salire, dimostrandogli che si stava ancora tenendo nella giusta direzione, e ben presto sbucarono su un pendio di terra solida e verde, dove gli olmi cominciavano a mescolarsi ai salici. Ma qui Matcham, che si era trascinato rimanendo molto indietro, si lasciò cadere, abbandonandosi. - Lasciami, Dick! - gridò affannato; - io non ce la faccio più. Dick si volse e tornò sui suoi passi fin dove era caduto il suo compagno. - Ma no, Jack, lasciarti! - esclamò. - Sarebbe una canagliata davvero, dopo che hai rischiato una freccia e un tuffo, e sì, anche d'annegare, per salvarmi la vita. Annegarti, proprio così; perché, come ho fatto a non tirarti sotto con me, solo i santi lo sanno! - No - disse Matcham, - avrei portato in salvo tutti e due, buon Dick, perché io so nuotare. - Davvero? - esclamò Dick spalancando gli occhi. Era l'unica perizia maschile di cui egli stesso fosse incapace. Nell'ordine delle cose che ammirava, subito dopo l'uccidere un uomo in un a corpo a corpo, veniva il nuoto. - Bene - disse, - ecco qui una lezione che m'insegna a non disprezzare nessuno. Ho promesso di proteggerti fino a Holywood, e, Jack, sei tu che sai meglio proteggere me. - Bene, Dick, ora siamo proprio amici - disse Matcham. - Ma non siamo mai stati nemici - rispose Dick. - Tu sei un bravo ragazzo, a modo tuo, anche se un po' effeminato. Non ho mai incontrato uno come te. Ma di grazia, riprendi fiato e rimettiamoci in moto. Non è posto questo per stare a conversare. - Il piede mi fa un male terribile - disse Matcham. - Già, avevo dimenticato il tuo piede - fece Dick. - Be', andremo più adagio. Vorrei sapere con precisione dove ci troviamo. Ho perduto assolutamente il sentiero; ma forse è meglio così. Se sorvegliano il traghetto, sorvegliano anche il sentiero, molto probabilmente. Vorrei che Sir Daniel ci fosse venuto dietro con una quarantina d'uomini; spazzerebbe via queste canaglie come il vento spazza le foglie. Andiamo, Jack, appoggiati alla mia spalla, povero piccolo. Già, non ci arrivi, non sei alto abbastanza. Quanti anni hai? Scommettiamo? Dodici? - No, ne ho sedici - disse Matcham. - Sei cresciuto poco, allora - rispose Dick. - Ma dammi la mano. Andremo adagio, non aver paura. Ti devo la vita; e io so ben ripagare, Jack, tanto il bene quanto il male. Presero a salire lungo il pendio. - Dobbiamo incontrare la strada, presto o tardi - continuò a dire Dick; - e allora andremo più sicuri. Per la messa, hai una mano minuscola. Jack! Se io avessi una manina così, mi vergognerei. Sai che ti dico? - riprese con una risatina improvvisa. - Giuro per la messa che credo che Hugh del Traghetto ti ha preso per una ragazza. - No, mai! - gridò l'altro, arrossendo forte. - Ma sì, ci scommetto! - esclamò Dick. - E non c'è da biasimarlo. Hai più l'aspetto d'una ragazza che d'un uomo; e ti dico che hai un aspetto strano per essere un ragazzo; ma come giovinetta, Jack, saresti proprio bella, saresti. Una fanciulla piena di grazia, proprio. - Ebbene - disse Matcham, - sai perfettamente che non lo sono. - Lo so; scherzo soltanto - disse Dick. - Per tua madre sarai un uomo, Jack. Coraggio, giovanotto! Tirerai dei magnifici colpi. Chi di noi due, mi domando, sarà fatto cavaliere per primo, Jack? perché io cavaliere sarò fatto, a costo della vita. «Sir Richard Shelton, cavaliere»: suona proprio bene. Ma non suona male neppure «Sir John Matcham». - Ti prego, Dick, fermiamoci, ché beva - disse l'altro, arrestandosi dove una piccola polla limpida sgorgava dal pendio in una cavità ghiaiosa non più grande di una tasca. - E oh, Dick, se potessi avere qualcosa da mangiare! Mi fa male il cuore per la gran fame. - Ma come, sciocchino, non hai mangiato a Kettley? - fece Dick. -Avevo fatto un voto: ero stato trascinato in un peccato - balbettò Matcham; - ma ora, anche se solo pane secco, lo mangerei come la manna. - Siediti allora, e mangia - disse Dick, - mentre vado un po' avanti a esplorare se si vede la strada. - E si tolse dalla cintura una sacchetta con del pane e qualche pezzo di lardo affumicato; e mentre Matcham attaccava il cibo di gusto, si allontanò fra gli alberi. Un po' più in là c'era nel terreno una depressione, dove scorreva un ruscelletto tra le foglie morte; e ancora più in là gli alberi crescevano più robusti e più radi, e la quercia e il faggio cominciavano a prendere il posto del salice e dell'olmo. Il continuo frusciare e fischiare del vento tra le foglie nascondeva a sufficienza il rumore dei passi sulle ghiande; era per l'orecchio come una notte illune per l'occhio; ma Dick procedeva ugualmente con ogni cautela, scivolando da un grosso tronco all'altro, e intanto guardandosi attento intorno, continuamente. D'un tratto una daina passò come un'ombra attraverso il sottobosco proprio di fronte a lui, che si fermò contrariato. Quella parte di bosco era certamente deserta, ma ora che quella povera bestia era scappata di corsa, era come una messaggera che lui si fosse mandata avanti ad annunziare il suo arrivo; e invece di procedere oltre, si volse al grosso albero più vicino e cominciò ad arrampicarvisi. La fortuna lo aveva servito bene. La quercia sulla quale era salito era una delle più alte di quella zona, e sovrastava tutte le cime all'intorno d'un braccio e mezzo almeno; e quando Dick fu in cima, a cavalcioni della più alta biforcazione dei rami, oscillando vertiginosamente nel gran vento, scorse dietro di sé tutta la pianura paludosa fino a Kettley, e il Till errante fra le isolette boscose; e davanti la linea bianca della strada maestra serpeggiante tra la foresta. La barca era stata raddrizzata, ed era già al traghetto, in mezzo alla corrente. All'infuori di quella, non c'era indizio d'esseri umani né d'altro moto se non del vento. Stava per scendere, quando, dando un ultimo sguardo, l'occhio gli cadde su una fila di punti che si muovevano verso la palude. Era chiaro che una piccola schiera percorreva il sentiero selciato, e anche di buon passo; e la cosa lo preoccupò alquanto, mentre si lasciava scivolare vigorosamente lungo il tronco e si affrettava attraverso il bosco a raggiungere il suo compagno. NOTE. NOTA 1: Jack è diminutivo di John (Nota del traduttore). LA COMPAGNIA DEL BOSCO VERDE. Matcham era ben riposato e ristorato; e i due ragazzi, sospinti da quanto Dick aveva visto, superarono di volo il resto del bosco, traversarono la strada senza ostacoli, e presero a salire l'altura della foresta di Tunstall. Gli alberi si raggruppavano sempre più fitti, con delle radure rossastre qua e là, sabbiose, tutte coperte d'erica e disseminate di vecchi tassi. Il terreno si faceva sempre più ineguale, pieno di buche e di rialzi. E a ogni passo della salita il vento soffiava e fischiava più forte, e gli alberi piegavano alle raffiche come canne da pesca. Erano appena usciti in una di quelle radure, quando Dick si buttò improvvisamente faccia a terra fra i rovi, e cominciò a strisciare lentamente all'indietro verso il riparo del folto. Matcham, assai stupito perché non gli riusciva di capire il motivo di quella fuga, imitò tuttavia il suo compagno; e fu solo quando ebbero raggiunto la protezione del bosco che si volse a Dick pregandolo di dargli una spiegazione. Per tutta risposta, Dick gl'indicò col dito. All'estremità opposta della radura un abete s'appuntava alto al di sopra degli alberi vicini, con la fronda cupa stagliata nettamente contro il cielo. Fino a cinquanta piedi circa da terra il tronco si levava diritto e solido come una colonna. Poi si divideva in due ramature massicce, e nella biforcazione, come un marinaio sull'albero maestro, si teneva in piedi un uomo in cotta d'arme verde, intento a spiare lontano tutto all'ingiro. Il sole gli splendeva sui capelli; con una mano si faceva schermo agli occhi per guardarsi intorno, continuando a volgere lentamente la testa da una parte all'altra con la regolarità d'una macchina. I due ragazzi si scambiarono un'occhiata. - Proviamo a prendere a sinistra - disse Dick. - Non ci siamo caduti per un pelo, Jack. Dieci minuti dopo sbucavano su un sentiero battuto. - Ecco una parte della foresta che non conosco - notò Dick. - Dove porterà questa pista? - Andiamo a vedere - disse Matcham. Dopo pochi metri il sentiero raggiungeva la cima d'un rialzo per scendere poi bruscamente verso il valloncello a forma di coppa. In fondo, sporgevano fuori da un folto ciuffo di biancospino fiorito due o tre frontoni senza tetto, come anneriti da un incendio, e un unico alto comignolo: stavano a indicare le rovine di un'abitazione. - Che può essere? - sussurrò Matcham. - Per la messa, non ne ho la minima idea - rispose Dick. - Non ci capisco niente. Avanziamo con prudenza. Con i cuori che battevano forte, scesero inoltrandosi fra il biancospino. Qua e là oltrepassarono segni di recente coltivazione; alberi da frutto e ortaggi inselvatichivano in mezzo agli arbusti; un orologio a sole era caduto nell'erba; sembrava che camminassero su quanto una volta era stato un orto o un giardino. Qualche passo ancora e si trovarono davanti alle rovine della casa. Era stata una dimora solida e di bell'aspetto. Un fossato ora asciutto vi era stato scavato tutto all'intorno; era tutto ostruito dai rottami, e una trave caduta fungeva da ponte. I due muri posteriori ancora reggevano, con il sole che splendeva attraverso le finestre vuote; ma il rimanente dell'edificio era crollato, e non era più che un cumulo di macerie, annerite dal fuoco. Nell'interno, già qualche pianta spuntava verde fra i crepacci. - Credo proprio - mormorò Dick, - che si tratti di Grimstone. Era un fortilizio di un certo Simon Malmesbury; Sir Daniel è stato la sua rovina! Fu Bennet Hatch a incendiarlo, cinque anni fa. E davvero è stato un peccato, perché era una gran bella dimora. Giù al fondo di quel valloncello, dove non soffiava il vento, l'aria era tiepida e tutto era tranquillo; e Matcham, posando una mano sul braccio di Dick, alzò un dito ammonitore. - Ascolta! - disse. Allora s'udì uno strano suono rompere il silenzio. Fu ripetuto due volte prima che ne riconoscessero la natura. Era il rumore che faceva un uomo di potente struttura schiarendosi la gola; e subito dopo una voce rauca e stonata ruppe in un canto: "Allora parlò il capo, il re dei fuorilegge: Che fate qui, allegri compagni, nel folto del bosco verde? E Gamelyn rispose, e non guardava mai a terra: Oh, deve ben vagare tra i boschi chi non può entrare in città!" Il cantore tacque, seguì un leggero tintinnio metallico, poi silenzio. I due ragazzi rimasero a guardarsi. Chiunque potesse essere, il loro invisibile vicino era proprio dietro quelle macerie. E d'un tratto il colore torno in viso a Matcham, e l'attimo dopo aveva attraversato il ponte formato dalla trave caduta, e si arrampicava cauto sul grosso mucchio di legname che riempiva l'interno della casa scoperchiata. Dick avrebbe voluto trattenerlo, ma non ne ebbe il tempo, e non gli rimase che seguirlo. Proprio in un angolo delle rovine, due travi erano cadute in croce e proteggevano uno spazio vuoto non più largo d'un banco di chiesa. I ragazzi vi si cacciarono senza fare il minimo rumore. Là vi stavano perfettamente nascosti, e attraverso una feritoia potevano osservare quello che c'era dall'altra parte. Non appena messovi l'occhio, rimasero impietriti dal terrore. La ritirata era impossibile; non osavano neppure respirare. Proprio sull'orlo del fossato, a meno di trenta passi da dove si erano accucciati, un calderone di ferro ribolliva e fumava sulla fiamma d'un gran fuoco; e accanto, in atto d'ascoltare come se avesse colto qualche rumore del loro arrampicarsi sulle macerie, un uomo alto, rosso in viso, e con l'aspetto di chi è stato sbattuto da troppe tempeste, si teneva ritto con un cucchiaio di ferro in mano, armato di corno e d'una formidabile daga alla cintura. Non poteva essere che il cantore di prima; ed era anche chiaro che stava rimescolando nel paiolo quando un passo incauto fra il legname gli aveva colpito orecchio. Poco distante un altro uomo sonnecchiava disteso, avvolto in un mantello bruno, con una farfalla che gli volteggiava intorno al viso. Tutto ciò era in una radura bianca di margherite; e in fondo un arco, una faretra piena di frecce, e parte della carcassa d'un daino pendevano dai rami d'un biancospino fiorito. L'uomo smise di ascoltare, come rassicurato, si portò il cucchiaio alla bocca, ne assaggiò il contenuto, approvò con un cenno del capo, e riprese a mescolare e a cantare: "Oh, deve ben vagare tra i boschi chi non può entrare in città!" gracchiò, riprendendo la canzone dove l'aveva interrotta. "Oh, sir, non erriamo qui per fare alcun male Ma se incontriamo un daino del buon re, gli tiriamo una freccia." Sempre cantando, tirava su di tanto in tanto un'altra cucchiaiata di brodo, vi soffiava sopra e l'assaggiava, con tutta l'aria di un cuoco esperto. Finalmente parve giudicare pronto il pasto, perché prese il corno dalla cintura e vi soffiò tre volte un richiamo modulato. L'altro uomo si destò, si rotolò sull'erba, cacciò con un gesto la farfalla, e si guardò intorno. - Che succede, fratello? - disse. - Il pranzo? - Sicuro, ubriacone - rispose il cuoco, - è pronto il pranzo, e un pranzo a secco, per giunta, senza birra né pane. C'è poco piacere a stare nel bosco, oggi; c'era un tempo che un brav'uomo poteva viverci come un abate mitrato, a parte la pioggia e il gelo; poteva saziarsi a volontà di birra e di vino. Ma adesso è morto lo spirito d'una volta, e questo John Aggiusta-tutto, che Dio ci salvi e ci guardi, non è che un pupazzo impagliato, buono a spaventare i corvi. - Ma no - fece l'altro, - tu pensi troppo a mangiare bene e a bere, Senzalegge. Abbi un po' di pazienza; i tempi buoni stanno per arrivare. - Eh già! - ribatté il cuoco, - questi tempi buoni li sto aspettando da quando ero alto così. Sono stato frate francescano; sono stato un arciere del re; sono stato marinaio e ho navigato per i mari salati; e non è la prima volta che ho fatto vita di bosco, per la verità, e ho tirato al daino del re. Che ne è venuto? Niente! Era meglio se fossi rimasto nel chiostro. John Abate vale più che John Aggiusta-tutto. Per la Vergine! eccoli che vengono. Uno dopo l'altro, uomini altrettanto grandi e grossi cominciarono a comparire sul prato. Arrivando, ciascuno tirava fuori un coltello e una tazza di corno, si serviva dal calderone e si sedeva sull'erba a mangiare. Erano in varia guisa acconciati e armati; alcuni in vecchi giacconi e con null'altro che un vecchio coltello e un arco; altri nell'eleganza più raffinata della foresta, tutti in panno verde di Lincoln, cappuccio e giustacuore, con frecce adorne di squisite penne di pavone alla cintura, un corno sospeso alla bandoliera, e spada e daga ai fianchi. Arrivavano taciturni per la fame, e appena brontolavano un saluto, buttandosi giù immediatamente a mangiare. Se n'erano radunati già forse una ventina, quando si levò un evviva soffocato fra i biancospini e subito dopo sbucarono sul prato cinque o sei taglialegna portando una barella. Un tipo allegro d'alta statura, alquanto brizzolato, e abbronzato come un prosciutto affumicato, camminava davanti a loro con una cert'aria d'autorità, l'arco sulle spalle e uno schidione lucente in mano. - Ragazzi! - gridò, - miei bravi compagni e amici miei allegri, finora avete cantato a gola asciutta e vissuto a disagio. Ma che dicevo sempre? Non stancatevi mai di aspettare la fortuna; fa presto, fa presto a girare. Ecco qui! ecco la sua primizia: questa magnifica cosa, birra! Ci fu un mormorio di plauso, mentre i portatori depositavano la barella e scaricavano una grossa botte. - E ora in fretta, ragazzi - continuò l'uomo. - C'è lavoro da fare. Un manipolo di arcieri è arrivato proprio adesso al traghetto, la divisa; azzurro e amaranto; sono il nostro bersaglio; assaggeranno tutti le frecce, neppure uno deve sfuggirci nel bosco. Perché, ragazzi, noi siamo qui in una cinquantina, e ognuno di noi ha subito un torto dei più atroci; qualcuno ha perduto la terra, altri gli amici; e altri ancora sono stati banditi: oppressi tutti! E chi è autore di tanto male? Sir Daniel, per la croce! Dovrà dunque trarne profitto? dovrà starsene comodo nelle nostre case? dovrà arare lui i nostri campi? succhiarsi lui l'osso che ci ha rubato? Mi figuro di no. Ha manovrato la legge; ha vinto le cause, ma c'è una causa che non vincerà: ho qui un mandato alla mia cintura, che, grazie ai santi, trionferà su di lui. Senzalegge, il cuoco, era ormai già alla sua seconda coppa di birra. La sollevò, come per brindare all'oratore. - "Master" Ellis - disse, - voi siete tutto per la vendetta, e bene vi conviene! Ma il vostro povero fratello dei boschi, che non ebbe mai terre da perdere né amici da ricordare, guarda piuttosto, per la sua povera parte, al profitto della cosa. Preferisce un "noble" d'oro (1) e un boccale di vino delle Canarie a tutte le vendette del purgatorio. - Senzalegge - replicò l'altro, - per raggiungere Moat House, Sir Daniel deve passare per la foresta. Gli renderemo quel passaggio più duro, perdiana!, di qualunque battaglia. Allora, quando sarà rimasto a terra sia pure con quel pugno di cenciosi che non ci possa sfuggire, e tutti i suoi grandi amici saranno caduti o scappati, e non ci sarà nessuno a dargli aiuto, assedieremo il vecchio volpone e terribile sarà la sua caduta E' una grossa preda: ci darà da pranzo a tutti. - Eh! - ribatté Senzalegge, - ne ho già mangiati molti di questi pranzi ripromessi; ma è a cuocerli che è difficile, buon "Master" Ellis. E intanto, che facciamo? Prepariamo frecce nere, scriviamo versi, e beviamo acqua fresca e pura, quella bevanda sconsolante. - Non dici il vero, Will Senzalegge. Odori ancora di dispensa di francescani; la tua rovina è la gola - rispose Ellis. - Abbiamo preso venti sterline da Appleyard. Abbiamo preso sette marchi dal messaggero ella notte scorsa. Soltanto ieri ne abbiamo avuti cinquanta dal mercante. - E oggi - disse uno degli uomini, - ho fermato un grasso mercante d'indulgenze che galoppava di gran furia verso Holywood. Ecco la sua borsa. Ellis ne contò il contenuto. - Cento scellini! - brontolò. - Idiota, ne aveva altri nei sandali o cuciti nella pellegrina. Non sei che un bambino, Tom Cuckow; ti sei lasciato scappare il pesce. Tuttavia, malgrado la sparata, Ellis intascò la borsa con noncuranza. Rimase in piedi appoggiato allo schidione, e guardò in giro i compagni. In atteggiamenti svariati, ingoiavano avidamente il loro stufato di selvaggina, e lo innaffiavano generosamente di birra. Quella era una buona giornata; la fortuna era dalla parte loro; ma il lavoro urgeva, e si affrettavano a terminare il pasto. I primi ad arrivare avevano ormai già finito il pranzo. Alcuni si erano buttati sull'erba cadendo addormentati all'istante, come serpenti boa; altri chiacchieravano o esaminavano le armi; e uno, d'umore particolarmente gaio, levando in alto una tazza di birra, cominciò a cantare: "Qui non c'è legge nel bosco verde, E qui non c'è mancanza mai di carne; C'è quiete e gioia, con il daino a pranzo, In piena estate, quando tutto è dolce. Poi ritorna l'inverno, e vento e pioggia, Torna l'inverno con la neve e il gelo, Andate a casa, col cappuccio al viso, Sedete accanto al fuoco e desinate." Durante tutto il tempo i due ragazzi avevano ascoltato e si erano tenuti stretti l'uno accanto all'altro; soltanto Richard si era sfilato la balestra e teneva pronto in mano il grappino che gli serviva per caricarla. Altrimenti non avevano osato muoversi; e quella scena di vita silvestre s'era svolta davanti ai loro occhi come una rappresentazione teatrale. Ma si verificò all'improvviso una strana interruzione. L'alto camino che sovrastava al resto delle rovine si levava proprio sopra il loro nascondiglio. Un fischio traversò l'aria, poi uno schiocco sonoro, e i frammenti di una freccia spezzata caddero quasi in testa ai ragazzi. Qualcuno da un punto elevato della foresta, forse proprio la sentinella che avevano vista appostata sull'abete, aveva scagliato una freccia contro la cima del camino. Matcham non poté reprimere un piccolo grido, subito soffocato, e anche Dick fece un sobbalzo per la sorpresa e si lasciò cadere il grappino dalle dita. Ma per il gruppo sul prato quella freccia era un segnale atteso. Furono tutti in piedi di colpo, stringendosi le cinture, provando le corde degli archi, saggiando la scorrevolezza delle spade e delle daghe nelle guaine. Ellis alzò la mano; il viso gli aveva improvvisamente assunto un'aria d'energia selvaggia; e il bianco degli occhi gli luceva nel viso abbronzato. - Ragazzi - disse, - conoscete i vostri posti. Che non vi sfugga anima viva. Appleyard è stato un aperitivo prima del pasto ma ora andiamo a tavola. Ci sono tre uomini che voglio vendicare amaramente: Harry Shelton, Simon Malmesbury, e - battendosi il largo petto, - Ellis Duckworth, per la messa! Un altro uomo, scalmanato per la corsa, si fece largo fra il biancospino. - Non è Sir Daniel! - ansimò. - Sono sette soltanto. E' arrivata la freccia? - Ha colpito proprio adesso - rispose Ellis. - Peste! - gridò il messaggero. - Mi pareva bene d'averla intesa fischiare! E così rimango senza pranzo! Nello spazio d'un minuto, alcuni di corsa, altri camminando speditamente, a seconda che le loro poste erano più vicine o più lontane, gli uomini della Freccia Nera erano tutti scomparsi dalle vicinanze della casa in rovina; e il calderone, e il fuoco, che ora si stava spegnendo, e la carcassa del daino sul biancospino, rimanevano unica testimonianza della loro presenza di poco prima. NOTE. NOTA 1: Antica moneta del valore di 6 scellini e otto denari (Nota del traduttore). SANGUINARIO COME UN CACCIATORE. I ragazzi rimasero fermi finché il rumore dell'ultimo passo non si confuse col vento. Allora si alzarono, e pieni di dolori, perché la posizione costretta li aveva indolenziti, si fecero strada attraverso le macerie e varcarono di nuovo il fossato sulla trave. Matcham aveva raccolto il grappino e andava avanti, con Dick che lo seguiva rigido, con l'arco al braccio. - E ora - disse Matcham, - via a Holywood. - A Holywood! - esclamò Dick. - Quando della brava gente sta per essere presa di mira? Eh, no! Voglio prima vederti impiccato, Jack! - Tu mi abbandoneresti, dunque? - domandò Matcham. - Ah, in fede mia! - ribatté Dick. - Se non faccio in tempo ad avvertire quei ragazzi, voglio morire con loro. Che! vorresti che io abbandonassi la gente mia, con la quale ho sempre vissuto? Spero bene di no! Dammi il grappino. Ma niente era più lontano dall'intenzione di Matcham. - Dick - disse, - hai giurato davanti ai santi che mi avresti accompagnato in salvo a Holywood. Vorresti rinnegare il giuramento? Vorresti abbandonarmi... spergiuro? - No, l'ho giurato seriamente - rispose Dick. - E intendevo farlo, anche; ma ora! Vediamo, Jack, torna dalla mia parte. Fammi avvertire quegli uomini e, se è necessario, rischiare con loro; poi sarò libero e riprenderò la strada di Holywood e manterrò la mia parola. - Ma ti stai prendendo gioco di me - rispose Matcham. - Quegli uomini che vai a soccorrere sono gli stessi che mi stanno dando la caccia per rovinarmi. Dick si grattò la testa. - Non ci posso far niente, Jack - disse. - Non c'è rimedio. Che ci vuoi fare? Tu non corri gran pericolo, amico; ma quelli stanno correndo il rischio di morire. Morire! - ripeté. - Pensaci! Per quale maledizione vuoi trattenermi? Dammi il grappino. Per San Giorgio! devono morire tutti? - Richard Shelton - disse Matcham, guardandolo franco in viso, - vorresti dunque metterti dalla parte di Sir Daniel? Non hai orecchi? Non hai sentito quell'Ellis, che ha detto? o non hai cuore per il sangue tuo e il padre che quegli uomini ti hanno assassinato? «Harry Shelton» ha detto; e Sir Harry Shelton era tuo padre, com'è vero che il sole splende nel cielo. - Che vorresti? - insisté Dick. - Vorresti che io prestassi fede a dei ladri? - No, io l'ho già inteso dire - ribatté Matcham. - E' voce generale che è stato Sir Daniel ad assassinarlo. L'ha ucciso contro giuramento; nella sua casa stessa ha versato il sangue innocente. Il cielo grida vendetta; e tu, suo figlio, te ne vai in giro a soccorrere e a difendere l'assassino! - Jack! - gridò l'altro, - io non so. Può essere, che so io? Ma stammi a sentire; quell'uomo mi ha allevato e nutrito, e con la sua gente ho cacciato e giocato; e abbandonarli nell'ora del pericolo... Amico, se facessi questo, sarei morto all'onore! No, Jack, tu non vorrai pretenderlo a me; non mi vorresti così vile. - Ma tuo padre, Dick? - disse Matcham, non più tanto sicuro. - Tuo padre? e il giuramento fatto a me? Hai preso i santi a testimonio. - Mio padre? - gridò Shelton. - No, lui vorrebbe che io andassi! Se Sir Daniel l'ha ucciso, quando verrà l'ora questa mano ucciderà Sir Daniel; ma io non abbandonerò mai nel pericolo né lui né i suoi. E quanto al mio giuramento, buon Jack, tu me ne scioglierai qui. Per la vita di tanti uomini che non t'hanno fatto alcun male, e per il mio onore, mi renderai la libertà. - Io, Dick? Mai! - ribatté Matcham. - Se mi lasci, sei uno spergiuro, e lo dichiarerò sempre. - Mi bolle il sangue - disse Dick. - Dammi il grappino! Dammelo! - No - disse Matcham. - Ti salverò tuo malgrado. - Ah, no? - gridò Dick. - Ti ci costringo io! - Prova - disse l'altro. Rimasero fermi a guardarsi negli occhi, pronti a lanciarsi. Poi Dick fece un balzo avanti; e sebbene Matcham si voltasse immediatamente fuggendo, in due salti fu sopraffatto, gli fu strappato di mano il grappino, fu gettato violentemente a terra, e Dick gli fu sopra, rosso in volto e minaccioso, con i pugni chiusi. Matcham rimase dove era caduto, con il viso nell'erba, senza alcuna intenzione di resistere. Dick caricò l'arco. - T'insegno io! - gridò brutale. - Giuramento o non giuramento, va a farti impiccare! E si volse prendendo a correre. Matcham fu subito in piedi e gli si mise a correre dietro. - Che vuoi? - gridò Dick, arrestandosi. - Che mi vieni dietro a fare? Vattene! - Ti seguo quanto mi pare - disse Matcham. - Il bosco è libero anche per me. - Indietro, per la Vergine santa! - urlò Dick, levando l'arco. - Ah, che ragazzo coraggioso! - ritorse Matcham. - Tira! Dick abbassò l'arma con una certa confusione. - Guarda - disse. - Mi hai già danneggiato abbastanza. Va' adesso. Va' per la tua strada in pace; volente o nolente, ti ci costringerò. - Va bene - disse Matcham ostinato, - tu sei il più forte. Fa' come ti pare. Non smetterò di seguirti, Dick, a meno che tu non me lo impedisca con la forza, soggiunse. Dick era quasi fuori di sé. Non gli faceva cuore battere una creatura così indifesa; e, per la vita sua, non conosceva altro mezzo per sbarazzarsi di quel compagno così importuno e, cominciava a pensare, forse sleale. - Credo che tu sia pazzo - gridò. - Idiota, sto correndo dai tuoi nemici; e ci corro quanto più veloce le gambe mi ci portano. - Non me ne importa niente, Dick - replicò il giovinetto. - Se sei destinato a morire, Dick, voglio morire anch'io. Preferirei andare con te in prigione piuttosto che rimanere libero senza di te. - E va bene - rispose l'altro, - non posso più stare qui a cianciare. Seguimi, se proprio lo devi; ma se mi fai il doppio gioco, non ti conviene, bada bene. Ti prendi in corpo una freccia, ragazzo mio. Così dicendo, Dick si mise di nuovo a correre tenendosi al margine del folto e guardandosi sempre intorno attentamente. Fu presto fuori del valloncello e si ritrovò nella zona più scoperta del bosco. A sinistra si scorgeva un piccolo dosso, cosparso di ginestra dorata e coronato da un ciuffo nero di abeti. - Di lassù potrò vedere - pensò, e vi si diresse traversando una radura tutta coperta d'erica. Aveva fatto qualche passo appena, che Matcham lo toccò sul braccio e gli fece segno di guardare. A oriente dell'altura si apriva un affossamento, come un valloncello che portasse dall'altra parte; la brughiera non terminava; tutto il suolo era rugginoso come uno scudo non forbito, e disseminato scarsamente di tassi; e là, in fila indiana, Dick vide una decina di giustacuori verdi che risalivano il pendio, e marciando in testa, cospicuo per il suo schidione, Ellis Duckworth in persona. Uno dopo l'altro raggiunsero la cima, si stagliarono un istante contro il cielo, e sprofondarono dall'altra parte, finché l'ultimo scomparve. Dick guardò Matcham con occhio più dolce. - Allora mi sei fedele, Jack? - domandò. - Pensavo che tu fossi dell'altro partito. Matcham si mise a singhiozzare. - Che storie! - fece Dick. - Che i santi ci aiutino, ora ti metti a piagnucolare per una parola? - Mi hai fatto male - singhiozzò Matcham. - Mi hai fatto male quando mi hai gettato a terra. Sei un codardo ad abusare della tua forza. - Bah, questo è un discorso da sciocchi - disse Dick, ruvido. - Tu non avevi diritto di tenerti il grappino, "Master" John. Avrei fatto bene a dartele di santa ragione. Se vieni con me, devi obbedirmi; andiamo, ora. Matcham ebbe ora una mezza idea di rimanersene dov'era, ma, vedendo che Dick continuava a correre a gambe levate verso l'altura e che non si era voltato neppure una volta a guardarsi indietro, ci ripensò e si mise a correre a sua volta. Ma il terreno era molto difficile e ripido; Dick aveva già un grande vantaggio e ad ogni modo era più veloce, e già da un pezzo era arrivato in cima, era strisciato avanti fra gli abeti e si era nascosto in un folto cespuglio di ginestra, quando Matcham, ansimando come un daino, lo raggiunse e gli si appiattò accanto in silenzio. Sotto, sul fondo di una valle notevolmente ampia, serpeggiava la scorciatoia che dal villaggio di Tunstall scendeva al traghetto. Era molto battuta, e l'occhio la seguiva facilmente da un punto all'altro. Qua correva lungo aperte radure; là l'inghiottiva la foresta; ogni cento metri rasentava uomini in agguato. Lontano, sul sentiero, il sole brillava su sette elmi d'acciaio, e di tanto in tanto, all'aprirsi degli alberi, si potevano distinguere Selden e i suoi uomini cavalcare alacri, sempre in obbedienza agli ordini di Sir Daniel. Il vento era un po' caduto, ma ancora s'azzuffava gaio con gli alberi, e forse, se ci fosse stato Appleyard, si sarebbe preoccupato del comportamento inquieto degli uccelli. - Ora guarda - sussurrò Dick. - Sono già troppo avanzati nel bosco; la loro salvezza sarebbe piuttosto continuare in avanti. Ma vedi dove s'apre quella grande radura di fronte a noi, e in mezzo una quarantina d'alberi vi fanno come un isolotto? Quella sarebbe la loro salvezza. Se riescono ad arrivare in salvo fino là, troverò il mezzo di avvertirli. Ma il cuore ha un brutto presentimento; non sono che sette contro tanti, e non sono armati che di balestre. L'arco, Jack, avrà sempre il sopravvento. Intanto Selden e i suoi uomini continuavano a percorrere il sentiero, ignari del pericolo, e sempre più avvicinandosi. Una volta, però, si fermarono, si strinsero a gruppo, e parvero indicare e ascoltare. Ma era qualcosa di molto lontano sulla pianura che aveva attirato la loro attenzione: un sordo brontolio di cannone che arrivava di quando in quando, portato dal vento, e che parlava della grande battaglia. Valeva la pena di preoccuparsene, certo; perché se la voce dei grossi cannoni s'era fatta così distintamente udibile nella foresta di Tunstall, il combattimento doveva essersi portato ancora più verso oriente, e la giornata, in conseguenza, doveva essere stata cattiva per Sir Daniel e i signori della rosa scura. Ma subito il piccolo drappello si rimise in marcia e giunse a uno spiazzo d'erica aperto lungo il sentiero, dove una lingua sottile di foresta correva a lambirlo. Vi erano quasi di fronte, quando volò una freccia scintillando. Uno degli uomini alzò le braccia, il cavallo balzò all'indietro, e tutti e due caddero dibattendosi in un groviglio. Fin là dove si tenevano appiattati i ragazzi poteva udirsi il frastuono degli urli; si poteva distinguere l'impennarsi dei cavalli atterriti e subito dopo, come il drappello cominciò a riaversi dalla prima sorpresa, un uomo accingersi a scendere di sella. Una seconda freccia, un po' più da lontano, descrisse un ampio arco; un secondo cavaliere andò a mordere la polvere. L'uomo che stava scendendo di sella si lasciò sfuggire le redini e il cavallo fuggì di galoppo, trascinandolo per un piede lungo la strada, sbattendolo da una pietra all'altra, calpestandolo sotto gli zoccoli in fuga. I quattro ancora in sella ruppero la fila e si dispersero in un lampo; uno fece dietrofront e galoppò, urlando, verso il traghetto; gli altri tre, briglia sciolta e mantelli al vento, si precipitarono verso Tunstall. Da ogni ciuffo d'alberi che oltrepassavano partiva una freccia. Ben presto un cavallo cadde, ma il cavaliere si rimise in piedi e continuò a correre dietro i compagni finché un secondo tiro non lo spacciò. Un altro uomo cadde; poi un altro cavallo; di tutto il drappello non rimaneva che un uomo, per giunta appiedato; e in differenti direzioni il tonfo del galoppo di tre cavalli senza cavaliere si spegneva rapido in lontananza. Durante tutto il tempo non uno degli assalitori si era fatto vedere, anche per un momento. Qua e là lungo la strada un cavallo o un uomo si contorceva, ancora vivo, nella sua agonia; ma nessun nemico misericordioso usciva dal coperto a por fine a quel tormento. L'unico sopravvissuto rimaneva stordito in mezzo alla strada, accanto al suo cavallo caduto. S'era inoltrato nella vasta radura con in mezzo l'isolotto fronzuto indicato da Dick. Non era che a cinquecento metri, forse, da dove si nascondevano i ragazzi; e potevano vederlo chiaramente, che si guardava intorno in un'attesa mortale. Ma non succedeva niente; e l'uomo cominciò a riprendere coraggio e improvvisamente impugnò e caricò l'arco. Nel medesimo istante, da qualcosa in quell'atto, Dick riconobbe Selden. A quella dimostrazione di resistenza, da tutte le parti intorno a lui al coperto del bosco si levò una risata sonora. Una ventina di uomini almeno, poiché tanti se ne adunavano in quella ch'era l'imboscata più copiosa, si unì a quel giubilo feroce e fuori luogo. Poi una freccia sfiorò la spalla di Selden; e lui con un salto fece una corsetta indietro. Un altro strale andò a conficcarglisi vibrante ai piedi. Egli tentò di correre al riparo. Una terza freccia gli fischiò proprio sul viso e gli cadde davanti, a pochi passi. E allora la risata si ripeté più forte levandosi e riecheggiando da cespuglio a cespuglio. Era chiaro che gli assalitori non facevano che tormentarlo, come allora gli uomini tormentavano il povero toro, o come il gatto che gioca col topo. La scaramuccia era ormai terminata; più giù sulla strada un uomo in verde stava tranquillamente raccogliendo le frecce; ed ora, nel gusto maligno dei loro cuori, si concedevano lo spettacolo della tortura del loro povero fratello peccatore. Selden cominciò a capire; lanciò un urlo di rabbia, puntò la balestra e lasciò partire uno strale a caso verso il bosco. La sorte lo favorì, perché rispose un piccolo grido. Allora, gettando via l'arma, Selden si mise a correre avanti per la radura, quasi in linea retta verso Dick e Matcham. Gli uomini della Freccia Nera cominciarono ora a tirare sul serio. Ma furono serviti a dovere; l'occasione buona era passata; dovevano quasi tutti tirare col sole in faccia; e Selden, correndo, guizzava di qua e di là per confondere e sventare la mira. Meglio ancora, inoltrandosi nella radura, aveva eluso i loro preparativi; non c'era da quella parte appostato altro tiratore all'infuori di quello che lui stesso poco prima aveva ucciso o ferito; e lo smacco dei propositi di quella gente della foresta apparve ben presto evidente. Un fischio risuonò tre volte, e poi ancora due volte. Si ripeté da un altra parte. D'ogni lato i boschi si riempivano del trambusto di gente che si precipitava a farsi strada nel sottobosco; e un daino spaventato corse fuori allo scoperto, rimase per un secondo fermo su tre zampe, col naso all'aria, e si rituffò nel folto. Selden correva sempre, a sbalzi; di continuo qualche freccia l'inseguiva, ma ancora lo mancava. Cominciava a sembrare che potesse farcela. Dick aveva armato l'arco, pronto a sostenerlo; perfino Matcham, dimentico del suo interesse personale, parteggiava di cuore per il povero fuggitivo; e ambedue i ragazzi avvampavano e tremavano nell'ardore dei loro cuori. Selden era a una cinquantina di metri da loro, quando una freccia lo colpì, e cadde. Si rialzò in un istante; ma ora correva barcollando e, come un cieco, deviava dalla direzione presa Dick balzò in piedi e gli fece segno. - Qui! - gridò. - Da questa parte! qui c'è aiuto! Corri, amico, corri! Ma proprio in quel momento una seconda freccia colpì Selden alla spalla infilandosi tra le piastre della cotta; e penetrando attraverso il giustacuore, lo fece stramazzare a terra, come un sasso. - Oh, poveretto! - gridò Matcham, con le mani giunte. E Dick rimase in piedi, impietrito sulla collina, sicuro bersaglio agli arcieri. Con dieci probabilità contro una sarebbe stato prontamente colpito, perché gli uomini verdi erano infuriati con se stessi e presi alla sprovvista dall'apparizione di Dick dietro la loro posizione; ma istantaneamente, da un punto del bosco sorprendentemente vicino ai due ragazzi, si levò una voce stentorea, la voce di Ellis Duckworth. - Fermi! - tuonò. - Non tirate! Prendetelo vivo! E' il giovane Shelton, il figlio di Harris. E immediatamente dopo, un fischio penetrante risuonò parecchie volte e fu ripreso e ripetuto più lontano. Quel fischio, a quanto pareva, era la tromba di guerra di John Aggiusta-tutto, e doveva servirsene per dare i suoi ordini. - Ah, che disgrazia! - gridò Dick. - Siamo rovinati. Presto, Jack, corri. E i due si volsero indietro e fuggirono attraverso il nitido gruppo di pini che coprivano la cima della collina. AL CALAR DELLA SERA. Era davvero tempo che fuggissero. Da ogni parte la compagnia della Freccia Nera si precipitava verso la collina. Alcuni, migliori corridori, o perché si trovavano a battere terreno scoperto, avevano di molto oltrepassato gli altri ed erano già vicini alla meta; altri, seguendo la valle, si erano sparsi a destra e a sinistra e prendevano in mezzo i ragazzi. Dick si tuffò nel riparo più vicino. Era un gruppo alto di querce, su terreno solido e privo di sottobosco, e poiché correva in discesa, lo traversarono a gran velocità. Seguiva un tratto scoperto che Dick evitò, prendendo a sinistra. Due minuti dopo, trovandosi di fronte alla medesima difficoltà, fecero altrettanto. Ne venne di conseguenza che, mentre i ragazzi, piegando continuamente a sinistra, si avvicinavano sempre più alla strada maestra e al fiume che avevano attraversato una o due ore prima, la maggior parte degli inseguitori si dirigeva dalla parte opposta, correndo verso Tunstall. I ragazzi si fermarono per riprendere fiato. Non si percepiva alcun rumore d'inseguimento. Dick mise l'orecchio a terra, e ancora non udì nulla; ma certo il vento mulinava tra gli alberi e non si poteva essere proprio sicuri. - Avanti ancora! - disse Dick; e stanchi com'erano, Matcham zoppicando col suo piede ferito, ripresero lena e di nuovo si lanciarono giù per la discesa. Tre minuti dopo si facevano strada attraverso un folto di sempreverdi. Su in alto, sopra le loro teste, i grandi alberi formavano un tetto ininterrotto di fronde. Era un boschetto di tronchi alti e lisci come le colonne d'una cattedrale, e se non fosse stato per l'agrifoglio contro il quale i ragazzi lottavano, il suolo era tutto un lindo tappeto verde. Superata l'ultima macchia di sempreverdi, si lanciarono senza riflettere dall'altra parte, sul terreno scoperto nella penombra del boschetto. - Alto là! - gridò una voce. E fra i tronchi, a meno di cinquanta passi da loro, videro un colosso in verde, tutto trafelato per la corsa, che istantaneamente caricò l'arco prendendoli di mira. Matcham si fermò con un grido; ma Dick, senza esitazione, si lanciò addosso all'uomo estraendo la daga. L'altro, sia per la sorpresa dell'audacia di quell'assalto, sia perché impacciato dagli ordini ricevuti, non tirò: rimase indeciso; e prima che avesse il tempo di riprendersi, Dick gli saltò alla gola e lo mandò a ruzzolare all'indietro sull'erba. La freccia volò da una parte e l'arco da un'altra con un tonfo sonoro. L'uomo disarmato si afferrò all'assalitore; ma la daga ebbe un guizzo e discese due volte. Poi un rantolo ripetuto, e Dick fu di nuovo in piedi, mentre l'uomo rimaneva a terra immobile, trafitto al cuore. - Avanti! - disse Dick; e si lanciò di nuovo nella corsa interrotta, con Matcham che gli si trascinava dietro. A dir la verità, era una misera corsa, ormai, perché procedevano affannando penosamente e boccheggianti come pesci fuor d'acqua. Matcham era tormentato dalle trafitture, e la testa gli girava; e quanto a Dick, aveva le ginocchia di piombo. Ma sostennero almeno l'apparenza della corsa con indomito coraggio. Così arrivarono al termine del piccolo bosco. S'interrompeva bruscamente; e là, pochi metri davanti a loro, passava la strada maestra fra Risingham e Shoreby, allungandosi in quel punto fra le due muraglie alte e uguali degli alberi della selva. A quella vista Dick s'arrestò; e non appena ebbe smesso di correre, si rese conto di un rumore confuso che si faceva sempre più forte. Fu dapprima come l'impeto d'una raffica potente, ma non tardò a farsi più distinto e a precipitarsi in un furioso galoppo di cavalli; poi, in un lampo, tutta una compagnia d'armati svoltò la curva della strada volando davanti ai due ragazzi e in un istante era sparita. Correvano come se la morte li inseguisse, in completo disordine; alcuni erano feriti; insieme galoppavano cavalli senza cavaliere, con le selle insanguinate. Erano evidentemente fuggiaschi della grande battaglia. Lo strepito del passaggio cominciava appena a spegnersi lontano in direzione di Shoreby, che un nuovo fragore di zoccoli avanzò rimbombando nella scia, e un altro disertore irruppe sulla strada; questa volta un cavaliere isolato e, a giudicare dalla splendida armatura, un uomo d'alto rango. Subito dietro di lui venivano parecchi carri-bagaglio, trascinati da un galoppo forzato e scomposto, con i conducenti che frustavano i cavalli come se ne andasse della vita. Dovevano essere fuggiti presto nella giornata: ma la loro codardia non doveva salvarli. Perché proprio quando furono in vista del punto da dove i due ragazzi guardavano stupiti, un uomo dall'armatura mezzo fracassata e manifestamente fuori di sé dal furore, oltrepassò i carri e con un troncone di spada cominciò a buttare giù i conducenti. Alcuni saltarono a terra e si tuffarono nel bosco; gli altri furono sciabolati ancora in sella dal cavaliere che li malediceva chiamandoli codardi con una voce che non aveva più niente d'umano. E intanto il rumore in distanza s'era andato facendo sempre più intenso; il rotolio dei carri, il rimbombare degli zoccoli, le urla degli uomini, uno strepito grande e confuso giungeva ingrossato dal vento; e non c'era dubbio che tutto un esercito in rotta si riversava lungo la strada, come una inondazione. Dick era scuro in viso. Aveva pensato di seguire quella strada fino alla svolta per Holywood, ed ora doveva cambiare disegno. Ma soprattutto aveva riconosciuto i colori del conte di Risingham, e sapeva che la battaglia era terminata ai danni della rosa di Lancaster. Vi si era unito Sir Daniel, ed era adesso fuggitivo o rovinato? Oppure aveva disertato per la causa di York, venendo meno all'onore? Era una brutta alternativa. - Andiamo - disse risoluto; e, ritornando sui suoi passi, riprese il cammino attraverso il boschetto, con Matcham che gli zoppicava dietro. Per un po' continuarono a percorrere il bosco in silenzio. Si stava facendo tardi; il sole tramontava sulla pianura al di là di Kettley; le cime degli alberi scintillavano dorate; ma le ombre si facevano sempre più scure e cominciava a cadere il rigido della notte. - Se ci fosse qualcosa da mangiare! - esclamò Dick ad un tratto, fermandosi. Matcham sedette sull'erba e si mise a piangere. - Tu sai piangere per la tua cena, ma quando si è trattato di salvare delle vite umane avevi il cuore abbastanza duro - disse Dick sprezzante. - Hai sette morti sulla coscienza, "Master" John; non te lo perdonerò mai. - La coscienza! - gridò Matcham, levando fieramente lo sguardo. - La mia! E tu hai il sangue di quell'uomo ancora rosso sulla daga! E perché l'hai trucidato, povera anima? Aveva caricato l'arco, ma non aveva tirato; ti aveva in suo potere e ti ha risparmiato! A uccidere un gattino ci vuole lo stesso coraggio che a uccidere un uomo che non si difende. Dick era ammutolito. - L'ho ucciso lealmente. Mi sono gettato sul suo arco - gridò. - E' stato un colpo vigliacco - ribatté Matcham. - Non sei che un villano e un prepotente, "Master" Dick; non fai che abusare del tuo vantaggio; fa' che venga uno più forte di te, e ti vediamo umiliarti ai suoi piedi! Non è della vendetta che t'importa, nemmeno della morte di tuo padre ancora invendicata, e il suo povero spirito che domanda giustizia. Ma se soltanto ti viene fra le mani un povero essere che manca d'abilità e di forza e vuole esserti amica, a lei subito addosso! Dick era troppo furioso per notare quel «lei». - Ma davvero! - strillò. - Ecco una novità! Di due, uno sarà sempre il più forte. Il migliore abbatte il peggiore, e al peggiore ben gli sta. Ti meriti una scudisciata, "Master" Matcham, per la cattiva condotta e l'ingratitudine verso di me; e quello che meriti avrai. E Dick, che anche nei momenti di maggior collera conservava la dignità della compostezza, cominciò a slacciarsi la cintura. - Eccoti la cena - disse feroce. Matcham aveva smesso di piangere; era bianco come un lenzuolo, ma guardava Dick in faccia fermamente e non si mosse. Dick fece un passo avanti, levando in alto la cintura. Ma si arrestò, imbarazzato da quei grandi occhi e dal visino stanco del suo compagno. Cominciò a mancargli il coraggio. - Confessa che avevi torto, allora - disse, esitante. - No - rispose Matcham, - avevo ragione. Avanti, crudele! Sono azzoppato; sono sfinito; non resisto; non t'ho mai fatto alcun male; fatti avanti a darmene, vigliacco! Dick alzò deciso la cintura a quest'ultima provocazione, ma vide Matcham trasalire e farsi tutto piccolo con una così penosa apprensione, che di nuovo il coraggio gli venne meno. La cintura gli cadde di mano e rimase là irresoluto, sentendosi uno sciocco. - Che ti colga la peste, pettegolo! - disse. - Se hai le braccia così deboli, potresti tenere più a posto la lingua. Ma ch'io possa farmi impiccare prima di metterti le mani addosso! - e si rimise la cintura. - Per picchiarti, non ti picchierò - riprese a dire. - Ma perdonarti? Mai. Non ti conosco; eri nemico del mio signore; ti ho prestato il mio cavallo; hai mangiato il mio pranzo; e m'hai chiamato villano, vigliacco, prepotente. No, per la messa! La misura è colma e trabocca. E' una gran cosa essere deboli, in fede mia; puoi fare il peggio che ti pare, e nessuno ti deve punire; puoi rubare le armi a un uomo nell'ora del bisogno, ma all'uomo non è permesso riprendersele; bel modo d'essere deboli! E allora, se uno ti carica con la lancia, strepitando che è debole, devi lasciarti infilzare! Ma va' là!, scemenze! - E intanto non m'hai picchiato - ritorse Matcham. - Lasciamo andare - disse Dick, - lasciamo andare. Ti educherò io. Sei stato allevato male, ho idea, eppure hai buona stoffa e non c'è dubbio che al fiume m'hai tratto in salvo. Già, l'avevo dimenticato; sono ingrato quanto te. Ma vieni, andiamo. Se vogliamo arrivare a Holywood stanotte o domattina presto, faremmo meglio a metterci subito in cammino. Ma sebbene Dick avesse ripreso a parlare con il suo solito buon umore, Matcham non gli aveva perdonato nulla. La sua violenza, il ricordo dell'uomo che aveva ammazzato, soprattutto la visione della cintura sollevata contro di lui, erano tutte cose da non dimenticare facilmente. - Ti ringrazierò, per amore della forma - disse. - Ma in verità caro "Master" Shelton, preferirei trovare la mia strada da solo. Ecco qui un gran bosco; di grazia, scegliamoci ciascuno il nostro sentiero; io ti rimango in debito di un pranzo e di una lezione. Addio! - E va bene - esclamò Dick. - Se così la pensi, così sia, e ti colga la peste! Ognuno prese la sua strada, e si avviarono separatamente, senza badare alla direzione, infatuati solo dalla loro lite. Ma Dick non si era allontanato di dieci passi, che si sentì chiamare per nome, e Matcham lo raggiunse di corsa. - Dick - disse, - è davvero scortesia separarci con tanta freddezza. Ecco la mia mano, e insieme il mio cuore. Di tutto quello che tanto bravamente hai fatto per servirmi e per aiutarmi, non in nome della convenienza ma di tutto cuore, ti ringrazio. Buon viaggio! - Ebbene, ragazzo mio - replicò Dick, prendendo la mano che gli si offriva, - buon viaggio anche a te, se ti riesce. Ma dubito assai della tua buona sorte. Sei troppo attaccabrighe. Si separarono così per la seconda volta; ma subito dopo fu Dick a correre dietro a Matcham. - Qua - disse, - prendi la mia balestra; non devi andare disarmato. - Una balestra! - disse Matcham. - No, amico, non ho né la forza di tendere l'arco né la capacità di mirare. Non mi sarebbe d'alcun aiuto, buon ragazzo. Ma grazie ugualmente. La notte era caduta, e sotto gli alberi non potevano più leggersi in viso. - Ti accompagnerò per un tratto - disse Dick. - La notte è scura. Vorrei almeno lasciarti su un sentiero segnato. Ho il presentimento che tu possa smarrirti. Senza più parole s'incamminò e l'altro di nuovo lo seguì. L'oscurità si faceva sempre più fonda; solo qua e là negli spazi scoperti, vedevano il cielo, disseminato di piccole stelle. Lontano continuava a farsi debolmente sentire il clamore dell'esercito di Lancaster in rotta; ma ad ogni passo se lo lasciavano sempre più alle spalle. Dopo una mezz'ora di marcia silenziosa, giunsero a una gran distesa d'erica, scoperta. Luceva al chiarore delle stelle, tutta irsuta di felci e d'isolotti formati da gruppetti di tassi. E qui si fermarono e si guardarono. - Sei stanco? - domandò Dick. - Sì, sono tanto stanco - rispose Matcham, - che mi pare di potermi gettare a terra e morire. - Sento il mormorio d'un fiume - disse Dick. - Cerchiamo d'arrivarci, perché ho una gran sete. Il terreno scendeva dolcemente e giù in fondo, infatti, trovarono un ruscello che scorreva sussurrando fra i salici. Si buttarono insieme lunghi distesi sulla sponda; e sfiorando con la bocca quella fulgida frescura, bevvero a sazietà. - Dick - disse Matcham - non può andare. Non ne posso più. - Ho visto una buca mentre scendevamo - disse Dick. - Sdraiamoci là e dormiamo. - Ah, con gran gioia! - esclamò Matcham. La buca era sabbiosa e asciutta, un groviglio di rovi cresceva pendulo lungo l'orlo e offriva un po' di riparo; là sotto si distesero i due ragazzi, tenendosi stretti l'uno all'altro per riscaldarsi, completamente dimentichi della loro lite. E ben presto il sonno scese su di loro come una nuvola, e sotto la rugiada e le stelle riposarono in pace. LA FACCIA MASCHERATA. Si destarono ai primi grigiori del mattino; gli uccelli non cantavano ancora a piena gola, ma cinguettavano qua e là fra i rami; il sole non s'era ancora levato, ma il cielo a oriente era striato di tenui colori. Mezzo morti dalla fame e sfiniti com'erano, rimasero sdraiati senza muoversi, sprofondati in un delizioso languore. E mentre godevano così quell'abbandono, il tintinnio d'una campanella ferì improvvisamente le loro orecchie - Una campanella! - disse Dick, alzandosi a sedere. - Potrebbe essere che siamo tanto vicini a Holywood? Poco dopo la campanella si fece di nuovo sentire, ma questa volta un po' più vicina; e da quel momento, avvicinandosi sempre più, continuò a tintinnare irregolarmente là in giro nel silenzio del mattino. - Chi può essere? - fece Dick, ora completamente sveglio. - E' qualcuno che cammina - rispose Matcham, - e la campanella suona ad ogni passo. - Questo lo capisco bene - disse Dick. - Ma perché? Che fa costui nei boschi di Tunstall? Jack - soggiunse, - ridi quanto ti pare, ma questo suono lugubre non mi piace. - E' vero - disse Matcham, con un brivido, - ha una nota funesta. - Se non fosse ormai giorno... Ma proprio in quel momento la campanella, affrettando il ritmo, cominciò a tintinnare forte e rapida, poi diede un unico squillo stridulo e prolungato, e tacque per un poco. - E come se quello che porta la campanella avesse fatto una corsetta giusto il tempo di dire un paternostro e poi avesse saltato il ruscello - osservò Dick. - E ora riprende a camminare tranquillamente - soggiunse Matcham. - No - fece notare Dick, - no, non tanto tranquillamente, Jack. Questo è un uomo che cammina a grandi passi. E' un uomo che teme per la sua vita, o che è incalzato dalla fretta di qualche faccenda, non senti come il tintinnare si avvicina rapidamente? - Adesso è proprio vicino - disse Matcham. Erano risaliti sul margine della buca; e siccome la buca si trovava su un piccolo rialzo, dominavano con l'occhio gran parte della radura, fino al bosco fitto che la chiudeva. La luce del giorno, ora molto chiara e perlacea, spiegava alla vista il nastro bianco d'un viottolo serpeggiante fra la ginestra e l'erica. Passava a un centinaio di metri dalla buca e correva per tutta la lunghezza della radura, da est a ovest. A giudicare dalla direzione, Dick pensò che portasse più o meno direttamente a Moat House. Su quel sentiero, uscendo dal margine del bosco, ora apparve una figura bianca. Si fermò un momento, e sembrò guardarsi intorno; poi, lentamente e quasi piegata in due, prese ad avanzare nella radura. Ad ogni passo la campanella suonava. Non aveva volto; un cappuccio bianco, senza neppure aperture per gli occhi, velava tutta la testa; e come la figura avanzava, sembrava che cercasse il cammino tastando il suolo con un bastone. La paura s'impadronì dei ragazzi, fredda come la morte. - Un lebbroso! - disse Dick con la voce rauca. - Il suo tocco è la morte - disse Matcham. - Scappiamo. - Non serve - replicò Dick. - Non vedi? E' completamente cieco. Si dirige con un bastone. Rimaniamo zitti e fermi; il vento soffia nella direzione del sentiero, e lui passerà senza farci danno. Ah, povera anima, dovremmo piuttosto aver pietà di lui! - Ne avrò pietà quando se ne sarà andato - rispose Matcham. Il lebbroso cieco era a metà strada dal punto dove si trovavano, e proprio allora il sole si levò e brillò in pieno sul suo volto velato. Era stato un uomo d'alta statura prima che fosse così incurvato dal suo male disgustoso, e anche ora camminava con un passo vigoroso. Il tintinnio lugubre della campanella, il tastare di quel bastone, lo schermo sul viso, e il saperlo non soltanto votato alla morte e alla sofferenza, ma privato per sempre del contatto con i suoi simili, riempiva di sgomento il cuore dei ragazzi e ad ogni passo che lo portava più vicino il coraggio e la forza sembravano abbandonarli. Quando fu a poca distanza dalla buca, si arrestò, e volse il viso in direzione dei ragazzi. - Che Maria ci protegga! Ci ha visti - fece Matcham in un sussurro. - Zitto! - mormorò Dick. - Non può che udire. E' cieco, sciocchino! Il lebbroso guardò o ascoltò, come se realmente lo fosse, per qualche secondo. Poi riprese a muoversi, ma subito si arrestò di nuovo, e di nuovo si volse e sembrò fissare i ragazzi. Anche Dick si fece pallido come un morto e chiuse gli occhi, come se il semplice sguardo potesse contagiarlo. Ma la campanella tintinnò e questa volta, senza più esitazione, il lebbroso attraversò il poco spazio che rimaneva coperto dall'erica e scomparve nel chiuso del bosco. - Ci ha visti - disse Matcham. - Potrei giurarci! - Macché! - ribatté Dick, ritrovando qualche scintilla di coraggio. - Ma ci ha sentiti. Aveva paura, povera anima! Se tu fossi cieco e camminassi in una notte perpetua, trasaliresti se appena un ramo frusciasse o un uccelletto facesse «pio pio». - Dick, buon Dick, ci ha visti - ripeté Matcham. - Quando un uomo ascolta, non fa come quello là, fa in un altro modo, Dick. Quello era vedere; non era udire. Ha cattive intenzioni. Senti, ora, se la campanella non si è fermata! Era proprio così. La campanella non suonava più. - No - disse Dick. - Questo non mi piace. Davvero - ripeté, - mi piace poco assai. Che può significare? Andiamocene, per la messa! - E' andato verso est - soggiunse Matcham. - Buon Dick, andiamo subito verso ponente. Non respiro più finché non ho voltato le spalle a quel lebbroso. - Jack, sei troppo pauroso - ribatté Dick. - Andremo diritti verso Holywood, o almeno quanto più dritti io possa portartici, e questo significa dirigerci a nord. Furono subito in cammino, attraversarono il ruscello passando sulle pietre sporgenti, e presero a risalire dall'altra parte, più ripida, verso il margine della foresta. Il terreno si fece molto ineguale, pieno di rialzi e avvallamenti; gli alberi crescevano sparsi o a piccoli gruppi; diventava difficile scegliersi il cammino, e i ragazzi procedevano un po' a caso. Erano stanchi, per giunta, per le fatiche del giorno avanti e per mancanza di nutrimento, e si muovevano con pesantezza trascinando i piedi sulla sabbia. Poco dopo, arrivati in cima a un'altura, scorsero il lebbroso a un centinaio di passi dinanzi a loro, che attraversava la linea della loro marcia in una depressione del terreno. La campanella non squillava, il bastone non tastava più il terreno, e l'uomo procedeva con il passo rapido e sicuro di chi ci vede. L'istante dopo era sparito dietro un ciuffo. I ragazzi, al primo scorgerlo, si erano gettati dietro un cespuglio di ginestre; e vi rimasero, impietriti dall'orrore. - E' certo che ci insegue - disse Dick, - è certo. Teneva fermo con una mano il battaglio della campana, hai visto?, perché non suonasse. Che ora i santi ci aiutino e ci guidino, perché non ho la forza di combattere la pestilenza! - Ma che fa? - si chiese Matcham. - Che vuole? Chi ha mai sentito una cosa simile, che un lebbroso, per pura malignità, debba correr dietro a dei disgraziati? Non ha la campanella apposta, perché la gente lo eviti? Dick, c'è sotto qualcosa di più misterioso. - Beh, non me ne importa - gemette Dick; - non ho più forza; le gambe mi sembrano diventate d'acqua. Che i santi mi assistano! - Te ne staresti qui senza far niente? - gridò Matcham. - Torniamo allo scoperto. Sarà meglio; non potrà venirci addosso di sorpresa - Io no - disse Dick. - Non so che farci; e forse ci passerà davanti soltanto. - Carica l'arco, allora! - gridò l'altro. - E che! Saresti un uomo? Dick si fece il segno della croce. - Vorresti che tirassi a un lebbroso? - disse. - Mi mancherebbe la mano. Ma no - soggiunse, - ma no, lascia andare! Con gente sana sono pronto a combattere, ma non con gli spettri e i lebbrosi. E che cosa sia questo qui, non lo so. O l'uno o l'altro, che il cielo sia la nostra protezione! - Be' - fece Matcham, - se questo è il coraggio d'un uomo, che povera cosa è l'uomo. Ma se proprio non vuoi far niente, stiamocene pure nascosti. Allora giunse un unico breve rintocco di campanella. - Gli è sfuggito di mano il battaglio - sussurrò Matcham. - Santi! Com'è vicino! Ma Dick non rispose parola; gli battevano i denti. Videro un pezzo di veste bianca in mezzo a un cespuglio; poi la testa del lebbroso spuntò fuori da dietro un tronco, e sembrò esplorare attentamente i dintorni prima di ritirarsi di nuovo. Ai loro sensi tesi tutti i cespugli parvero animati di fruscii e scricchiolii di rami; e udirono l'uno battere il cuore dell'altro. All'improvviso, con un grido, il lebbroso balzò allo scoperto in un punto vicinissimo, e si precipitò sui ragazzi. Quelli, con alte strida, si separarono e presero a correre in differenti direzioni. Ma il loro orribile nemico si lanciò dietro Matcham, lo raggiunse in un salto e l'imprigionò in un istante. Il ragazzo diede un urlo che echeggiò alto e lontano nella foresta, tentò spasmodicamente di lottare, e poi le membra gli si rilassarono e ricadde inanimato nelle braccia del catturatore. Dick udì lo strillo e si volse. Vide Matcham cadere; e immediatamente gli tornarono l'animo e la forza. Con un grido di commiserazione e di rabbia, si levò di spalla e armò la balestra. Ma prima che avesse il tempo di tirare, il lebbroso alzò la mano. - Non tirare, Dick! - gridò una voce familiare. - Non tirare, pazzerellone! Non riconosci un amico? E posando Matcham sull'erba, fece cadere il cappuccio e mostrò il volto di Sir Daniel Brackley. - Sir Daniel! - esclamò Dick. - Già, per la messa, Sir Daniel! - rispose il cavaliere. - Vorresti tirare al tuo tutore, briccone? Ma ecco qui... - S'interruppe e indicando Matcham domandò: - Come lo chiami tu, Dick? - Mah! - fece Dick. - Io lo chiamo "Master" Matcham. Voi lo conoscete? Lui dice che lo conoscevate! - Sì - rispose Sir Daniel, - conosco il ragazzo; - e sogghignò. - Ma è svenuto; e, in fede mia, aveva di che svenire. No, Dick? Ho messo anche a te una gran paura? - Davvero, Sir Daniel, davvero - disse Dick, e sospirò al solo ripensarci. - Ah, col vostro rispetto, signore, avrei preferito incontrare il diavolo in persona; e a dire la verità, tremo ancora tutto. Ma che cosa vi ha fatto ricorrere, signore, a un simile travestimento? La fronte di Sir Daniel s'incupì di collera all'improvviso. - Che cosa, eh? - disse. - Fai bene a ricordarmelo! E che? Ho dovuto nascondermi per aver salva la vita nella mia propria foresta di Tunstall, Dick. Abbiamo avuto la peggio in battaglia; siamo arrivati giusto in tempo per essere travolti dalla disfatta. Dove sono finiti tutti i miei bravi armieri? Dick, per la messa, non lo so! Siamo stati spazzati; i colpi ci cadevano fitti addosso; non ho più visto un uomo con i miei colori da quando vidi cadere i primi tre. Quanto a me, sono arrivato in salvo a Shoreby, e memore della Freccia Nera mi sono procurato questa veste e questa campanella, e ho preso adagio adagio la scorciatoia per Moat House. Non c'è altro travestimento paragonabile a questo: il tintinnio della campanella spaventerebbe il più intrepido fuorilegge della selva; impallidirebbero tutti solo a sentirla! Finalmente mi sono imbattuto in te e Matcham. Potevo vedere molto male attraverso il cappuccio, e non ero sicuro che foste voi, soprattutto, e per molte ragioni, ero meravigliato di trovarvi insieme. Per di più su terreno scoperto, dove dovevo muovermi lentamente e tastando col bastone, avevo paura di farmi riconoscere. Ma guarda - soggiunse, - questo poverino comincia a rianimarsi un poco. Un po' di vino delle Canarie lo metterà in sesto. Da sotto la lunga veste il cavaliere tirò fuori una capace bottiglia e cominciò a sfregare le tempie e inumidire le labbra del suo paziente, che a poco a poco riprese conoscenza girando l'occhio appannato dall'uno all'altro. - Che bellezza, Jack! - proruppe Dick. - Non era un lebbroso, dopo tutto; era Sir Daniel! Guarda! - Manda giù una buona sorsata di questo - disse il cavaliere. - Ti ridarà la virilità. Poi vi offrirò un buon pasto e ce ne andremo tutti e tre a Tunstall. Perché, Dick - continuò a spiegare disponendo pane e carne sull'erba, - te lo confesso, in tutta coscienza, mi preme terribilmente ritrovarmi al sicuro tra quattro muri. Mai, da quando vado a cavallo, mi sono trovato in una situazione così difficile; pericolo di vita, rischio di perdere terra e beni di fortuna, e per colmo di sventura tutti questi perdigiorno nel bosco a darmi la caccia. Ma non sono ancora a terra. Qualcuno dei mei ragazzi ritroverà bene la strada di casa. Hatch ne ha dieci; Selden ne aveva sei. Ma sì, saremo forti ancora e presto; e se soltanto posso far pace con il mio fortunatissimo e indegnissimo Conte di York, certo, Dick, sarò di nuovo un uomo in gamba e a cavallo! E così dicendo, il cavaliere si riempì un corno di vino e con un gesto muto fece l'atto di bere alla salute del pupillo. - Selden - balbettò Dick, - Selden... - E tacque. Sir Daniel mise giù il vino non ancora toccato. - Come! - gridò, con la voce mutata. - Selden? Parla! Che ne è di Selden? Dick raccontò impacciato e tremante la storia dell'imboscata e del massacro. Il cavaliere ascoltò in silenzio; ma intanto il viso gli si faceva convulso di dolore e di rabbia. - E adesso, vedi - gridò, - qui sulla mia mano destra, giuro vendetta! Se mancherò di parola, se non verserò il sangue di dieci per uno solo dei miei, mi si possa seccare questa mano! Avevo spezzato questo Duckwoorth come un fuscello; l'ho reso mendicante alla sua porta; gli ho bruciato il tetto sopra la testa; l'ho cacciato da questa contrada; e ora torna a sfidarmi? Ah no, Duckwoorth, questa volta sarà dura assai! Tacque per un poco col viso contratto. - Mangiate! - ordinò all'improvviso. - E tu qui - soggiunse rivolto a Matcham, - giura che mi seguirai dritto fino a Moat House. - Vi do la mia parola d'onore - rispose Matcham. - Che me ne faccio del tuo onore? - fece il cavaliere. - Giuramelo sulla salute dell'anima di tua madre! Matcham fece il giuramento richiesto; e Sir Daniel si rimise a posto il cappuccio e preparò la campanella e la mazza. A rivederlo in quel travestimento spaventoso parve rinascere nei due compagni un po' del primo orrore. Ma il cavaliere fu presto in piedi. - Mangiate alla svelta - disse, - e seguitemi senza indugio fino a casa mia. E con ciò s'incamminò rientrando nel bosco; e poco dopo la campanella riprese a suonare numerando i suoi passi, e i due ragazzi rimasero seduti davanti al loro pasto intatto, ascoltando quel tintinnio perdersi lentamente in distanza su per la salita. - E così te ne vai a Tunstall! - osservò Dick. - Sì, proprio così - disse Matcham, - perché non ho scelta! Sono più coraggioso dietro le spalle che in faccia a Sir Daniel. Mangiarono in fretta e s'incamminarono per il sentiero che traversava i passi più alti della selva, dove grandi faggi si ergevano isolati in mezzo a prati verdi, e gli uccelli e gli scoiattoli saltavano allegri tra i rami. Due ore dopo cominciarono a scendere dall'altra parte, e già, di tra le cime, scorgevano dinanzi a loro le mura e i tetti rossi del maniero di Tunstall. - Qui - disse Matcham fermandosi, - devi prendere congedo dal tuo amico Jack, che non vedrai mai più. Via, Dick, perdonagli quello che ha fatto di male, e lui, da parte sua, perdonerà te volentieri e con amore. - Ma perché questo? - chiese Dick. - Se andiamo tutt'e due a Tunstall, ti rivedrò, mi pare, e anche molto spesso. - Non vedrai mai più il povero Jack Matcham - rispose l'altro, - che era così pauroso e importuno, e che però ti ha tirato su dal fiume; non lo vedrai più, Dick, sul mio onore! - Aprì le braccia e i due ragazzi si abbracciarono e baciarono. - E, Dick - continuò Matcham, - ho brutti presentimenti. Ti trovi ora di fronte a un nuovo Sir Daniel; finora tutto in mano sua era andato fin troppo bene, e la fortuna l'ha accompagnato; ma adesso che la sorte gli è andata contro e corre pericolo di vita, lo sento che si dimostrerà un pessimo padrino per tutti e due. Sarà bravo in battaglia, ma ha l'occhio del bugiardo; c'è la paura nel suo sguardo, Dick, e la paura è crudele come il lupo! Ora che andiamo in quella casa, che Maria Santa ce ne faccia uscire salvi! E così continuarono la loro discesa in silenzio e giunsero infine davanti al fortilizio della foresta di Sir Daniel, là dove s'ergeva tozzo nell'ombra degli alberi, fiancheggiato da torri rotonde e chiazzato di muschio e lichene, chiuso dalle acque del fossato, punteggiate di gigli acquatici. Subito al loro apparire le porte si spalancarono, il ponte fu abbassato, e Sir Daniel in persona, tra Hatch e il parroco, fece la sua comparsa, pronto a riceverli. LIBRO SECONDO. MOAT HOUSE. DICK INTERROGA. Moat House non sorgeva molto lontano dalla strada della foresta. Esternamente era un rettangolo compatto di pietra rossa, fiancheggiato ad ogni angolo da una torre rotonda, munita di feritoie per gli arcieri e di merli in cima. All'interno racchiudeva un angusto cortile. Il fossato era largo dodici piedi, attraversato da un unico ponte levatoio. Era alimentato con l'acqua di un canaletto che partiva da uno stagno della foresta, ed era dominato in tutta la sua lunghezza dai merli e dalle due torri meridionali. Tranne che per due o tre alberi alti e folti, che erano stati lasciati a mezzo tiro d'arco dai muri, la casa era in buona posizione per la difesa. Nel cortile, Dick trovò una parte della guarnigione, affaccendata ai preparativi della difesa, e a discutere con aria cupa l'eventualità d'un assedio. Alcuni fabbricavano frecce, altri affilavano spade non più usate da tempo; ma lavorando scuotevano il capo. Dodici uomini di Sir Daniel erano fuggiti dalla battaglia, avevano ardito traversare il bosco ed erano arrivati vivi a Moat House. Ma di quei dodici tre erano stati gravemente feriti: due a Risingham nel disordine della rotta, uno colpito dagli arcieri di John Aggiusta- tutto mentre attraversava la foresta. Così le forze del presidio, contando Hatch, Sir Daniel e il giovane Shelton, ammontavano a un effettivo di ventidue uomini. E si poteva continuamente aspettarsi di vedere arrivare degli altri. Il pericolo non consisteva dunque nella mancanza di uomini. Era il terrore della Freccia Nera che opprimeva lo spirito della guarnigione. Dei loro nemici dichiarati del partito di York, in quei tempi estremamente mutevoli, si preoccupava soltanto vagamente. «Il mondo» come si diceva in quei giorni «poteva di nuovo cambiare» prima che arrivassero guai. Ma dei loro vicini della foresta tremavano. Non era Sir Daniel soltanto il bersaglio del loro odio. I suoi uomini, sicuri dell'impunità, s'erano comportati crudelmente per tutta la contrada. Ordini duri erano stati duramente eseguiti; e della piccola banda ora riunita a parlare nel cortile non ce n'era uno che non si fosse reso colpevole di qualche atto di oppressione o di barbarie. E adesso, per la fortuna della guerra, Sir Daniel era diventato impotente a difendere i suoi strumenti; adesso, per l'esito di poche ore di battaglia, alla quale molti di loro non erano stati neppure presenti, erano diventati tutti punibili traditori dello Stato, fuori dell'usbergo della legge, una compagnia decimata, chiusa in una povera fortezza a mala pena suscettibile di difesa ed esposta da tutte le parti al giusto risentimento delle vittime. Né erano mancati terrificanti ammonimenti di quanto potevano aspettarsi. A diverse ore del giorno e della notte, non meno di sette cavalli senza cavaliere erano venuti a nitrire terrorizzati alla porta. Due erano dello squadrone di Selden; cinque appartenevano agli uomini che erano andati sul campo di battaglia con Sir Daniel. Per ultimo, poco avanti l'alba, un lanciere era giunto barcollando all'orlo del fossato, ferito da tre frecce; mentre lo trasportavano dentro era spirato; ma dalle parole che aveva pronunciato in agonia, si capì che doveva essere l'ultimo sopravvissuto d'una compagnia considerevole. Lo stesso Hatch mostrava, sotto l'abbronzatura, il pallore dell'angoscia; e quando si era preso Dick da parte e aveva saputo della sorte di Selden, era caduto su un banco di pietra e aveva pianto senza ritegno. Gli altri, dai loro sgabelli o dagli scalini delle soglie nell'angolo soleggiato del cortile, lo avevano guardato con allarmato stupore, ma nessuno aveva osato informarsi della causa di tanta emozione. - Ah, "Master" Shelton - disse Hatch alla fine, - ah, ma che dicevo? Ce ne andremo tutti. Selden era un brav'uomo; era come un fratello per me. Be', se n'è andato per secondo; e noi gli andremo tutti dietro. Perché, come dicevano i versi di quel furfante?: «Una freccia nera in ogni cuore nero». Non dicevano così? Appleyard, Selden, Smith, il vecchio Humphrey andati; ed ecco là il povero John Carter che grida, povero peccatore, per avere il prete. Dick ascoltò. Da una finestra bassa, vicinissima a dove stavano parlando, gli giunsero all'orecchio gemiti e mormorii. - E' là? - domandò. - Sì, nella camera del secondo portiere - rispose Hatch. - Non abbiamo potuto trasportarlo oltre, così mal ridotto com'era anima e corpo. A ogni passo che facevamo per sollevarlo, credeva di andarsene. Ma ora, penso, è solo l'anima che soffre. Non fa che domandare del prete, e Sir Oliver, non so perché, ancora non viene. Sarà una confessione lunga; ma il povero Appleyard e il povero Selden non hanno avuto neanche quella. Dick si chinò sulla finestra e guardò dentro. La celletta era bassa e buia, ma riuscì a distinguere il soldato ferito e disteso a lamentarsi sul suo pagliericcio. - Carter, povero amico, come va? - chiese. - "Master" Shelton - rispose l'uomo, in un sussurro eccitato, - per la cara luce del cielo, portatemi il prete. Sono spacciato: sono ridotto proprio male; la ferita è mortale. Non potete farmi altri servigi; questo sarà l'ultimo. Per amore della mia povera anima, e voi che siete un leale gentiluomo, muovetevi; perché ho sulla coscienza quella cosa che mi tirerà giù allo sprofondo. Gemette, e Dick udì il battere dei denti, per il dolore o terrore che fosse. Proprio in quel momento Sir Daniel comparve sulla soglia del salone. Aveva una lettera in mano. - Ragazzi - disse, - abbiamo avuto una botta, abbiamo fatto un capitombolo; a che pro negarlo? Piuttosto ci induce a rimetterci in sella al più presto. Questo vecchio Enrico Sesto ha avuto la peggio. E allora laviamocene le mani. Ho un buon amico che è in grande onore presso il duca, Lord Wensleydale. Ebbene, ho scritto una lettera all'amico mio, pregando sua signoria e offrendogli ampia soddisfazione per il passato e sicurtà ragionevole per il futuro. Non dubito che presterà orecchio volentieri. Ma una preghiera senza regali è come una canzone senza musica; l'ho satollato di promesse, ragazzi, io non mi risparmio quanto a promesse. Che manca dunque? Già, una gran cosa: perché ingannarvi? Una cosa grande e difficile: un messaggero che porti la lettera. I boschi, voi non l'ignorate, formicolano dei nostri nemici. E' necessaria grande velocità; ma, senza astuzia e cautela, tutto è inutile. Chi di voi, allora, vuol portare la mia lettera, consegnarla a Lord Wensleydale, e riportarmi la risposta? Un uomo s'alzò subito in piedi. - Vado io, se volete - disse. - Rischierò volentieri la mia carcassa. - No, Dick Bower, non tu - rispose il cavaliere. - Non mi va. Tu sei astuto, è vero, ma non veloce. Sei stato sempre un poltrone. - Se è così, Sir Daniel, ci sono io - gridò un altro. - I santi me ne guardino! - disse il cavaliere. - Tu sei svelto, ma non astuto. Tu andresti a cadere a capofitto nell'accampamento di John Aggiusta-tutto. Vi ringrazio tutti e due per il vostro coraggio; ma non va, non va proprio. Allora Hatch si offrì, e anche lui fu rifiutato. - Vi voglio qui, buon Bennet; voi siete la mia mano destra, in verità - gli rispose il cavaliere; e fra parecchi altri che si fecero avanti in gruppo, Sir Daniel finalmente ne scelse uno e gli diede la lettera. - Ecco - disse, - tutti noi dipendiamo dalla tua velocità e dal tuo accorgimento. Riportami una buona risposta, e prima di tre settimane avrò ripulito la mia foresta di questi vagabondi che ci sfidano in faccia. Ma attento, Throgmorton: la cosa non è facile. Devi strisciare fuori di notte, come una volpe; e non so come farai a traversare il Till, senza passare il ponte e senza servirti del traghetto. - So nuotare - rispose Throgmorton. - Me la caverò, non abbiate paura. - Ebbene, amico, va' alla dispensa - replicò Sir Daniel. - Prima di tutto nuoterai nella birra bruna. - E con ciò tornò nel salone. - Sir Daniel parla da uomo saggio - disse Hatch in disparte a Dick. - Ora vedete, là dove molti altri da meno di lui avrebbero indorato la pillola, lui parla apertamente ai suoi uomini. Qui c'è un pericolo, dice, e qui c'è una difficoltà; e lo dice perfino scherzandoci sopra. No, per Santa Barbara, è un capitano nato! Nessun altro sa rianimare come lui! Guardate come si rimettono al lavoro. Questo elogio di Sir Daniel mise un pensiero in testa al ragazzo. - Bennet - disse, - come è morto mio padre? - Non lo domandate a me - rispose Hatch. - Io non ci ho avuto a che fare e non lo so; per giunta, non parlerò mai, "Master" Dick. Perché, vedete, degli affari propri un uomo può parlare; ma non quando si tratta di sentito dire e di volgari dicerie. Domandatene a Sir Oliver e... sì, a Carter, se volete; non a me. E Hatch se ne andò a fare la ronda, lasciando Dick alle sue riflessioni. - Perché non ha voluto dirmelo? - pensò il ragazzo. - E perché ha fatto il nome di Carter? Carter... no, ma allora Carter ci ha avuto a che fare, forse. Entrò in casa, e percorrendo un breve tratto di corridoio lastricato e a volta, giunse alla porta della cella dove l'uomo ferito giaceva gemendo. Vedendolo entrare, Carter trasalì vivamente. - Avete portato il prete? - domandò. - Non ancora - rispose Dick. - Dovete prima dirmi una cosa. Come è morto Harry Shelton, mio padre? Immediatamente il viso dell'uomo si alterò. - Non lo so - rispose burbero. - Ma sì che lo sapete bene - insisté Dick. - Non cercate di eludermi. - Vi dico che non lo so - ripeté Carter. - Allora - disse Dick, - morrete senza confessione. Qua sono e qua resterò. Non vi avvicinerà nessun prete, ve lo assicuro. Perché a che vi serve la penitenza se non avete intenzione di riparare i torti che avete aiutato a compiere? E senza la penitenza, la confessione non è che una burla. - Voi non dite quello che pensate, "Master" Dick - pronunciò Carter con calma. - E' male minacciare un moribondo, e non è da pari vostro, a dire la verità. E per quanto poco vi si addica, vi servirà ancora meno Rimanete pure, se vi piace. Dannerete la mia anima... e non saprete niente! E' la mia ultima parola. - E il ferito si voltò dall'altra parte. Ora Dick, a dire il vero, aveva parlato avventatamente, e si vergognava della sua minaccia. Ma fece ancora un tentativo. - Carter - disse, - non mi fraintendete. So che non siete stato che uno strumento nelle mani di altri; un uomo del contado deve obbedire al suo signore; io non gliene farei troppo una colpa. Ma comincio ad apprendere da molte parti che il grande dovere di vendicare mio padre pesa sulla mia gioventù e sulla mia ignoranza. Vi prego, dunque, buon Carter, dimenticate che vi ho minacciato, e di vostra spontanea volontà e con onesta penitenza, ditemi una parola che mi aiuti. Il ferito continuava a tacere; né Dick, per quanto dicesse, non riuscì a cavargli un'altra sola parola. - Sta bene - disse Dick. - Andrò a chiamarvi il prete come desiderate; perché, per quanto possiate essere in colpa verso di me o i miei, non vorrò io essere in colpa verso chiunque, tanto meno verso uno che si trova agli estremi. Ancora una volta il vecchio soldato lo ascoltò senza far moto o parola; aveva soffocato anche i suoi lamenti; e voltandosi e lasciando la stanza, Dick si sentì pieno d'ammirazione per quella ruvida forza d'animo. - Eppure - pensava, - a che serve il coraggio senza lo spirito? Se le sue mani fossero state pulite, avrebbe parlato; il suo silenzio ha confessato il segreto più forte che a parole. No, da tutte le parti affluiscono le prove. Sir Daniel, o i suoi uomini, hanno fatto quella cosa. Dick si fermò sul lastrico del corridoio con cuore grosso. In un'ora simile, nel declinare della fortuna di Sir Daniel, quand'era assediato dagli arcieri della Freccia Nera e proscritto dagli Yorkisti vittoriosi, doveva anche Dick voltarsi contro l'uomo che l'aveva nutrito e istruito, che aveva severamente punito, è vero, ma anche instancabilmente protetto i suoi giovani anni? La necessità, se doveva dimostrarsi tale, era crudele. - Voglia il cielo che sia innocente - pregò. E in quel momento risuonarono dei passi sul lastricato; Sir Oliver avanzò gravemente verso il ragazzo. - C'è uno che vi cerca ansiosamente - disse Dick. - Sto arrivando, buon Richard - disse il prete. - E' questo povero Carter. Ahimè, è al di là d'ogni cura. - Eppure ha l'anima malata più del corpo - osservò Dick. - L'hai visto? - domandò Sir Oliver, visibilmente trasalendo. - L'ho lasciato proprio adesso - rispose Dick. - E che ha detto, che ha detto? - scattò il prete, con straordinaria ansietà. - Non ha fatto che chiedere di voi nel modo più pietoso, Sir Oliver. Fareste bene a correre da lui al più presto, perché la ferita è grave - rispose il ragazzo. - Ci vado immediatamente. Be', tutti abbiamo i nostri peccati, tutti dobbiamo arrivare al nostro ultimo giorno, buon Richard. - Sì, signore; e sarebbe assai bene se tutti vi arrivassero con la coscienza pulita - ribatté Dick. Il prete abbassò gli occhi e masticando una benedizione si allontanò di gran fretta. - Anche lui! - pensò Dick. - Lui, che m'ha insegnato la pietà! Ma allora che mondo è questo, se tutti quelli che si prendono cura di me si sono macchiati del sangue della morte di mio padre? Vendetta! Ahimè! Che triste sorte è la mia, se devo vendicarmi sugli amici! Il pensiero gli portò alla mente Matcham. Sorrise al ricordo del suo strano compagno, e si domandò dove fosse. Da quando erano giunti insieme alle porte di Moat House, il ragazzo più giovane era sparito, e Dick cominciava a sentire la nostalgia di scambiare una parola con lui. Un'ora dopo all'incirca, dopo la messa officiata da Sir Oliver piuttosto frettolosamente, la compagnia si radunò nel salone d'ingresso per pranzare. Era un ambiente lungo e basso, con il pavimento ricoperto di stuoie verdi e arazzi appesi alle pareti, raffiguranti scene di selvaggi e segugi a caccia; qua e là pendevano lance, archi e scudi; il fuoco fiammeggiava nel grande camino; c'erano banchi ricoperti di panno lungo i muri; e nel mezzo la tavola, magnificamente imbandita, attendeva l'arrivo dei commensali. Né Sir Daniel né la castellana fecero la loro comparsa. Anche Sir Oliver era assente, e di Matcham ancora neppure l'ombra. Dick cominciò ad allarmarsi, richiamando alla mente i tristi presentimenti del suo compagno, e a domandarsi se non gli fosse capitata, in quella casa, qualche sventura. Dopo il pranzo s'imbatté in Goody Hatch, che stava correndo da lady Brackley. - Goody - le domandò, - dov'è "Master" Matcham, di grazia? Ho visto che andavate dentro con lui, quando siamo arrivati. La vecchia donna rise forte. - Ah, "Master" Dick - disse, - avete proprio un occhio famoso in testa, voi! - e ancora rise. - Sì, ma davvero, dov'è? - insisté Dick. - Non lo vedrete mai più - rispose la donna; - mai più. Questo è certo. - Se è così - ritorse il ragazzo, - ne voglio sapere la ragione. Non è venuto qui di sua spontanea volontà; sono io che mi sono assunto la responsabilità di proteggerlo, e farò in modo di saperlo trattato come si deve. Ci sono troppi misteri; comincio ad averne abbastanza del gioco! Ma proprio mentre Dick stava ancora parlando, una mano pesante gli si posò sulla spalla. Era Bennet Hatch giunto inavvertitamente dietro di lui. Con un solo gesto del pollice il vassallo mandò via la moglie. - Amico Dick - disse, non appena furono soli, - siete diventato pazzo? Se non lasciate in pace certi argomenti, starete meglio in fondo al mare salato che non qui a Moat House di Tunstall. Avete interrogato me; avete adescato Carter; avete spaventato il prete con delle allusioni. Comportatevi più saggiamente, pazzo che siete; e ora che Sir Daniel vi manderà a chiamare, fate un viso d'angioletto, per amore della prudenza. Subirete un interrogatorio serrato. Fate bene attenzione alle vostre risposte. - Hatch - obiettò Dick, - in tutto questo sento odore di cattiva coscienza. - E se non sarete più prudente, sentirete presto odore di sangue - ribatté Hatch. - Ve ne faccio avvertito. Ecco che vengono a cercarvi. E infatti proprio in quel momento un messaggero traversava il cortile per invitare Dick alla presenza di Sir Daniel. I DUE GIURAMENTI. Sir Daniel era nel salone; camminava su e giù rabbiosamente davanti al fuoco, in attesa dell'arrivo di Dick. Nessun altro era con lui ad eccezione di Sir Oliver, che però se ne stava discretamente seduto in disparte, sfogliando e brontolando il breviario. - Mi avete mandato a chiamare, Sir Daniel? - chiese il giovane Shelton. - Certo che ti ho mandato a chiamare - rispose il cavaliere. - Che cosa mi fai giungere all'orecchio? Sono stato per te un così cattivo tutore da indurti ad affrettarti a credere di me tutto il male che raccontano? O forse, dato che per una volta tanto mi vedi in acque non più tanto floride, pensi bene di abbandonare il mio partito? Per la messa, tuo padre non era così! Teneva fede a chi gli era vicino con qualunque vento e qualunque tempo. Ma tu, Dick, tu sei l'amico dei giorni buoni, pare, e ora cerchi di liberarti dell'obbedienza dovuta. - Se non vi dispiace, Sir Daniel, non è così - rispose Dick con fermezza. - Sono riconoscente e fedele, là dove riconoscenza e fedeltà sono dovute. Anzi, prima di dire altro, ringrazio voi e ringrazio Sir Oliver; ho grandi debiti verso di voi, tutti e due: debiti che non potrebbero essere più grandi; sarei un cane se lo dimenticassi. - Molto bene - disse Sir Daniel; e quindi, accendendosi di collera: - La riconoscenza e la fedeltà sono parole, Dick Shelton - continuò; - ma io guardo ai fatti. In quest'ora di pericolo per me, quando il mio nome è macchiato, e le mie terre sono confiscate, questo bosco pieno di uomini affamati e assetati della mia distruzione, che cosa fa la gratitudine? Che cosa fa la fedeltà? Non mi sono rimasti che pochi uomini; è gratitudine o fedeltà avvelenare i loro cuori con le tue insidiose insinuazioni? Risparmiaci una gratitudine simile! Ma vediamo ora, che cos'è che vuoi? Parla; siamo qui per rispondere. Se hai qualcosa contro di me fatti avanti e dillo. - Signore - rispose Dick, - mio padre morì quando ero ancora un bambino. E' venuto alle mie orecchie che è stato ucciso a tradimento. E' venuto alle mie orecchie, e non voglio nasconderlo, che voi avete avuto mano alla sua uccisione. E in tutta verità, non mi darò pace e non mi sentirò perfettamente libero di servirvi finché non avrò risolto con certezza questi dubbi. Sir Daniel si sprofondò in una scranna. Si prese il mento in una mano e guardò fisso Dick. - E tu pensi che sarei stato il tutore del figlio dell'uomo che avevo assassinato? - chiese. - Perdonatemi - disse Dick, - se vi rispondo rudemente; ma voi sapete meglio di me che una tutela è assai vantaggiosa. Tutti questi anni non avete goduto le mie rendite e comandato i miei uomini? Non avete anche il mio matrimonio? Non so quanto possa valere, ma qualche cosa vale. Perdonatemi ancora; ma se siete stato tanto abietto da uccidere un uomo fedele a voi, viene forse a spiegarsi facilmente anche la spinta a bassezze di minor conto. - Quando ero un ragazzo della tua età - replicò Sir Daniel severamente, - non avevo lo spirito così disposto al sospetto. E Sir Oliver qui - soggiunse, - perché dovrebbe lui, un prete, essersi reso colpevole di un'azione simile? - Già, Sir Daniel - fece Dick, - ma dove comanda il padrone, là va il cane. E' notissimo che il prete non è che un vostro strumento. Parlo assai liberamente; non è questo tempo di cerimonie. E così come parlo, così vorrei che mi fosse risposto. Ma di risposte non ne ricevo! Vi limitate a farmi altre domande. Vi avverto di stare in guardia, Sir Daniel; perché a questo modo non fate che alimentare e non dissipare i miei dubbi. - Ti risponderò con equità, "Master" Richard - disse il cavaliere. -Se pretendessi di dire che non hai suscitato la mia collera, non sarei onesto. Ma sarò giusto anche nella collera. Vieni da me con queste parole quando sarai cresciuto e diventato un uomo, e io non sarò più il tuo tutore, e quindi impotente a vendicarmene. Vieni da me allora, e ti risponderò come meriti, con uno schiaffo sulla bocca. Fino a quel momento non hai che un'alternativa: o ringhiottirti i tuoi insulti, tenere la lingua a posto, e intanto combattere per l'uomo che ti ha nutrito e ha difeso la tua infanzia; altrimenti... la porta è aperta, i boschi sono pieni di miei nemici: va'. Il tono con cui queste parole furono pronunciate, lo sguardo che le accompagnava, scossero Dick; e tuttavia non poteva impedirsi di notare che non aveva avuto risposta. - Nulla desidero più ardentemente, Sir Daniel, che credervi - replicò. - Assicuratemi che voi non avete avuto parte in quella cosa. - Vuoi la mia parola d'onore, Dick? - chiese il cavaliere. - Sì, certo - rispose il ragazzo. - Te la do - disse Sir Daniel. - Sulla mia parola d'onore, sulla salute eterna della mia anima, e com'è vero che anche d'ora innanzi dovrò rispondere delle mie azioni, non ho avuto mano né partecipazione alla morte di tuo padre. Tese la mano e Dick la prese avidamente. Nessuno dei due aveva notato il prete che, sentendo pronunziare quel giuramento solenne e falso, s'era levato a metà del suo sedile in un'agonia d'orrore e di rimorso. - Ah! - esclamò Dick, - dovete essere così magnanimo da perdonarmi! Sono stato davvero infame a dubitare di voi. Ma avete la mia parola; non dubiterò più. - Ma sì, Dick - rispose Sir Daniel, - sei perdonato. Tu non conosci il mondo e quanto sia per natura propenso alle calunnie. - Io sono ancora più da biasimare - soggiunse Dick, - in quanto i miserabili designavano non voi direttamente, ma Sir Oliver. Così dicendo si volse verso il prete, e rimase a metà dell'ultima parola. Quell'uomo aitante, colorito, corpulento, risoluto, era andato, come suol dirsi, in pezzi; il colore l'aveva abbandonato, le membra ricadevano inerti, le labbra balbettavano preghiere; e adesso, con gli occhi di Dick che si fissarono improvvisamente su di lui, si lasciò sfuggire un grido acuto, come una bestia selvaggia, e si nascose il viso fra le mani. Sir Daniel gli fu accanto in due salti, e lo scosse brutalmente per la spalla. Nel medesimo istante si risvegliarono i sospetti di Dick. - Già - disse, - anche Sir Oliver può giurare. Quello che accusavano era lui. - Giurerà - disse il cavaliere. Sir Oliver agitò le braccia senza parlare. - Sì, per la messa! Giurerete - gridò Sir Daniel, fuori di sé dall'ira. - Qua su questo libro, giurerete - continuò raccogliendo il breviario caduto a terra. - Che! Mi fate dubitare di voi! Giurate, vi dico, giurate! Ma il prete era ancora incapace di spiccicare parole. Il suo terrore di Sir Daniel, il terrore dello spergiuro, saliti quasi al medesimo livello, lo strangolavano. E proprio in quel momento, una freccia nera penetrò con gran fracasso attraverso uno dei finestroni istoriati del salone, andò a piantarsi in mezzo alla lunga tavola e vi rimase confitta, oscillando. Sir Oliver, con uno strillo acuto, cadde svenuto sulle stuoie; mentre il cavaliere, seguito da Dick, si precipitava nel cortile e su per la più vicina scaletta a chiocciola verso i merli della torre. Le sentinelle erano tutte all'erta. Il sole splendeva tranquillo sui prati verdi sparsi di alberi, e sulle colline boscose della foresta che chiudevano la visuale. Nessuna traccia di assedianti. - Da dove è venuto quel colpo? - domandò il cavaliere. - Da quella macchia là, Sir Daniel - rispose una sentinella. Il cavaliere rimase un po' a pensare. Poi si rivolse a Dick. - Dick - disse, - tienimi d'occhio questi uomini; ti lascio qui a guardia. Quanto al prete, si scolperà, o altrimenti vorrò conoscere i motivi. Quasi comincio a condividere i tuoi sospetti. Giurerà, credilo, o troveremo le prove della sua colpa. Dick rispose con una certa freddezza, e il cavaliere, lanciandogli un'occhiata penetrante, si affrettò a ritornare nella sala. Il suo primo sguardo fu per la freccia. Era il primo di quei missili che gli capitasse sott'occhio, e mentre la rigirava di qua e di là, quel colore tetro gli fece paura. Di nuovo c'era scritto sopra qualcosa: una sola parola: «Sepolto». - Ah - scattò, - sanno che sono a casa, allora. Sepolto! Sì, ma non c'è un cane fra loro capace di disseppellirmi. Sir Oliver era tornato in sé, e ora si tirò in piedi a fatica. - Ahimè, Sir Daniel - gemette, - avete fatto un giuramento spaventoso; siete dannato per l'eternità. - Già - rispose il cavaliere, - ho fatto proprio un giuramento, balordo che siete; ma voi ne farete uno ancora più enorme. Lo farete sulla santa croce di Holywood. E fate bene attenzione; preparate le parole adatte. Giurerete stasera. - Che il cielo vi illumini! - supplicò il prete; - che il cielo distolga il vostro cuore da tanta iniquità! - Vedete, mio buon padre - disse Sir Daniel, - se voi siete per la devozione, non dico altro; cominciate tardi, ecco tutto. Ma se in qualche modo inclinate alla saggezza, ascoltatemi. Questo ragazzino comincia a irritarmi come una vespa. Ho bisogno di lui, perché vorrei vendere il suo matrimonio. Ma vi dico con tutta franchezza che se continua ad annoiarmi, lo mando a raggiungere suo padre. Vado a dar ordine di trasferirlo nella camera sopra la cappella. Se vi riuscirà di giurare la vostra innocenza con un buon solido giuramento e in tono sicuro, sta bene; il ragazzo per ora starà in pace e lo risparmierò. Ma se balbettate o impallidite, o comunque esiterete a giurare, lui non vi crederà; e allora, per la messa! morrà. Sta a voi pensarci. - La camera sopra la cappella! - ansò il prete. - Proprio quella - rispose il cavaliere. - Perciò se desiderate salvarlo, salvatelo; ma se non lo desiderate, finitela, di grazia, e lasciatemi in pace! Perché se fossi stato un uomo precipitoso, vi avrei già infilzato con la spada per la vostra intollerabile vigliaccheria e idiozia. Avete scelto? Dite! - Ho scelto - disse il prete. - Il cielo mi perdoni... Giurerò per amore del ragazzo. - Meglio così! - disse Sir Daniel. - Fatelo chiamare, allora, presto. Lo vedrete da solo. Ma vi terrò d'occhio. Starò qui nella camera a pannelli. Il cavaliere sollevò un arazzo; e lo lasciò ricadere dietro di sé. Si udì lo scatto d'una molla; poi seguì lo scricchiolio d'una scala. Sir Oliver, lasciato solo, gettò uno sguardo timoroso in alto verso la parete coperta dall'arazzo e si fece il segno della croce, manifestamente in preda al terrore e alla contrizione. - No, se è nella camera della cappella - mormorò il prete, - a prezzo della mia anima devo salvarlo. Tre minuti dopo, Dick, mandato a chiamare da un altro messaggero, trovò Sir Oliver in piedi presso la tavola del salone, pallido e risoluto. - Richard Shelton - disse, - hai richiesto da me un giuramento. Potrei lamentarmene, potrei negartelo; ma il mio cuore s'intenerisce per te nel ricordo del passato, e ti darò la soddisfazione che desideri. Sulla vera croce di Holywood, io non ho assassinato tuo padre. - Sir Oliver - disse Dick di rimando, - quando in principio leggemmo il messaggio di John Aggiusta-tutto, ne ero convinto. Ma permettetemi di farvi due domande. Voi non l'avete assassinato: sta bene. Ma non avete in qualche modo preso parte alla cosa? - Nessuna parte - disse Sir Oliver. E nel medesimo istante prese a torcere il viso e a far segno con la bocca e le sopracciglia, come chi voglia dare un avvertimento senza osare tradurlo in parole. Dick l'osservò stupito; poi si volse e si guardò intorno per la sala vuota. - Che vi succede? - domandò. - Che? Niente - rispose il prete, spianando subito il viso. - Non mi succede niente; soffro, soltanto. Mi sento male. Io... io... ti prego, Dick, devo andare. Sulla vera croce di Holywood, sono assolutamente innocente sia di violenza che di tradimento. Ti basti, caro ragazzo. Addio! E se la svignò dalla sala con insolita alacrità. Dick rimase inchiodato sul posto, vagando con gli occhi intorno alla stanza, sul viso tutto un rapido passare di svariate emozioni: stupore, dubbio, sospetto e divertimento. A poco a poco, come la mente gli si schiariva, il sospetto prese il sopravvento e diventò certezza del peggio. Alzò la testa e, così facendo, trasalì violentemente. In alto sul muro, la figura di un cacciatore selvaggio era intessuta nella tappezzeria. Con una mano si portava un corno alla bocca; con l'altra brandiva un'enorme lancia. Aveva il viso scuro, perché doveva rappresentare un africano. Ed ecco la cosa che aveva sorpreso Richard Shelton. Il sole si era ritirato dalle finestre della sala, e nello stesso tempo il fuoco aveva levato un'alta vampata nell'ampio camino, e sprizzato bagliori cangianti sul soffitto e sugli arazzi. In quella luce, la figura del cacciatore nero gli aveva ammiccato con una palpebra bianca. Continuò a fissare quell'occhio. La luce lo faceva scintillare come una gemma; era liquido, era vivo. Di nuovo la palpebra bianca sbatté per la frazione d'un secondo, e l'attimo dopo era sparita. Non c'era da sbagliare. L'occhio vivo che l'aveva sorvegliato attraverso un buco nella tappezzeria era scomparso. Il bagliore del fuoco non brillava più su una superficie che lo rifletteva. E immediatamente Dick si risvegliò al terrore della sua situazione. L'avvertimento di Hatch, i muti segnali del prete, quell'occhio che l'aveva osservato dalla parete, gli si agitavano tutti insieme in mente. Si accorse di essere stato messo alla prova, di avere di nuovo tradito i suoi sospetti, e, a meno d'un miracolo, di essere perduto. - Se non riesco a uscirmene da questa casa - pensò, - sono un uomo morto! E quel povero Matcham, anche... in quale covo di basilischi l'ho portato! Stava ancora così pensando, quando venne un uomo in gran fretta a pregarlo di aiutarlo a portare le sue armi, i suoi vestiti e i suoi pochi libri in un altra camera. - E perché? Quale camera? - Un'altra camera? - ripeté Dick. - Una camera sopra la cappella - rispose il messaggero. - E' rimasta vuota per tanto tempo - fece Dick pensieroso. - Che genere di camera è? - Ma... una buona camera - rispose l'uomo. - Però - abbassò la voce, - la dicono visitata. - Visitata? - ripeté Dick con un brivido. - Non l'ho mai saputo. Ma da chi? Il messaggero si guardò intorno; poi in un mormorio appena percepibile: - Dal sacrestano di Saint John - disse. - Lo avevano messo lì a dormire una notte, e la mattina... puff! era sparito. Se l'era preso il diavolo, dissero; quello che è più certo, è che aveva bevuto fino a tardi, la notte prima. Dick lo seguì pieno di neri presentimenti. LA CAMERA SOPRA LA CAPPELLA. Dai merli non fu visto altro. Il sole camminò verso ponente e infine tramontò; ma agli occhi di tutte le attente sentinelle nulla di vivo apparve nelle vicinanze del castello di Tunstall. Quando infine fu notte, Throgmorton fu condotto in una stanza che dava sopra un angolo del fossato. Di lì fu calato con ogni precauzione; per qualche minuto si udì l'agitarsi leggero dell'acqua tagliata dal nuoto; poi si distinse una figura nera prendere terra aiutandosi con i rami di un salice e allontanarsi strisciando fra l'erba. Per una mezz'ora circa Sir Daniel e Hatch rimasero attenti in ascolto; ma tutto era tranquillo. Il messaggero se n'era andato sano e salvo. Sir Daniel spianò la fronte. Si rivolse a Hatch. - Bennet - disse, - questo John Aggiusta-tutto non è niente di più che un uomo, lo vedete. Dorme. La faremo finita anche con lui. Andate! Tutto il pomeriggio e la sera Dick fu mandato di qua e di là in un susseguirsi ininterrotto di ordini, fino a sentirsi stordito del numero e della fretta delle commissioni. Durante tutto il tempo non aveva più visto Sir Oliver, e quanto a Matcham, ancora niente; tuttavia né il prete né il giovinetto gli uscivano mai di mente. Ora, il suo intento principale era quello di fuggire al più presto da Moat House e da Tunstall; ma prima di andarsene, desiderava scambiare ancora una parola con tutti e due. Finalmente, portando una lampada, salì alla sua nuova camera. Era ampia, bassa e alquanto scura. La finestra guardava sul fossato, e sebbene fosse tanto alta, era pesantemente sbarrata. Il letto era lussuoso, con un guanciale di piume e uno di lavanda, e una coperta rossa intessuta d'un disegno di rose. Tutto intorno alle pareti erano armadi a muro chiusi a chiave e lucchetto, e nascosti alla vista da arazzi a tinta scura. Dick fece il giro, sollevando gli arazzi, picchiando sui pannelli, cercando invano di aprire gli armadi. Si assicurò che la porta fosse robusta e solido il catenaccio; quindi posò il lume su una mensola e riprese a guardarsi intorno. Per quale ragione gli avevano dato quella camera? Era più grande e più bella della sua. Poteva nascondere una trappola? C'era un ingresso segreto? Era davvero visitata? Il sangue gli si raggelò un poco nelle vene. Immediatamente sopra la sua testa il passo pesante d'una sentinella risonava sul tetto a lamiera. Sotto di lui, lo sapeva, si arcuava il soffitto della cappella; e adiacente alla cappella era la sala. Certamente c'era un passaggio segreto nella sala; glielo provava l'occhio che l'aveva spiato da dietro l'arazzo. Non era più che probabile che il passaggio si estendesse fino alla cappella e, se così, che sboccasse in quella camera? Addormentarsi là dentro sarebbe stata temeraria pazzia. Preparò le armi e prese posizione in un angolo della stanza dietro la porta. Se covavano cattive intenzioni, avrebbe venduta cara la vita. Il rumore di molti passi, il chi va là e la parola d'ordine gli risuonarono sul capo lungo i merli; era il cambio della guardia. E proprio in quel momento sentì grattare alla porta della camera, e poi di nuovo un poco più forte; e un sussurro: - Dick, Dick, sono io! Dick corse alla porta, tirò il catenaccio e fece entrare Matcham. Era pallidissimo e portava in una mano un lume e nell'altra una daga sguainata. - Chiudi la porta - mormorò. - Presto, Dick. Questa casa è piena di spie; sento i loro piedi che mi seguono nei corridoi; le sento respirare dietro gli arazzi. - Comunque, sta' tranquillo - disse Dick; - ho chiuso. Siamo al sicuro per il momento, se sicurezza può esserci fra queste mura. Ma il mio cuore è felice di vederti. Per la messa, ragazzo, credevo che ti avessero spacciato. Dove eri nascosto? - Non importa - ribatté Matcham. - Dal momento che siamo insieme, non importa. Ma Dick, hai gli occhi aperti? T'hanno fatto vedere che cosa si farà domani? - No - rispose Dick. - Che cosa è che faranno domani? - Domani o stanotte, non lo so - disse l'altro; - ma come che sia, Dick, vogliono ucciderti. Ne ho le prove: li ho intesi bisbigliare; anzi, è come se me l'avessero detto. - Ah! - fece Dick, - è così? E' quello che pensavo. E gli raccontò per disteso gli avvenimenti della giornata. Quando ebbe terminato, Matcham si alzò e a sua volta prese ad esaminare la stanza. - No - disse, - non c'è un'apertura visibile. Eppure è certissimo che c'è. Dick, rimango con te. Se devi morire, morirò con te. E posso aiutarti, guarda! Ho rubato una daga, farò del mio meglio. Ma intanto, se sai di qualche uscita, di qualche posterla che potremmo aprire, o di qualche finestra da dove potremmo calarci, affronterò con gioia qualunque pericolo per fuggire con te. - Jack - disse Dick, - per la messa, Jack, sei l'anima più bella, e la più fida e la più coraggiosa di tutta l'Inghilterra! Qua la mano, Jack! E strinse la mano dell'altro, in silenzio. - Ti dirò - riprese a sussurrare: - c'è la finestra da dove si è calato il messaggero; la corda deve essere ancora attaccata nella stanza. E' una speranza. - Zitto! - fece Matcham. Tutti e due si misero in ascolto. Si sentiva un rumore sotto il pavimento; s'arrestò, e subito riprese. - Qualcuno cammina nella stanza qua sotto - sussurrò Matcham. - No, non c'è nessuna stanza; siamo sopra la cappella. E' il mio assassino nel passaggio segreto. Ebbene, che venga; non lo tratterò con i guanti! - E digrignò i denti. - Spegni i lumi - disse l'altro. - Forse si tradirà. - Spensero tutte e due le lampade e rimasero immobili come la morte. I passi sotto di loro erano leggerissimi, ma chiaramente percepibili. Parecchie volte s'allontanarono e s'avvicinarono; e poi ci fu lo stridere aspro di una chiave che girava in una serratura, seguito da un silenzio piuttosto lungo. Ben presto i passi ricominciarono; e allora, d'un tratto, una fessura luminosa apparve sull'assito della camera, lontano in un canto. La fessura illuminata si allargò; si stava aprendo una botola, che lasciava passare un fiotto di luce. Distinsero una mano forte che spingeva in su; e Dick sollevò la sua balestra, aspettando che spuntasse la testa. Ma ci fu un'interruzione. Da un angolo lontano di Moat House cominciarono a sentirsi delle grida, e prima una voce, poi tante che pronunciavano un nome, chiamando forte. Quel fracasso aveva evidentemente sconcertato il sicario, poiché la botola fu silenziosamente riabbassata, e i passi si allontanarono rapidi, traversarono un'altra volta l'ambiente sotto ai due ragazzi, e si persero in distanza. C'era un momento di respiro. Dick ebbe un profondo sospiro, e allora, e non prima di allora, prestò orecchio al trambusto che aveva interrotto l'assalto e che ora stava piuttosto aumentando d'intensità invece di diminuire. Dappertutto a Moat House si sentivano piedi correre, porte aprirsi e sbattere, e la voce di Sir Daniel che dominava tutto quel fracasso chiamando «Joanna». - Joanna! - ripeté Dick. - E chi diamine può essere? Qui non c'è nessuna Joanna, e non c'è stata mai. Che significa? Matcham taceva. Sembrava come eclissato. Dalla finestra entrava soltanto una pallida luce di stelle, e nell'angolo opposto della camera, dove i due si erano rintanati, l'oscurità era completa. - Jack - disse Dick, - non so dove sei stato tutto oggi. Hai visto per caso questa Joanna? - No - rispose Matcham, - non l'ho vista. - Non l'hai neanche sentita nominare? - insisté Dick. I passi si avvicinavano. Sir Daniel stava ancora urlando il nome di Joanna dal cortile. - L'hai sentita nominare? - ripeté Dick. - Sì, l'ho sentita nominare - disse Matcham. - Come ti trema la voce! Ma che hai? - fece Dick. - E' invece una gran fortuna, questa Joanna; li distoglierà dal pensare a noi. - Dick - proruppe Jack, - sono perduta; siamo perduti tutti e due! Fuggiamo di qui finché è tempo. Non si fermeranno fino a quando non mi avranno trovata. Oppure, guarda! Fammi uscire; quando mi avranno trovata, tu puoi scappare. Fammi uscire, Dick, buon Dick, fammi andar via! Stava cercando a tastoni il catenaccio, quando Dick finalmente comprese. - Per la messa! - esclamò, - tu non sei nessun Jack; sei Joanna Sedley; sei la ragazza che non voleva sposarmi! La fanciulla si fermò e rimase in silenzio e immobile. Anche Dick tacque per qualche minuto; poi parlò di nuovo. - Joanna - disse, - tu mi hai salvato la vita, e io ho salvato la tua; e abbiamo visto scorrere il sangue, e siamo stati amici e nemici... sì, ho anche preso la mia cintura per frustarti; e avevo sempre creduto che tu fossi un ragazzo. Ma ora ho la morte su di me, è giunta la mia ora, e prima di morire devo dirti questo: sei la migliore e più coraggiosa ragazza che ci sia sotto il cielo, e, se solo potessi vivere, ti sposerei ciecamente: e che io viva o muoia, ti amo! Lei non rispose niente. - Via - disse lui, - parla, Jack! Fa' la brava e di' che mi ami! - Ma, Dick - esclamò l'altra, - e allora perché sarei qui? - Va bene, e vedi - continuò Dick, - se soltanto ci riesce di scamparla, ci sposeremo; e se dovremo morire, moriremo, e sarà finita. Ma ora che ci penso, come hai fatto a trovare la mia camera? - L'ho chiesto a Madama Hatch - rispose lei. - Bene, possiamo fidarci di lei - rispose il ragazzo; - non ci tradirà. Abbiamo un po' di tempo innanzi a noi. Ma proprio in quel momento, quasi a contraddire le sue parole, s'avvicinarono dei passi di corsa per il corridoio e un pugno batté con forza alla porta. - Qua! - gridò una voce. - Aprite, "Master" Dick; aprite! Dick non si mosse e non rispose. - E' finita - disse la ragazza; e gettò le braccia intorno al collo di Dick. Uno dopo l'altro, altri uomini s'adunarono dietro la porta. Poi arrivò Sir Daniel in persona, e tutto il rumore cessò di colpo. - Dick - gridò il cavaliere, - non fare l'asino. I Sette Dormienti (1) si sarebbero già svegliati da un pezzo. Sappiamo che Joanna è qui dentro. Apri la porta, dunque. Dick tacque ancora. - Buttate giù la porta! - ordinò Sir Daniel. E all'istante i suoi uomini si gettarono selvaggiamente sulla porta a calci e a pugni. Per quanto solida fosse, e bene sprangata, non avrebbe tardato molto a cedere se ancora una volta non fosse intervenuta la sorte. Sopra la tempesta dei colpi si udì il grido di una sentinella; ne seguì un altro; grida corsero lungo i merli, grida risposero dal bosco. Sul primo momento quell'allarme pareva indicare che gli arcieri della foresta stessero prendendo d'assalto Moat House. E Sir Daniel e i suoi armigeri, desistendo subito dall'attacco alla camera di Dick, corsero via a difendere le mura. - Ora - gridò Dick, - siamo salvi. Afferrò il grande letto antico con tutte e due le mani e tentò invano di smuoverlo. - Aiutami, Jack. Per la vita tua, aiutami con tutte le tue forze! - gridò. Fra tutti e due, con enorme sforzo, trascinarono il massiccio mobile di quercia attraverso la stanza e lo spinsero per lungo contro la porta. - Non fai che peggiorare le cose - disse Joanna, triste. - Così entrerà dalla botola. - Non credo - rispose Dick. - Non oserà far conoscere il suo segreto a tanta gente. E' invece dalla botola che fuggiremo. Ascolta! L'attacco è finito. Ma no, non lo era! Infatti non era stato un attacco; era l'arrivo d'un altro gruppo di dispersi della disfatta di Risingham. Avevano rischiato il ritorno protetti dalle tenebre; li avevano fatti entrare dalla porta grande; ed ora, con un gran scalpitare di zoccoli e strepito d'armi e d'armature, stavano scendendo da cavallo nel cortile. - Ora torna - disse Dick. - Presto, alla botola! Accese una lampada, e insieme si diressero all'angolo della camera. Fu facile scoprire lo spiraglio che ancora lasciava sfuggire un barlume di luce e, presa una solida spada dal suo piccolo arsenale, Dick l'infilò profondamente nella fessura e fece leva poggiando con forza sull'elsa. La botola si mosse, s'aprì un poco, e finalmente si spalancò. Afferrando la tavola con le mani, i due giovani la spinsero indietro sul pavimento. Apparvero pochi gradini e ai piedi della scaletta, dove il sicario l'aveva abbandonata, una lampada accesa. - Ora - disse Dick, - va' giù per prima e prendi il lume. Io ti seguo e chiudo la botola. Così discesero l'uno dopo l'altra, e come Dick abbassava la botola, ricominciarono a tuonare i colpi sui pannelli della porta. NOTE. NOTA 1: Figure leggendarie della agiografia orientale (Nota del traduttore). IL CORRIDOIO. Il corridoio nel quale Dick e Joanna ora si trovavano era angusto, sudicio e breve. Terminava con una porta mezzo aperta; la medesima porta, senza dubbio, che avevano sentito disserrare dall'uomo. Pesanti ragnatele pendevano dal soffitto, e il pavimento di pietra rimbombava cupo sotto il passo più leggero. Subito dopo la porta, il corridoio si divideva in due rami, ad angolo retto. Dick ne scelse uno a caso, e insieme si avviarono a passi frettolosi e riecheggianti sul soffitto cavo della cappella. La volta si arcuava come il dorso di una balena al tenue chiarore della lampada. Qua e là si aprivano spie, sull'altra parte dissimulate dai rilievi artistici della cornice; e guardando giù da una di quelle spie, Dick vide il pavimento lastricato della cappella, l'altare con i suoi ceri accesi, e prosternato ai piedi, Sir Oliver immerso in preghiera con le mani alzate. Giunti in fondo, discesero pochi gradini. Il passaggio diventava più stretto; la parete da un lato era di legno; attraverso gli interstizi veniva il rumore di gente che parlava e trapelavano vaghi bagliori; presto giunsero a un buco rotondo della dimensione di un occhio umano, e Dick, guardando, scorse l'interno della sala e una mezza dozzina di uomini in trapunta intorno alla tavola, intenti a bere forte e a demolire un pasticcio di selvaggina. Erano certamente alcuni dei nuovi arrivati. - Da questa parte non c'è niente da fare - disse Dick. - Proviamo dall'altra. - No - disse Joanna; - può essere che il corridoio continui. E si spinsero avanti. Ma dopo pochi metri il passaggio terminava in cima a una scaletta; e fu chiaro che, fintanto che i soldati occupavano la sala, la fuga di lì era impossibile. Ritornarono sui loro passi con tutta la fretta immaginabile, e s'inoltrarono ad esplorare l'altro ramo del corridoio. Era strettissimo, tanto da permettere a mala pena il passaggio a un uomo tarchiato; e saliva e scendeva continuamente per brevi scalette a rompicollo, finché perfino Dick aveva perduto ogni orientamento. Alla fine prese a farsi sempre più angusto e basso; i gradini continuavano a discendere; le pareti d'ambo i lati erano diventate umide e viscose al tatto; e lontano, davanti, distinsero lo squittio e la corsa precipitosa dei topi. - Dobbiamo essere nei sotterranei della torre - osservò Dick. - E ancora non si vede un'uscita - soggiunse Joanna. - Eppure un'uscita ci deve essere! - rispose Dick. Subito dopo, infatti, il passaggio faceva un angolo acuto e quindi terminava salendo di pochi gradini. In cima, una solida lastra di pietra fungeva da botola, e i due la spinsero in su facendo forza con la schiena. Ma non si smuoveva. - C'è qualcuno che la tiene ferma - suggerì Joanna. - Non credo - disse Dick; - se anche fosse un uomo forte per dieci, almeno di poco dovrebbe cedere. Ma questa resiste come una roccia. Deve esserci un peso sulla botola. Di qui non si esce; e in fede mia, buon Jack, siamo qui prigionieri come se avessimo i ceppi alle caviglie. Mettiamoci seduti a parlare. Dopo un poco ritorneremo, quando forse non staranno più tanto in guardia; e chissà? forse potremo allora svignarcela e tentare la sorte. Ma ho gran paura, da come la vedo io, che siamo proprio perduti. - Dick - esclamò Joanna. - Maledetto il giorno che mi hai incontrata! Perché proprio io, come la più infelice e la più ingrata delle donne, ti ho portato a questo punto. - Che storie! - ribatté Dick. - Era tutto scritto, e quello che è scritto, volenti o nolenti, finisce per accadere. Ma dimmi un poco chi sei, e come sei caduta nelle mani di Sir Daniel; sarà meglio che star qui a lamentarsi, sulla sorte tua o sulla mia. - Sono orfana, come te, di padre e di madre - disse Joanna; - e per mia grande sfortuna, Dick, e quindi per la tua, rappresento un ricco partito. Mi aveva in tutela Lord Foxham; ma pare che Sir Daniel comprasse il mio matrimonio dal re, e anche pagandolo molto caro. Così eccomi là, povera bambina, con due grandi e ricchi uomini che si litigavano il potere di disporre del mio matrimonio, e io ancora in braccio alla nutrice! Be', poi il mondo cambiò, ci fu un nuovo Cancelliere, e Sir Daniel comprò la mia tutela passando sulla testa di Lord Foxham. E poi il mondo cambiò di nuovo, e Lord Foxham comprò il mio matrimonio passando sulla testa di Sir Daniel, e da allora a oggi i due hanno continuato a contrastarsi. Ma Lord Foxham mi aveva sempre in custodia, ed era per me un buon tutore. Infine venne il tempo di maritarmi, o vendermi, se preferisci. Lord Foxham doveva ricevere per me cinquecento sterline. Lo sposo si chiamava Hamley, e domani, Dick, proprio domani, era il giorno delle nozze. Se non fosse stato per Sir Daniel, mi sarei sposata, certo... e non ti avrei visto mai, Dick, caro Dick. E gli prese la mano e gliela baciò con grazia squisita; e Dick prese la mano di lei e la baciò a sua volta. - Ebbene - continuò Joanna, - Sir Daniel mi sorprese nel giardino, e mi costrinse a indossare questi abiti maschili, il che è peccato mortale per una donna (1); e fra l'altro, non mi stanno bene. Mi portò a cavallo fino a Kettley, come hai visto, dicendomi che dovevo sposare te ma io, in cuor mio, mi ripromettevo di sposare Hamley in barba sua. - Ah! - esclamò Dick. - E allora tu ami questo Hamley? - Ma no - rispose Joanna, - non l'amavo. Semplicemente odiavo Sir Daniel. E poi, Dick, tu mi hai aiutata, e sei stato tanto gentile e tanto coraggioso, e il mio cuore è venuto a te mio malgrado; e ora, se in qualche modo ci riesce di scamparla, vorrò sposare te proprio per mia volontà. E se per un crudele destino non potrà essere così, tu mi sarai sempre caro. Finché batterà, il mio cuore ti sarà fedele. - E io - disse Dick, - che non mi sono mai curato minimamente di nessun genere di donna finora, mi sono affezionato a te quando credevo che tu fossi un ragazzo. Avevo compassione di te, e non sapevo perché. Quando avrei voluto prenderti a cinghiate, mi mancò la mano. Ma quando mi hai confessato di essere una ragazza, Jack, perché voglio ancora chiamarti Jack, ho sentito con certezza che eri proprio la donna per me. Ascolta! - esclamò interrompendosi, - viene qualcuno. E infatti un passo pesante si sentiva rimbombare per il corridoio, e di nuovo precipitarsi in fuga gli eserciti dei topi. Dick esaminò la posizione. La svolta brusca gli dava un posto di vantaggio. Poteva tirare stando in salvo al riparo del muro. Ma il lume gli stava troppo vicino; fece una piccola corsa avanti, posò la lampada in mezzo al corridoio, e tornò a mettersi di guardia. Subito dopo, in fondo al passaggio, apparve Bennet. Sembrava solo, e portava in mano una torcia accesa che lo faceva un bersaglio ancora migliore. - Fermo, Bennet - gridò Dick. - Un altro passo e siete morto. - Eccovi qui, dunque - replicò Hatch, scrutando avanti nel buio. -Non vi vedo. Ah, siete stato bravo, Dick; vi siete messo il lume davanti. In fede mia, anche se l'avete fatto per tirare alla mia pellaccia, mi rallegro a vedere come avete profittato delle mie lezioni! E adesso che facciamo? Che cercate qui? Perché vorreste tirare a un vecchio buon amico? E c'è anche la damigella, là? - No, Bennet, sono io che devo interrogare e voi rispondere - replicò Dick. - Perché mi trovo così in pericolo di vita? Perché vengono segretamente a uccidermi nel mio letto? Perché sono in fuga proprio nel castello del mio tutore, e devo abbandonare gli amici con i quali ho vissuto e a cui non ho mai fatto alcun male? - "Master" Dick, "Master" Dick - disse Bennet, - che vi avevo detto? Siete bravo e ardito, ma anche il ragazzo meno astuto che mi sia dato immaginare! - Ebbene - ribatté Dick, - vedo che sapete tutto, e che sono condannato. Sta bene. Qui dove sono, rimango. Che Sir Daniel venga a stanarmi, se ci riesce! Hatch tacque per qualche minuto. - Ascoltate - prese a dire. - Torno da Sir Daniel a dirgli dove siete e come siete appostato; perché è proprio a questo fine che mi ha mandato. Ma voi, se non siete un demente, fareste meglio a sparire di qui prima del mio ritorno. - Sparire! - ripeté Dick. - Me ne sarei già andato, se sapessi come. Non riesco a smuovere la botola. - Mettete la mano nell'angolo e vedrete che cosa ci trovate - rispose Bennet. - La corda di Throgmorton è ancora nella camera bruna. Addio. E Hatch, girando sui tacchi, scomparve di nuovo nelle tortuosità del corridoio. Dick si riprese immediatamente la sua lampada e si diede da fare seguendo le indicazioni ricevute. A un angolo della botola c'era una profonda cavità nel muro. Infilando il braccio nell'apertura, Dick trovò una sbarra di ferro e la spinse in su con forza. Seguì uno scatto e subito la pietra cedette. Il passaggio era libero. Facendo un po' forza, sollevarono facilmente la pietra; e uscirono in una camera a volta che si apriva da una parte sul cortile, dove un paio di uomini, con le braccia nude, stavano strigliando i cavalli degli ultimi arrivati. Poche torce, infilate ciascuna in un anello di ferro infisso al muro, rischiaravano la scena con luce oscillante. NOTE. NOTA 1: Così si credeva nel Quattrocento (Nota del traduttore). COME DICK CAMBI PARTITO. Dick, spegnendo la lampada per non attrarre l'attenzione, s'incamminò su per le scale e lungo il corridoio. Nella camera bruna la corda era stata fissata alla spalliera di un letto antico e pesantissimo. Non era stata staccata, e Dick, portandola ancora arrotolata alla finestra, prese a farla calare lentamente e cautamente nelle tenebre della notte. Joanna gli stava accanto; ma come la corda continuava ad allungarsi e Dick ancora a lasciarla scorrere, un'estrema paura cominciò a prendere il sopravvento sulla sua determinazione. - Dick - disse, - è tanto profondo? Non ci posso neppure provare. Cadrei sicuramente, buon Dick. Parlò nel momento più delicato dell'operazione; Dick trasalì; il resto della corda gli sfuggì di mano e cadde con un tonfo nell'acqua del fossato. Subito, su dai merli, la voce di una sentinella gridò: - Chi va là? - Peste! - fece Dick. - Ora siamo rovinati! Giù, presto, prendi la corda. - Non posso - disse Joanna, indietreggiando. - Se tu non puoi, non posso nemmeno io - disse Shelton. - Come posso nuotare nel fossato senza di te? Allora mi abbandoni. - Dick - ansimò la giovinetta, - non posso. Non ho più forza. - E allora, per la messa, siamo perduti - gridò l'altro, battendo il piede; poi, udendo dei passi, corse alla porta della stanza e cercò di chiuderla. Ma prima che potesse tirare il catenaccio, delle braccia robuste la spinsero verso di lui dall'altra parte. Lottò per un secondo; poi, sentendosi sopraffatto, corse di nuovo alla finestra. La fanciulla era caduta contro il muro nel vano della finestra; era semisvenuta; e quando lui tentò di sollevarla fra le braccia, il corpo di lei era inerte e irrigidito. Nel medesimo istante, gli uomini che aveva forzato la porta gli piombarono addosso. D'un colpo solo pugnalò il primo, e mentre gli altri per un secondo indietreggiavano in disordine, ne approfittò per scavalcare il davanzale, afferrare la corda con tutte e due le mani e lasciarsi scivolare giù. La corda era piena di nodi, il che rendeva più facile la discesa; ma così furiosa era la fretta di Dick, e tanto poca la sua esperienza di una simile ginnastica, che vorticò penzolando a mezz'aria come un criminale sulla forca, ora battendo il capo, ora lacerandosi le mani, contro la pietra ruvida del muro. L'aria gli rombava negli orecchi; vedeva in alto le stelle e le ritrovava riflesse sotto di lui nel fossato, mulinanti come foglie morte prima della tempesta. E allora perdette la presa e cadde, piombando a capofitto nell'acqua gelida. Quando tornò a galla, urtò con la mano nella corda che, alleggerita del suo peso, oscillava violentemente. In alto si diffuse un bagliore rossastro; e guardando in su vide, alla luce di parecchie torce e di una grande lanterna piena di carboni ardenti, tutta una fila di teste affacciate sui merli. Vide gli occhi di quegli uomini volgersi di qua e di là in cerca di lui, ma lui era troppo in basso, la luce non lo raggiungeva, e scrutavano invano. Allora si accorse che la corda era molto lunga, e cominciò a sforzarsi come meglio poteva per raggiungere l'altro lato del fossato, sempre tenendo la testa fuori dell'acqua. Superò così più della metà del cammino; anzi, la sponda era quasi a portata di mano, prima che la corda, sotto la spinta del proprio peso, cominciasse a tirarlo indietro. Prendendo il coraggio a due mani, lasciò la presa e fece un salto verso i rami penduli del salice che già quella sera stessa aveva aiutato il messaggero di Sir Daniel a mettere piede a terra. Sprofondò nell'acqua, si risollevò, affondò una seconda volta, e finalmente afferrò con la mano un ramo e, rapido come il pensiero, si trascinò nel fitto dell'albero e vi rimase avvinghiato, gocciolante e ansimante, senza quasi credere ancora d'esser riuscito a fuggire. Ma tutto ciò non era avvenuto senza un considerevole sciacquio, che aveva indicato la sua posizione agli uomini appostati sui merli. Dardi e frecce gli caddero fitti intorno nella tenebra, fitti come la grandine; e d'un tratto fu scagliata giù una torcia che arroventò l'aria nel volo, si arrestò un momento sull'orlo del fossato, dove fiammeggiò alta illuminando la zona circostante come un falò, e poi, per buona fortuna di Dick, scivolò, cadde nell'acqua e si estinse immediatamente. Ma aveva raggiunto il suo scopo. Gli arcieri avevano avuto il tempo di scorgere il salice, e Dick nascosto fra i rami; e sebbene il ragazzo si lanciasse d'un balzo su per l'argine arrampicandosi con tutta la forza che gli rimaneva, non fu abbastanza svelto per evitare un colpo. Una freccia lo prese alla spalla, un'altra gli sfiorò la testa. Il dolore delle ferite gli mise le ali; e non appena raggiunto il terreno piano, si mise a correre di furia dritto davanti a sé nell'oscurità, senza badare alla direzione di quella sua fuga. Ancora per qualche passo le frecce lo inseguirono, ma presto cessarono; e quando alfine si fermò e si guardò dietro, era già a buona distanza da Moat House, per quanto potesse sempre scorgere le torce che passavano e ripassavano lungo i merli della torre. Si appoggiò contro un albero, colando sangue e acqua, pieno di lividure, ferito, e solo. Malgrado tutto, per questa volta era salvo; e anche se Joanna era rimasta nelle mani di Sir Daniel, non poteva biasimarsi per un incidente che non era stato in suo potere prevenire, e non prevedeva per la fanciulla alcuna conseguenza fatale. Sir Daniel era crudele, ma non era probabile che si mostrasse crudele verso una damigella che aveva altri protettori, pronti e capaci di fargliela pagare. Era molto più probabile che si affrettasse a darla in matrimonio a qualche amico suo. - Ebbene - pensò Dick, - prima di quel momento avrò ben trovato il modo di far crollare quel traditore; perché penso, per la messa, d'essere ormai sciolto da qualsiasi debito di gratitudine; e a guerra aperta, la partita è uguale per tutti. Ma intanto si trovava in un bel guaio. Per un poco ancora si sforzò di avanzare nella foresta; ma sia per il dolore delle ferite, sia per l'oscurità della notte, e sia per l'estrema spossatezza e la confusione della mente, si sentì ben presto incapace di orientarsi o di continuare a spingersi per il fitto sottobosco; e fu costretto infine a sedersi e abbandonarsi con la schiena contro un albero. Quando si riscosse da quella prostrazione che era un qualcosa di mezzo fra sonno e svenimento, il primo grigiore del mattino aveva cominciato a prendere il posto della notte. Una leggera brezza fredda s'aggirava tra gli alberi, e mentre ancora se ne stava lì seduto con lo sguardo davanti a sé, desto solo a metà, si rese conto di qualcosa di scuro che dondolava fra i rami, a un centinaio di passi da lui. Il progressivo illuminarsi del giorno e il ritorno dei sensi gli fece alla fine riconoscere l'oggetto. Era un uomo impiccato a un ramo d'una grande quercia. La testa era ricaduta sul petto; ma ad ogni spinta più forte del vento il corpo girava e girava in tondo, e le gambe e le braccia si agitavano rigide, come quelle di una ridicola marionetta. Dick si tirò su a fatica e, barcollando e sostenendosi ai tronchi, si avvicinò a quella cosa raccapricciante. Il ramo era a una ventina di piedi dal suolo, e il poveretto era stato sollevato così in alto dai suoi esecutori, che gli stivali oscillavano parecchio al di sopra della testa di Dick; e con il cappuccio che gli era stato calato sul viso, era impossibile riconoscere chi fosse quell'uomo. Dick si guardò intorno a destra e a sinistra; e vide che l'altro capo della corda era stato assicurato al tronco di un piccolo biancospino che cresceva, fitto di fiori, sotto la volta ampia della quercia. Con la daga, l'unica arma che gli fosse rimasta, il giovane Shelton tagliò la corda e subito, con un tonfo sordo, il cadavere cadde a terra in un mucchio. Dick sollevò il cappuccio; era Throgmorton, il messaggero di Sir Daniel. E poca strada aveva fatto il messaggio. Un foglio, evidentemente sfuggito all'attenzione degli uomini della Freccia Nera, spuntava dall'allacciatura del farsetto, e tirandolo fuori Dick riconobbe la lettera di Sir Daniel a Lord Wensleydale. - Bene - pensò, - se il mondo cambia di nuovo, posso avere qui di che svergognare Sir Daniel: sicuro, e forse fargli tagliare la testa. Si nascose in petto il messaggio, disse una preghiera per il morto, e riprese il cammino per i boschi. Si sentiva sempre più stanco e debole; il sangue gli rombava nelle orecchie, i passi vacillavano, a volte la mente gli si oscurava: tanto l'aveva esaurito la perdita di sangue. Senza dubbio fece parecchie deviazioni dal giusto cammino, ma finalmente sbucò sulla strada grande, non molto lontano dal villaggio di Tunstall. Una voce rude gli intimò l'alt. - Alt? - ripeté Dick. - Per la messa, ma sto per cadere. Alle parole seguì l'azione, e cadde a terra lungo disteso. Due uomini vennero fuori dal folto, ciascuno nel giustacuore verde della foresta, ciascuno armato d'arco e di faretra e di spada corta. - Guardate, Senzalegge - disse il più giovane dei due; - è il giovane Shelton. - Ah, questo sarà meglio del pane per John Aggiusta-tutto - rispose l'altro. - Anche se, in fede mia, pare sia stato in guerra. Ecco qui uno strappo alla cute che deve essergli costato qualche buona oncia di sangue. - E qui - soggiunse Greensheve, - ecco un buco nella spalla che deve averlo pizzicato bene! Chi pensate che sia stato? Se uno dei nostri, può fare le sue preghiere; Ellis gli darà penitenza corta e corda lunga. - Tira su il cucciolo - disse Senzalegge. - Caricamelo sulle spalle. E quando Dick gli fu aggiustato sulle spalle e si fu preso intorno al collo le braccia del ragazzo, tenendolo ben fermo, l'ex francescano soggiunse: - Rimani tu di sentinella, fratello Greensheve. Vado avanti da solo. Così Greensheve si rimise d'agguato al margine della strada, e Senzalegge prese a scendere lentamente il pendio, fischiettando, con Dick, sempre svenuto, comodamente sistemato sul dorso. Si levava il sole quando uscì dal margine della foresta e vide il villaggio di Tunstall con le sue case sparse in cima alla collina opposta. Tutto sembrava tranquillo, ma presso il ponte stavano appostati una decina di arcieri, metà da un lato e metà dall'altro della strada; e non appena scorsero Senzalegge con il suo fardello, si mossero e incoccarono le frecce, da brave attente sentinelle. - Chi va là? - gridò l'uomo al comando. - Will Senzalegge, per la croce! Mi conoscete come il palmo della vostra mano - rispose il fuorilegge, sprezzante. - Date la parola d'ordine, Senzalegge - tornò a ordinare l'altro. - Ma che il cielo t'illumini, grande idiota - scattò Senzalegge. -Non te l'ho già detto? Ma siete tutti maniaci di questo giocare ai soldati. Nel bosco, maniere di bosco; e la mia parola d'ordine di oggi è: «Ai diavolo tutta la soldatesca da burattini!». - Senzalegge, non fate che dare cattivo esempio; datemi la parola d'ordine, buffone - disse il comandante del posto. - E se l'avessi dimenticata? - fece l'altro. - Se l avete dimenticata, e so che non è vero, per la messa, v'infilo una freccia in quel vostro corpaccio - ribatté il primo. - Ma via, se devi proprio essere un buffone tanto cattivo, eccoti la parola d'ordine: «Duckworth e Shelton»; e qui, tanto per illustrarla ecco Shelton sulle mie spalle, e precisamente a Duckworth lo porto. - Passate, Senzalegge - disse la sentinella. - E dov'è John? - domandò il francescano. - Tiene corte, per la messa, e ritira i tributi come se non fosse nato per far altro! - rispose uno della compagnia. E così era. Quando Senzalegge arrivò su alla piccola locanda del villaggio, trovò Ellis Duckworth circondato dai feudatari di Sir Daniel intento, per il diritto della sua brava compagnia di arcieri, a ritirare tranquillamente i tributi e a dare in cambio ricevute scritte. A giudicare dalle facce dei feudatari, era chiaro quanto poco gradissero il procedimento; perché molto a ragione pensavano che così venivano semplicemente a pagare due volte. Non appena seppe che cosa gli aveva portato Senzalegge, Ellis mandò via tutti e, con ogni dimostrazione d'interesse e d'apprensione, portò Dick in una camera interna della locanda. Là furono esaminate le ferite del giovane; e con pochi semplici rimedi gli fu fatta riprendere conoscenza. - Caro ragazzo - disse Ellis, prendendogli la mano fra le sue, - voi siete nelle mani d'un amico che amava vostro padre e ama voi per amor suo. Riposatevi un poco tranquillamente, perché siete un po' fuori sesto. Poi mi racconterete la vostra storia e tra noi due troveremo rimedio a tutto. Poco più tardi, quando Dick si fu svegliato da un sonno ristoratore, si ritrovò ancora assai debole, ma più lucido di mente e più riposato nel corpo. Ellis tornò da lui e, sedendo accanto al letto, lo pregò, in nome del padre suo, di riferirgli tutte le circostanze della sua fuga da Moat House fino a Tunstall. C'era qualcosa nella robusta costituzione di Duckworth, nell'onestà del suo viso bruno, nella chiarezza penetrante dei suoi occhi, che indusse Dick a obbedirgli; e dal principio alla fine gli raccontò la storia delle avventure dei due ultimi giorni. - Ebbene - disse Ellis quando ebbe terminato, - vedete quello che i buoni santi hanno fatto per voi, Dick Shelton, non soltanto salvando il vostro corpo in così numerosi e fatali pericoli, ma portandovi qui da me, che non ho desiderio più caro di quello di aiutare il figlio di vostro padre. Non avete che ad essermi leale, e vedo che voi siete leale, e fra voi e me porteremo a morte quel traditore dal cuore falso. - Assalirete il castello? - domandò Dick. - Sarei pazzo davvero solo a pensarlo - rispose Ellis. - E' troppo potente; ha intorno raccolto i suoi uomini; quelli che mi sono sfuggiti la notte scorsa e sono arrivati così a proposito per voi, quelli lo hanno salvato. No, Dick, al contrario, voi ed io e i nostri bravi arcieri dobbiamo tutti sparire al più presto dalla foresta, e lasciar libero Sir Daniel. - Sono preoccupato per Jack - disse il ragazzo. - Per Jack! - ripeté Duckworth. - Ah, già, per la ragazza! No, Dick, ve lo prometto, se soltanto si parlerà di qualche matrimonio per lei, agiremo subito; ma fino a quel momento, o fino a che i tempi non siano maturi, noi svaniremo come le ombre al mattino; Sir Daniel guarderà a est e a ovest e non vedrà nessun nemico; penserà d'aver fatto un sogno e di risvegliarsi ora nel suo letto. Ma i nostri quattro occhi, Dick, lo seguiranno da vicino, e le nostre quattro mani, che tutto l'esercito dei santi ci aiuti! abbatteranno il traditore! Due giorni dopo, la guarnigione di Sir Daniel aveva raggiunto una forza tale che egli arrischiò una sortita, e alla testa d'una quarantina di uomini a cavallo si spinse senza incontrare opposizione fino al villaggio di Tunstall. Non volò una freccia, e non un uomo si mosse nel folto della boscaglia; il ponte non era più sorvegliato, ma d'ambo i lati era libero a chiunque; e quando Sir Daniel lo attraversò, vide i paesani che timidamente guardavano dalle porte. Subito dopo, uno di loro, facendosi coraggio, si fece avanti e con le più profonde riverenze presentò una lettera al cavaliere. La faccia di lui si oscurò mentre ne leggeva il contenuto. La lettera diceva: «Al più sleale e crudele gentiluomo, Sir Daniel Brackley Cavaliere: Trovo che siete stato sleale e malvagio fin dal principio. Avete sulle mani il sangue di mio padre; state tranquillo, non si laverà. Un giorno perirete per opera mia, sappiatelo; e voglio anche che sappiate che, se cercherete di maritare a qualche altro gentiluomo madamigella Joanna Sedley, che io stesso mi sono impegnato con solenne giuramento a sposare, il colpo sarà immediato. Il primo passo che muoverete in questo senso sarà il vostro primo passo verso la tomba. Richard Shelton» LIBRO TERZO. LORD FOXHAM. LA CASA SULLA SPIAGGIA. Erano passati mesi da quando Richard Shelton era fuggito dalla casa del suo tutore. Erano stati mesi fecondi d'avvenimenti per l'Inghilterra. Il partito di Lancaster, proprio sul punto di dare l'ultimo respiro, aveva ancora una volta rialzato la testa. Sconfitti e dispersi gli Yorkisti, il loro capo massacrato sul campo, sembrò, per un breve periodo nell'inverno che seguì ai fatti già narrati, che la casa Lancaster avesse finalmente trionfato dei suoi nemici. La piccola città di Shoreb-sul-Till era piena di nobili Lancasteriani del vicinato. C'erano il conte Risingham, con trecento armati; Lord Shoreby, con duecento; lo stesso Sir Daniel, in gran favore e ancora una volta in via di arricchirsi con le confische, sistemato in una casa di sua proprietà, sulla strada provinciale, con sessanta uomini. Il mondo era cambiato davvero. Era una sera rigida e nera della prima settimana di gennaio, con il terreno indurito dal gelo, un vento forte, e ogni probabilità di neve prima di giorno. In un'oscura taverna di una viuzza nei pressi del porto, tre o quattro uomini se ne stavano seduti a bere birra e a mangiare uova strapazzate alla meglio. Avevano un che di simile fra loro: gagliardi, abbronzati, duri di mano e sguardo ardito; e per quanto vestiti di semplici tabarri, come i contadini, anche un soldato ubriaco ci avrebbe pensato due volte prima di attaccare lite con una compagnia del genere. Un po' in disparte, accanto a un gran fuoco, sedeva un uomo assai più giovane, quasi un ragazzo, vestito più o meno alla stessa maniera, per quanto fosse facile giudicarlo all'aspetto di assai migliore nascita; e all'occasione ben atto a portare la spada. - No - disse uno degli uomini seduti a tavola, - non mi piace. Ne verrà gran male. Questo non è il posto per gente allegra. Un uomo allegro ama l'aperta campagna, un buon riparo, e pochi nemici; ma qui siamo chiusi in una città, circondati da nemici; e, per colmo di sfortuna, state a vedere che nevicherà prima che sia mattina. - E' per "Master" Shelton - disse un altro, accennando col capo verso il giovane accanto al fuoco. - Sono pronto a fare molto per "Master" Shelton - ribatté il primo; -ma andare alla forca per chiunque sia... no, fratelli, questo proprio no! La porta della taverna si aprì e un altro uomo entrò in fretta e si avvicinò al giovane davanti al fuoco. - "Master" Shelton - disse, - Sir Daniel esce con un paio di torce e quattro arcieri. Dick (poiché si trattava del nostro giovane amico) si alzò immediatamente in piedi. - Senzalegge - disse, - voi prendete il posto di John Capper alla guardia. Greensheve, vieni con me. Tu, Capper, fa' da guida. Stavolta lo seguiremo, anche se andasse fino a York. Un istante dopo erano fuori nella strada buia, e Capper, l'uomo entrato per ultimo, indicò due torce che fiammeggiavano al vento poco distanti. La città era già profondamente addormentata; nessuno si aggirava per le strade, e niente era più facile che seguire il piccolo drappello senza essere osservati. I due portatori di torce camminavano in testa; seguiva un uomo solo, in un lungo mantello che svolazzava al vento; e la retroguardia era formata dai quattro arcieri, ciascuno con l'arco imbracciato. Si muovevano a passo svelto, percorrendo vicoli intricati e avvicinandosi alla spiaggia. - E' venuto ogni notte da questa parte? - domandò Dick, in un bisbiglio. - Questa è la terza notte, "Master" Shelton - rispose Capper, - e sempre alla stessa ora e con la stessa piccola scorta, come se avesse uno scopo segreto. Sir Daniel e i suoi sei uomini erano giunti al termine dei sobborghi. Shoreby era una città aperta e sebbene i signori di Lancaster tenessero una forte guardia sulle strade principali, era sempre possibile entrare o uscire non visti da una delle tante straduzze o attraverso l'aperta campagna. Il viottolo seguito da Sir Daniel s'arrestò bruscamente. Gli si parava dinanzi una distesa di dune aride, e da una parte si udiva il rumore della risacca. Non c'erano sentinelle nelle vicinanze, né alcuna luce in quella zona della città. Dick e i suoi due fuorilegge si avvicinarono un poco all'oggetto della loro caccia, e subito dopo, uscendo fuori dalle ultime case e potendo vedere più lontano da ogni parte, scorsero un'altra torcia che si avvicinava da un'altra direzione. - Ehi! - fece Dick. - Sento odore di tradimento. Intanto Sir Daniel si era fermato. Le torce furono piantate nella sabbia e gli uomini si allinearono come per attendere l'arrivo dell'altro gruppo. Si avvicinava di buon passo. Era composto di quattro uomini soltanto: un paio di arcieri, un valletto con una torcia, e un gentiluomo intabarrato che camminava in mezzo a loro. - Siete voi, mio signore? - domandò Sir Daniel. - Sono io, in verità; e se mai un vero cavaliere ha dato prova di esserlo, questo sono io - rispose il capo del secondo drappello; - e chi infatti non affronterebbe giganti, stregoni o pagani, piuttosto che questo freddo lancinante? - Mio signore - replicò Sir Daniel, - la bellezza ve ne sarà tanto più obbligata, non dubitate. Ma dobbiamo procedere, poiché quanto prima avrete visto la mia mercanzia, tanto prima torneremo a casa. - Ma perché tenerla, qui, mio buon cavaliere? - domandò l'altro. -Se è così giovane, e così bella, e così ricca, perché non la mettete in mostra fra le sue pari? Le procurereste facilmente un buon matrimonio senza bisogno di congelarvi le dita e rischiare una freccia uscendo di questi tempi al buio. - Ve l'ho detto, signore - rispose Sir Daniel, - la ragione concerne me soltanto. Né mi propongo di spiegarla meglio. Vi basti sapere che, se siete stanco del vostro vecchio compare Daniel Brackley, fate sapere pubblicamente che state per sposar, Joanna Sedley, e vi do la mia parola che ve ne libererete al più presto. Lo troverete con una freccia nella schiena. Frattanto i due gentiluomini camminavano rapidamente, avanzando verso le dune; le tre torce li precedevano, piegandosi contro il vento e spargendo nuvole di fumo e ciuffi di fiamma, e i sei arcieri chiudevano il piccolo corteo. Dick li seguiva alle calcagna. Naturalmente non aveva udito neppure una parola di quella conversazione; ma nel secondo degli interlocutori aveva riconosciuto Lord Shoreby in persona, un uomo d'infame reputazione, che perfino Sir Daniel ostentava, in pubblico, di condannare. In breve giunsero vicinissimi alla spiaggia. L'aria odorava di salmastro, il rumore della risacca era più forte; e là, in mezzo a un grande giardino recinto da mura, sorgeva una casetta a due piani, con le scuderie e le altre dipendenze. Il primo portatore di torcia aprì una porta nel muro e dopo che tutto il gruppo fu entrato nel giardino, la richiuse e la inchiavardò dall'interno. Dick e i suoi uomini non potevano quindi continuare nell'inseguimento, a meno che non scalassero il muro andando così ad infilarsi in trappola. Sedettero in mezzo a un cespuglio di ginestra e attesero. Il chiarore rossastro delle torce si muoveva su e giù e di qua e di là nel recinto, come se i portatori continuassero regolarmente a fare la ronda nel giardino. Passarono venti minuti, e poi tutta la compagnia uscì di nuovo sulle dune; e Sir Daniel e il barone, dopo elaborati saluti, si separarono e si avviarono verso casa, ciascuno con il suo seguito di uomini e di torce. Non appena il suono dei passi fu ingoiato dal vento, Dick si levò in piedi con tutta l'agilità che gli fu possibile, perché era irrigidito e indolenzito dal freddo. - Capper, fammi da sostegno - disse. Tutti e tre avanzarono fino sotto il muro; Capper si chinò, e Dick, montandogli sulla schiena, si arrampicò in cima. - Ora, Greensheve - sussurrò Dick, - seguimi; rimani quassù disteso a faccia in giù in modo da farti scorgere il meno possibile; e sta' pronto a darmi una mano se mi dovesse succedere qualcosa. Così dicendo si lasciò cadere nel giardino. Era buio come la pece; nella casa non v'era una luce. Il vento soffiava stridulo fra i poveri arbusti, e la risacca sbatteva sulla spiaggia; non si udiva altro suono. Con ogni cautela Dick avanzava un passo dopo l'altro, inciampando nei cespugli e tastando con le mani; e poco dopo lo scricchiolio della ghiaia sotto i piedi l'avvertì di essere sbucato su un viale. Si fermò, e tirando fuori la balestra che teneva nascosta sotto il lungo tabarro, la preparò per un'azione immediata, e riprese a farsi avanti con maggiore risoluzione e sicurezza. Il vialetto conduceva diritto al gruppo degli edifici. Tutto sembrava tristemente dilapidato; le finestre della casa erano protette da imposte decrepite; le scuderie erano aperte e vuote; non c'era fieno nel fienile né grano nel granaio. Chiunque avrebbe giudicato il posto deserto; ma Dick aveva le sue buone ragioni per pensare il contrario. Continuò la sua ispezione, visitando le dipendenze, tastando tutte le finestre. Infine passò sul lato della casa che guardava il mare, e là, senza alcun dubbio, un pallido lume brillava ad una delle finestre più in alto. Indietreggiò di qualche passo, finché non gli parve di distinguere i movimenti di un'ombra sul muro della stanza. Allora si ricordò che nella scuderia, tastando con la mano, aveva toccato per un momento una scala; e tornò in tutta fretta a prenderla. La scala era molto corta, ma in piedi sull'ultimo piolo gli riuscì di arrivare con le mani alle sbarre di ferro della finestra; e, aggrappandovisi, si sollevò di peso fino a poter vedere nell'interno. Dentro c'erano due persone: nella prima riconobbe facilmente madama Hatch; la seconda, un'alta, bella, seria damigella, in un lungo vestito ricamato... poteva dunque essere Joanna Sedley? Il suo vecchio amico dei boschi, Jack, che aveva pensato di punire a cinghiate? Ricadde sulla scala in una specie di stupore. Non aveva mai pensato alla sua fidanzata come a un essere tanto superiore, e istantaneamente fu preso da un senso di timidezza. Ma ebbe ben poca occasione di riflettere. Un leggero sibilo gli giunse all'orecchio dal basso, e si affrettò a scendere dalla scala. - Chi va là - mormorò. - Greensheve - si sentì rispondere, in un tono ugualmente guardingo. - Che c'è - domandò Dick. - La casa è sorvegliata, "Master" Shelton - rispose il fuorilegge. -Non siamo noi i soli a sorvegliarla; mentre stavo sul muro disteso sullo stomaco, ho visto uomini aggirarsi nel buio e li ho sentiti che si chiamavano fischiando piano. - In fede mia - disse Dick, - è strano assai! Non erano gli uomini di Sir Daniel? - No, signore, non lo erano - rispose Greensheve, - perché se ho ancora occhi in testa, portano sulla berretta una coccarda bianca, o meglio un qualcosa a scacchi bianchi e neri. - A scacchi bianchi e neri? - ripeté Dick. - In fede mia, sono colori che non conosco. Non sono di queste parti. Ma se è così, cerchiamo di svignarcela dal giardino quanto più piano possiamo; perché qui ci troviamo in una pessima posizione per difenderci. Senza dubbio in casa ci sono uomini di Sir Daniel, e sarebbe un guaio finire presi tra due fuochi. Prendimi quella scala; devo lasciarla dove l'ho trovata. Rimisero la scala nella scuderia e tornarono a tentoni al punto da dove erano entrati. Capper aveva preso il posto di Greensheve in cima al muro, e ora porse la mano prima all'uno poi all'altro e li tirò su. Cauti e silenziosi si lasciarono ricadere dall'altra parte; e non osarono parlare prima di essere tornati al loro nascondiglio fra le ginestre. - Ora, John Capper - disse Dick, - torna subito a Shoreby, come se si trattasse della vita. Portami immediatamente quanti uomini ti riesce di radunare. Questo sarà il luogo dell'appuntamento; oppure, se gli uomini si sono sparsi e sarà vicino a far giorno prima di poterli riunire, troviamoci un po' più indietro, accanto alle porte della città. Greensheve ed io rimaniamo qui a far la guardia. Presto, John Capper, e che i santi ti mettano le ali! E ora Greensheve - continuò non appena sparito Capper, - facciamo un giro intorno al giardino, tenendoci a distanza. Voglio proprio vedere se gli occhi non ti hanno ingannato. Tenendosi bene al largo dal muro di cinta e approfittando di ogni rialzo e depressione del terreno, costeggiarono due lati della casa, senza vedere niente. Dal terzo lato il muro era costruito quasi sulla spiaggia, e per conservare la distanza necessaria al loro scopo dovettere scendere sulla sabbia. Per quanto la marea fosse bassa, la risacca era così violenta e la sabbia così piana, che ad ogni grossa ondata un gran velo di acqua e di schiuma veniva a coprirne una vasta distesa; e Dick e Greensheve compirono questa parte della loro ispezione guadando, immersi ora fino alle caviglie ora fino alle ginocchia, nell'acqua salata e gelida del Mare del Nord. D'un tratto, contro il relativo biancore del muro del giardino, si vide la figura d'un uomo profilata come una debole ombra cinese, che faceva dei gran segnali con tutte e due le braccia. Quando ricadde a terra, se ne levò un altro un po' più lontano e ripeté la stessa manovra. Così, come una silenziosa parola d'ordine, queste gesticolazioni fecero il giro del giardino assediato. - Fanno buona guardia - sussurrò Dick. - Torniamo verso terra, "Master" Shelton - rispose Greensheve. - Qui siamo troppo allo scoperto; perché, guardate, quando le onde ci salgono così alte e bianche dietro le spalle, ci possono vedere benissimo contro la schiuma. - Hai ragione - replicò Dick. - Verso terra, e spicciamoci. UNA SCARAMUCCIA NELLE TENEBRE. Tutti inzuppati e intirizziti, i due compagni d'avventura ripresero il loro appostamento nelle ginestre. - Prego il cielo che Capper faccia presto! - sospirò Dick. - Prometto un cero a Santa Maria di Shoreby se arriva entro un'ora! - Avete fretta, "Master" Dick? - domandò Greensheve. - Sì, amico - rispose Dick; - perché in quella casa c'è la mia signora, che amo, e chi possono essere questi che le girano intorno segretamente, di notte? Nemici di certo! - Be' - replicò Greensheve, - se John torna presto, se le prenderanno di santa ragione. Di fuori non ce ne saranno nemmeno una quarantina, a giudicare da come sono distanziate le sentinelle, e presi di sorpresa, così sparsi come sono, basteranno venti uomini a farli volar via come passerotti. E però, "Master" Dick, se è già nelle mani di Sir Daniel, poco male sarebbe se cadesse in quelle di un altro. Ma chi potrebbe essere? - Sospetto Lord Shoreby - rispose Dick. - Quando sono arrivati? - Sono cominciati a venire, "Master" Dick - disse Greensheve, - press'a poco quando stavamo scalando il muro. Non mi ero disteso lassù in cima da un minuto che ho notato il primo di quei mascalzoni strisciare intorno all'angolo. L'ultimo lume si era già spento nella casetta mentre i due guadavano nell'accavallarsi dei marosi, e non era possibile prevedere in quale momento gli uomini appostati intorno al muro di cinta avrebbero attaccato. Fra i due mali, Dick preferì il minore. Preferiva che Joanna rimanesse in potere di Sir Daniel piuttosto che passasse nelle grinfie di Lord Shoreby; e già aveva deciso, se la casa fosse stata assalita, di correre subito in aiuto degli assediati. Ma il tempo passava e niente ancora si muoveva. Ogni quarto d'ora il solito segnale faceva il giro del muro del giardino, come se il capo volesse assicurarsi della vigilanza dei suoi uomini sparsi; ma nient'altro disturbava le vicinanze della casetta. Poco dopo cominciarono ad arrivare i rinforzi di Dick. La notte non era ancora troppo inoltrata, che una ventina d'uomini gli si rannicchiavano intorno al riparo del ciuffo delle ginestre. Li divise in due corpi e, prendendo lui il comando del meno numeroso, affidò l'altro al comando di Greensheve. - Ora, Kit - disse a quest'ultimo, - porta i tuoi uomini all'angolo del muro che dà sulla spiaggia. Appostali bene e aspetta di sentirmi sbucare dall'altra parte. E' di quelli sul fronte marino che voglio assicurarmi, perché là deve esserci il capo. Gli altri fuggiranno: lasciali andare. E ora, ragazzi, nessuno scagli frecce; non fareste che colpire gli amici. Prendete un pugnale, e attenetevi al pugnale; se vinceremo, prometto a ciascuno di voi un "noble" d'oro, quando sarò rientrato nei miei possedimenti. Della strana collezione di disperati, di ladri, d'assassini e di contadini rovinati che Duckworth aveva adunato per servire ai suoi propositi di vendetta, alcuni dei più arditi e dei più esperti di guerra si erano offerti di seguire Richard Shelton. Il servizio di sorveglianza dei movimenti di Sir Daniel nella città di Shoreby era stato, sulle prime, insopportabile per il loro temperamento, e ultimamente avevano cominciato a protestare apertamente e a minacciare di andarsene. La prospettiva di menar le mani e la possibilità di un bottino li aveva rimessi di buon umore, e si preparavano allegramente alla battaglia. Gettati via i lunghi tabarri, apparvero alcuni in semplice giustacuore verde, atri in robuste trapunte di cuoio; sotto il cappuccio molti portavano berrette irrobustite da piastre di ferro; e per armi d'offesa avevano spade, daghe, qualche pesante schidione, e una dozzina di asce da guerra scintillanti: tutto un equipaggiamento che li metteva in grado di affrontare anche truppe feudali regolamentari. Gli archi, le faretre e i mantelli furono nascosti fra i cespugli, e le due bande presero ad avanzare risolutamente. Quando Dick ebbe raggiunto l'altro lato della casa, appostò i suoi sei uomini in linea, a circa venti metri dal muro del giardino, e lui stesso prese posizione pochi passi più avanti. Allora, gridando tutti ad una sola voce, si precipitarono sul nemico. Quelli, così sparsi a grande distanza l'uno dall'altro, irrigiditi dal freddo e presi di sorpresa, balzarono stupidamente in piedi e rimasero indecisi. Prima che avessero il tempo di riprendere coraggio o anche semplicemente di farsi un'idea del numero e della forza degli assalitori un altro grido d'attacco li agghiacciò, levandosi dall'altra parte del muro di cinta. Al che si diedero per perduti e fuggirono. A questo modo i due piccoli drappelli degli uomini della Freccia Nera si riunirono lungo il muro che fronteggiava il mare, e presero una parte degli sconosciuti, per così dire, fra due fuochi; mentre tutti gli altri se la davano disperatamente a gambe in tutte le direzioni, e ben presto si dispersero nella tenebra. Ma il combattimento non era che al principio. I fuorilegge di Dick, malgrado il vantaggio della sorpresa, erano ancora assai inferiori di numero agli uomini che avevano circondato. La marea frattanto era salita; la spiaggia si era ridotta a una striscia sottile; e su quel campo inzuppato, fra la risacca e il muro del giardino, cominciò al buio una lotta incerta, furiosa, micidiale. Gli sconosciuti erano bene armati; si scagliarono in silenzio sugli assalitori; e il combattimento si divise in una serie di duelli. Dick, che era entrato per primo nella mischia, si trovò impegnato con tre di loro; il primo lo abbatté al primo colpo, ma gli altri due gli si buttarono addosso con tanta violenza che fu costretto a indietreggiare contro quell'assalto. Uno era un colosso, quasi un gigante, e armato di una spada a due tagli che brandiva come se fosse stato un fuscello. Contro un nemico simile, con un braccio di tale portata e la lunghezza e il peso dell'arma, Dick e la sua ascia non avevano possibilità di difesa; e se l'altro avesse continuato a secondare l'attacco del compagno, il giovane sarebbe certamente caduto. Ma il secondo attaccante, più piccolo di statura e più lento nei movimenti, si arrestò un attimo a scrutare intorno nel buio e a prestare orecchio al rumore della battaglia. Il gigante continuava a guadagnare terreno, e ancora Dick fuggiva davanti a lui, spiando il momento propizio. Allora l'enorme lama ebbe un guizzo e calò, ma il ragazzo, balzando di lato e scagliandosi, colpì obliquamente e dal basso in alto con la sua ascia. Gli rispose un urlo di dolore, e prima che il ferito potesse levare ancora la sua arma formidabile, Dick ripeté il colpo due volte e lo atterrò. L'istante dopo si trovava impegnato, ma più alla pari, con il suo secondo attaccante. Non c'era più gran differenza di corporatura, e sebbene l'uomo, manovrando spada e daga contro una sola ascia, accorto e svelto a parare, avesse il vantaggio di una certa superiorità nelle armi, Dick la compensava largamente con la sua maggiore agilità. Nessuno dei due, sulle prime, sembrava avere la meglio; ma il più anziano insensibilmente approfittava dell'ardore del giovane per portarlo dove voleva; e Dick si accorse ben presto di aver traversato tutta la larghezza della spiaggia e di combattere ora immerso fino alle ginocchia nella schiuma e nel ribollimento dei frangenti. Qui diventava inutile la sua superiore destrezza; si trovò più o meno a discrezione del nemico; ancora un poco, e volgeva le spalle ai suoi amici, e si avvedeva che l'abile ed esperto avversario cercava di spingerlo sempre più lontano. Dick digrignò i denti. Si risolse a finirla subito; e quando l'urto della prossima ondata si fu abbattuto lasciandolo all'asciutto, balzò in avanti, parò un colpo con l'ascia, e si lanciò risoluto alla gola dell'avversario. L'uomo cadde all'indietro, con Dick addosso; e la nuova ondata che sopraggiungeva rapida lo travolse in un rovescio d'acqua. Mentre era ancora sommerso, Dick gli strappò la daga e si levò in piedi vittorioso. - Arrenditi! - gridò. - Ti faccio grazia della vita. - Mi arrendo - disse l'altro, sollevandosi in ginocchio. - Tu combatti da ragazzo, inesperto e temerario; ma, per tutti i santi!, combatti da valoroso! Dick tornò verso la spiaggia. Il combattimento infuriava ancora incerto nella notte; sopra l'urlo rauco dei frangenti, l'acciaio strideva contro l'acciaio, e risonavano le grida di dolore e il clamore della lotta. - Portami dal tuo capo, ragazzo - disse il cavaliere vinto. - Bisogna farla finita con questa strage. - Signore - rispose Dick, - se questi bravi combattenti riconoscono un capo, è il povero gentiluomo che vi parla. - Richiama la tua gente, allora, e io la farò smettere alle mie canaglie - rispose l'altro. C'era qualcosa di nobile nella voce e nelle maniere del suo ex avversario, e Dick abbandonò immediatamente ogni timore di tradimento. - Giù le armi, uomini! - gridò il cavaliere. - Mi sono arreso, con la promessa d'aver salva la vita. Il tono dello sconosciuto era quello del comando assoluto, e quasi all'istante cessò lo strepito e la confusione della mischia. - Senzalegge! - gridò Dick, - siete salvo? - Sicuro - gridò Senzalegge, - salvo e in gamba. - Accendetemi la lanterna - disse Dick. - Non è qui Sir Daniel? - domandò il cavaliere. - Sir Daniel - fece eco Dick. - Per la croce, spero bene di no. Mi andrebbe male se ci fosse. - Male a "voi", bel signorino? - domandò ancora l'altro, - Ma allora, se non siete del partito di Sir Daniel confesso di non capirci più niente. Perché, allora, siete piombati sulla mia imboscata? In nome di quale causa, mio giovane e fierissimo amico? A quale scopo, in nome di Dio? E, per terminare in bellezza il mio interrogatorio, a quale bravo gentiluomo mi sono arreso? Ma prima che Dick potesse rispondere, una voce vicinissima parlò nell'oscurità. Dick poté distinguere la coccarda bianca e nera di quello che parlava, e vide il rispettoso saluto che rivolse al suo superiore. - Mio signore - gli disse, - se questi gentiluomini sono nemici di Sir Daniel, è un peccato davvero che siamo venuti alle mani con loro; ma sarebbe dieci volte peggio se tanto loro che noi rimanessimo ancora qui in giro. Le guardie in casa, a meno che non siano tutte morte o sorde, hanno dovuto sentire il fracasso di questo quarto d'ora di zuffa; l'avranno segnalato immediatamente in città; e se non facciamo presto a sparire di qui, è assai probabile che saremo attaccati, tutti quanti, da un nuovo nemico. - Hawksley ha ragione - disse il lord. - Siamo alla vostra mercè, mio giovane signore. Da che parte dobbiamo andare? - No, signore - disse Dick, - andate dove volete, per conto mio. Comincio a sospettare che abbiamo qualche buona ragione per essere amici, e se è vero che abbiamo fatta la nostra conoscenza piuttosto ruvidamente, non vorrei continuarla da villano. Separiamoci dunque, signore, ma mettete la vostra destra nella mia; e all'ora e nel luogo che designerete, ci incontreremo e ci accorderemo. - Siete troppo fiducioso, ragazzo - disse l'altro; - ma questa volta la vostra fiducia non è mal posta. Vi incontrerò all'alba, a Saint Bride's Cross. Andiamo, ragazzi, seguitemi! Gli sconosciuti scomparvero dalla scena con una rapidità che parve sospetta; e mentre i fuorilegge si abbandonavano alla congeniale fatica di spogliare i morti, Dick fece ancora una volta il giro del muro di cinta per esaminare la facciata della casa. In una piccola feritoia sul tetto scorse una luce; e siccome doveva certamente essere visibile dalle finestre di servizio della casa di città di Sir Daniel, non mise in dubbio che quello fosse il segnale temuto da Hawksley, e che non sarebbe passato molto prima che le lance del cavaliere di Tunstall arrivassero sulla scena. Mise l'orecchio a terra e gli sembrò di udire un rombo cupo e vibrante dalla parte della città. Tornò in fretta sulla spiaggia. Ma il lavoro dei suoi era già terminato; l'ultimo cadavere era stato disarmato e spogliato fino alla pelle, e quattro uomini stavano già avanzando nell'acqua per affidarlo alla mercè degli abissi marini. Pochi minuti dopo, quando dai più vicini vicoli di Shoreby sbucarono una quarantina d'uomini armati in fretta e furia e spingendo al galoppo le loro cavalcature, i dintorni della piccola casa sul mare erano assolutamente silenziosi e deserti. Intanto Dick e i suoi uomini erano tornati alla taverna de «La Capra e la Cornamusa» a rubare qualche ora di sonno prima del convegno del mattino dopo. SAINT BRIDE'S CROSS. Saint Bride's Cross era una località poco distante da Shoreby, ai margini della foresta di Tunstall. Due strade vi si incontravano: l'una veniva da Holywood, attraverso il bosco; l'altra era la strada di Risingham lungo la quale abbiamo visto fuggire in disordine i resti dell'esercito Lancasteriano sconfitto. Là le due strade si riunivano e scendevano insieme giù per la collina fino a Shoreby; e un po' dietro il punto d'incontro, la sommità di un piccolo rialzo era coronata da una croce antichissima e logorata dalle intemperie. Lì dunque, verso le sette del mattino, arrivò Dick. Faceva sempre freddo; la terra era tutta grigio e argento per la brina, e il giorno cominciava a spuntare ad oriente con mille sfumature porpora e arancione. Dick sedette sul gradino più basso della croce, si avvolse bene nel suo tabarro e rimase all'erta guardando da tutte le parti. Non dovette attendere a lungo. Sulla strada di Holywood, un gentiluomo in una ricchissima e lucente armatura, ricoperto da un mantello di pelliccia rara, si avvicinava al passo cavalcando uno splendido destriero. A una ventina di metri di distanza lo seguiva un piccolo drappello di lancieri; ma questi si fermarono non appena furono in vista del luogo dell'appuntamento, mentre il gentiluomo col manto di pelliccia continuava a venire avanti solo. La visiera era sollevata, e il volto aveva un'espressione di grande autorità e dignità, in armonia con il lusso dell'abbigliamento e delle armi. E fu con una certa confusione che Dick si alzò dal gradino e scese a incontrare il suo prigioniero. - Vi ringrazio, signore, della vostra puntualità - disse, inchinandosi profondamente. - Volete avere la compiacenza di scendere? - Siete qui solo, giovanotto? - domandò l'altro. - Non sono stato così ingenuo - rispose Dick; - e per parlare con tutta franchezza alla signoria vostra, i boschi dalle due parti di questa croce sono pieni dei miei bravi ragazzi armati di tutto punto. - Avete agito con saggezza - disse il lord. - E tanto più me ne compiaccio in quanto la notte scorsa avete combattuto temerariamente e più da saraceno lunatico e selvaggio che da guerriero cristiano. Ma non sta a me criticare, a me che ho avuto la peggio. - Voi avete avuto la peggio, è vero, signore, perché siete caduto - ribatté Dick; - ma se le onde non mi avessero aiutato, sarei stato io a farmi sopraffare. Vi siete compiaciuto a farmi vostro con più d'un marchio di daga, che ancora porto. E in verità, signore, penso che tutto il rischio e tutto il vantaggio mi siano venuti da quell'azzuffarci così alla cieca sulla spiaggia. - Siete abbastanza astuto da far vista di non dar peso alla cosa, vedo - replicò lo sconosciuto. - No, signore, non astuto - osservò Dick. - Non sto mirando a un profitto personale. Ma quando, alla luce del giorno, vedo quale possente cavaliere si era arreso, non soltanto alle mie armi ma alla sorte, alla tenebra, alla risacca... e quanto facilmente il combattimento avrebbe potuto avere esito diverso, con un soldato inesperto e rustico quale sono io... non crediate strano, signore, che mi senta confuso della vittoria. - Voi parlate bene - disse il forestiero. - Come vi chiamate? - Il mio nome, se vi piace, è Shelton - rispose Dick. - E io sono Lord Foxham - soggiunse l'altro. - Allora, signore, con il vostro buon piacere, voi siete il tutore della più dolce fanciulla d'Inghilterra - disse Dick; - e per il vostro riscatto, e il riscatto di tutti quelli che erano con voi sulla spiaggia, non ci sarà incertezza di termini. Vi prego, signore, con la vostra buona volontà e benevolenza, di concedermi la mano della donna che amo, Joanna Sedley; e per parte vostra prendetevi la libertà, la libertà dei vostri uomini, e, se l'accettate, la gratitudine e il mio ossequio finché avrò vita. - Ma non siete pupillo di Sir Daniel? Mi pare, se siete il figlio di Harry Shelton, che così mi sia stato riferito - disse Lord Foxham. - Vorreste compiacervi di scendere da cavallo, signore? Vi dirò di buon grado tutto di me, in che situazione mi trovo, e perché sono così ardito nelle mie richieste. Vi supplico, signore, venite a sedervi su questi gradini, ascoltatemi fino in fondo, e giudicatemi con indulgenza. Così dicendo, Dick tese una mano per aiutare Lord Foxham a scendere; lo condusse alla croce sul monticello; lo fece sedere dove era stato prima seduto lui; e rimanendo rispettosamente in piedi davanti al suo nobile prigioniero, gli raccontò la storia delle sue vicende fino agli eventi della sera prima. Lord Foxham ascoltò gravemente e, quando Dick infine si tacque: - "Master" Shelton - disse, - voi siete un giovane gentiluomo assai fortunato e sfortunato allo stesso tempo; ma la fortuna che avete avuto ve la siete ampiamente meritata; mentre non meritavate affatto la vostra sfortuna. State di buon animo, poiché vi siete fatto un amico che non è privo né di potere né di favore. Per quanto riguarda voi, sebbene non si addica a una persona della vostra nascita dirigere un branco di fuorilegge, devo riconoscere che siete prode e onorato; assai pericoloso in battaglia, cortesissimo in pace; un giovane di eccellenti inclinazioni e di ardito comportamento. Quanto alle vostre proprietà, non le rivedrete più se il mondo non cambia di nuovo; fintanto che Lancaster ha la meglio, se le godrà Sir Daniel come sue. Ma per quanto concerne la mia pupilla, la questione è diversa; l'avevo promessa a un gentiluomo, che fa parte della mia famiglia, un Hamley; la promessa è antica... - Ah, signore, e adesso Sir Daniel l'ha promessa a Lord Shoreby - interruppe Dick. - E la sua promessa, per quanto recente possa essere, è ancora quella che ha più probabilità di essere mantenuta. - E' la pura verità - replicò il lord. - E considerando inoltre che sono vostro prigioniero, senz'altra transazione che la nuda vita, ma innanzi tutto e soprattutto che la fanciulla è disgraziatamente in mani altrui, acconsentirò. Aiutatemi con i vostri bravi ragazzi... - Signore - esclamò Dick, - sono quei fuorilegge con i quali mi avete rimproverato di associarmi. - Siano quello che siano, sanno combattere - ribatté Lord Foxham. - Aiutatemi, dunque; e se fra noi riconquisteremo la nostra ragazza, sul mio onore di cavaliere, vi sposerà! Dick piegò il ginocchio davanti al suo prigioniero; ma quegli, balzando in piedi leggero, sollevò il ragazzo e l'abbracciò come un figlio. - Via - disse, - se dovete sposare Joanna, dobbiamo essere subito amici. LA «BUONA SPERANZA». Un'ora dopo Dick era di ritorno a «La Capra e la Cornamusa», faceva colazione, e riceveva il rapporto dei suoi messi e delle sue sentinelle. Duckworth era ancora assente da Shoreby; e gli accadeva di frequente, perché faceva molte parti nella vita, condivideva molti e diversi interessi, e trattava molti svariati affari. Aveva fondato la compagnia della Freccia Nera, da quell'uomo rovinato che era e desideroso di vendetta e di denaro; ma fra quelli che lo conoscevano meglio era ritenuto l'agente e l'emissario del grande facitore di re d'Inghilterra, Richard conte di Warwick. In sua assenza, ad ogni modo, toccava a Richard Shelton dirigere le cose a Shoreby; e mentre sedeva a tavola, aveva la mente preoccupata e la fronte grave di pensiero. Era stato deciso, fra lui e Lord Foxham, di tentare un colpo ardito quella sera stessa e liberare Joanna con la forza. Molti erano, tuttavia, gli ostacoli; e i suoi informatori, arrivando uno dopo l'altro, gli portavano notizie sempre più inquietanti. Sir Daniel si era messo in allarme per la scaramuccia della notte prima. Aveva rafforzato il presidio della casa nel giardino; e non ancora contento, aveva appostato uomini a cavallo per tutti i viottoli dei dintorni, in modo da essere immediatamente avvisato d'ogni movimento. Intanto, nel cortile di casa sua, cavalli sellati e cavalieri, armati di tutto punto, non attendevano che un segnale per partire. L'avventura progettata per la notte si presentava di esecuzione sempre più difficile; ma d'un tratto il viso di Dick si rischiarò. - Senzalegge! - gridò. - Voi che siete stato marinaio, sareste capace di rubare un naviglio? - "Master" Dick - rispose Senzalegge, - se mi appoggiate voi, sarei capace di rubare anche la cattedrale di York. Poco dopo, i due s'incamminarono e scesero al porto. Era un ampio bacino che s'apriva fra colline di sabbia ed era circondato da dune, mucchi di materiale di legno in rovina, e da miseri e sconquassati quartieri di periferia. Molti battelli forniti di ponte e molte barche scoperte erano all'ancora, o tirate in secco sulla spiaggia. Il tempo cattivo, che durava da un pezzo, le aveva spinte al largo a cercare rifugio nel porto; e l'ammassarsi pesante di nuvoloni neri, e le raffiche gelide che si susseguivano senza interruzione, ora con qualche spruzzata di neve secca ora col semplice infuriare del vento, non lasciavano sperare alcun miglioramento, ma anzi minacciavano più serie burrasche nell'immediato futuro. I marinai, dato il freddo e il vento, per la maggior parte si erano riparati a terra, e ora sbraitavano e cantavano nelle taverne del porto. Già molte delle navi dondolavano all'ancora completamente deserte, e coll'inoltrarsi del giorno, e con il tempo che non prometteva di migliorare, ne aumentava sempre il numero. Fu a queste navi abbandonate, e soprattutto a quelle più lontane al largo, che Senzalegge rivolse la sua attenzione; mentre Dick, seduto su un'ancora sepolta a metà dalla sabbia e prestando orecchio ora alla voce aspra, possente e minacciosa del vento, ora al canto rauco dei marinai nella vicina taverna, dimenticò presto quanto lo circondava e s'immerse nel piacevole ricordo della promessa di Lord Foxham. Lo riscosse un tocco sulla spalla. Era Senzalegge, che gli indicava un piccolo battello un po' isolato dagli altri e poco distante dall'imboccatura del porto, dove le onde, entrando, lo sollevavano in un moto dolce e regolare. Un pallido raggio del sole invernale cadde in quel momento sul ponte, stagliandone la sagoma su un ammasso di nuvole torve; e in quel bagliore fugace Dick distinse due uomini che stavano mettendo in mare la scialuppa. - Là, signore - disse Senzalegge, - guardatelo bene! Ecco il battello per questa sera. La scialuppa si staccò dal fianco della nave, e i due uomini, tenendosi in direzione del vento, remavano vigorosamente verso terra. Senzalegge si rivolse a un fannullone del porto. - Come si chiama? - domandò, indicando la piccola nave. - La chiamano la «Buona Speranza» di Darmouth - rispose l'altro. - Il capitano si chiama Arblaster. E' quello che rema a prua della barchetta. Era quanto Senzalegge voleva sapere. Ringraziato l'uomo in fretta fece il giro della spiaggia verso un'insenatura sabbiosa dove la scialuppa si stava dirigendo. Là si mise in attesa, e appena quelli furono a portata di voce, aprì il fuoco con i marinai della «Buona Speranza». - Che! Compare Arblaster! - gridò. - Ma che bell'incontro! Benvenuto, per la croce, benvenuto! E quella là è la «Buona Speranza»? Ma certo, la riconoscerei fra diecimila! Una bella barca, e che fila! Ma diamine, compare mio, non volete venire a bere un boccale? Sono rientrato nei miei possessi, come certamente avrete sentito menzionare. Adesso sono ricco; l'ho smessa di navigare in mare; ora navigo, e volentieri, nella birra aromatica. Qua, compare, qua la mano. E venite a bere con un vecchio fratello di mare! Il capitano Arblaster, un uomo anziano dal viso lungo e segnato dalle intemperie, con un coltello appeso al collo con una treccia di corda, e simile in tutto a un marinaio moderno per l'andatura e il portamento, aveva indietreggiato in ovvio atteggiamento di stupore e diffidenza. Ma la parola «possessi» e una certa aria un po' brilla di schiettezza e di cameratismo che Senzalegge ostentava a perfezione, finirono per vincere quella sospettosa diffidenza; il viso si spianò, e subito tese la mano aperta e serrò quella del fuorilegge in una stretta formidabile. - No - disse, - non riesco a ricordarmi di voi. Ma che importa? Berrei con qualunque compare, e così il mio marinaio Tom. Tom -soggiunse volgendosi al compagno, - ecco qui il mio compare, di cui non ricordo il nome, ma senza dubbio un eccellente marinaio. Andiamo a bere con lui e con il suo amico qui sulla spiaggia. Senzalegge fece da guida, e si trovarono ben presto seduti in una taverna che, essendo nuovissima e situata in un punto esposto e solitario, era meno affollata di quelle più vicine al centro del porto. Non era che una baracca di legno, molto simile ai rozzi fortini dei pionieri odierni nelle foreste, malamente ammobiliata d'uno o due credenzini, un certo numero di panche nude, e assi poggiate su barili a servire da tavoli. Nel mezzo, assediato da una cinquantina di violente correnti d'aria, ardeva un fuoco di rottami di legno vomitando un fumo denso. - Ah! Ora - disse Senzalegge, - ecco la gioia dell'uomo di mare: un buon fuoco e un buon bicchiere forte a terra, lasciandosi fuori il cattivo tempo e il vento di burrasca che rugge sul tetto! Alla salute della «Buona Speranza»! Che possa fare una felice traversata! - Sì - disse il capitano Arblaster, - è il tempo che ci vuole per starsene a terra, questo è certo. Marinaio Tom, che ne dici? Compare, voi parlate bene, anche se non mi ricordo come vi chiamate, per quanto ci pensi; ma parlate bene assai. Che la «Buona Speranza» faccia una felice traversata! Amen. - Amico Dick - proseguì a dire Senzalegge, rivolgendosi al suo capo, - voi avete un certo affare fra le mani, se non sbaglio? Bene, di grazia, andate pure a sbrigarlo subito. Perché qui io mi trovo nella migliore delle compagnie, due vecchi duri marinai e vi garantisco che fino al vostro ritorno questi bravi ragazzi rimarranno qui a bere con me boccale su boccale. Non siamo come la gente di terra, noi vecchi e duri lupi di mare incatramati! - Ben detto! - approvò il capitano. - Potete andare, giovanotto; perché io terrò qui compagnia al vostro buon amico e mio buon compare fino al coprifuoco... ma sì, per Santa Maria, fino a che si leverà di nuovo il sole! Perché, vedete, quando un uomo è stato troppo a lungo in mare, il sale gli penetra in corpo fino alle ossa; e anche se si beve un pozzo sano, non si caverà mai la sete. Così incoraggiato da ambo le parti, Dick si alzò, salutò la compagnia, e uscito di nuovo nel burrascoso pomeriggio, corse quanto più in fretta poté a «La Capra e la Cornamusa». Di lì mandò un messo a Lord Foxham per fargli sapere che, appena notte, avrebbero avuto un solido battello per prendere il mare. Quindi, prendendo con sé un paio di fuorilegge che avevano qualche esperienza di mare, tornò al porto e alla piccola insenatura sabbiosa. La scialuppa della «Buona Speranza» era là in mezzo a molte altre, facilmente distinguibile per la sua estrema piccolezza e fragilità. E in verità, quando Dick e i suoi due uomini vi ebbero preso posto e cominciarono a spingerla fuori dell'insenatura al largo, nel porto, il piccolo guscio di noce sprofondava nell'onda e barcollava ad ogni soffio di vento, come sul punto d'affondare. La «Buona Speranza», come abbiamo detto, era ancorata lontano, dove le onde erano più forti. Le altre imbarcazioni si trovavano ancorate a parecchie gomene di distanza, e quelle più vicine erano completamente deserte; e come la scialuppa si avvicinava, un turbine fitto di neve e un improvviso oscurarsi del tempo nascosero ancora meglio le mosse dei fuorilegge a qualsiasi possibilità d'essere spiati. In un attimo erano saltati sul ponte che rollava, mentre la barchetta danzava a poppa. La «Buona Speranza» era catturata. Era una buona solida imbarcazione, munita di ponte al centro e a prua, ma scoperta a poppa. Aveva un solo albero, e un' attrezzatura tra la feluca e il trabaccolo. Sembrava che la sorte fosse stata assai generosa con il capitano Arblaster, perché la stiva era piena di fusti di vino di Francia; e nella piccola cabina, accanto alla Vergine Maria sul tramezzo, a testimoniare la devozione del capitano, molti cofani e armadi chiusi a chiave lo dicevano ricco e prudente. Un cane, l'unico occupante del naviglio, abbaiò furioso e morse i calcagni dei nuovi arrivati; ma fu presto cacciato a pedate nella cabina, e la porta venne richiusa su quel giusto risentimento. Una lanterna fu accesa e fissata alle sartie in modo che da riva si potesse facilmente distinguere la nave; un fusto fu spillato e si vuotò una coppa di eccellente vino di Guascogna brindando alla prossima avventura; infine mentre uno degli uomini preparava arco e frecce per tenersi pronto a difendere la nave contro qualsiasi assalitore, l'altro calava in mare la scialuppa e vi saltava dentro, mantenendola ferma in attesa di Dick. - Bene, Jack, fa' buona guardia - disse il giovane capo, preparandosi a seguire il suo uomo. - Vedrai che ti andrà tutto bene. - Certo - rispose Jack, - mi andrà benissimo, finché rimaniamo qui; ma non appena avremo fatto mettere il naso a questa povera barca fuori del porto... Vedete come trema! Ma sì, la poveretta ha sentito le nostre intenzioni e il cuore le è mancato fra le sue costole di quercia. Guardate dunque, "Master" Dick, come si fa nero il tempo! L'oscurità si era addensata invero paurosamente. Grossi marosi si sollevavano da tutto quel nero, uno dopo l'altro; e su uno dopo l'altro la «Buona Speranza» si arrampicava agile, per ripiombare, come presa da vertigine, dall'altra parte. Un leggero spolverio di neve e minuti fiocchi di spuma volavano a incipriare il ponte; e il vento arpeggiava sinistro fra le sartie. - Davvero, si mette brutta - disse Dick. - Ma non ci pensiamo! Non è che una sfuriata, e passerà presto. - Malgrado le sue parole, però, era penosamente preoccupato dall'aspetto desolante del cielo e dal gemere e fischiare del vento; e mentre lasciava la «Buona Speranza» dirigendosi di nuovo alla piccola insenatura d'approdo vogando alla massima velocità, si fece devotamente il segno della croce, e raccomandò al cielo la vita di tutti quelli che dovevano avventurarsi sul mare. Allo sbarco erano già adunati una dozzina di fuorilegge. A loro fu affidata la scialuppa, con l'ordine di imbarcarsi senza indugio. Poco lontano sulla spiaggia, Dick incontrò Lord Foxham che veniva ansioso in cerca di lui, con il viso nascosto da un cappuccio scuro e la sua lucente armatura coperta da un lungo ruvido mantello di povero aspetto. - Giovane Shelton - disse, - vi siete davvero deciso per il mare, dunque? - Signore - rispose Richard, - la casa è circondata da uomini a cavallo; non si potrebbe arrivarci da terra senza suscitare allarme; e, una volta che Sir Daniel sia avvertito della nostra spedizione, non potremmo portarla a buon fine più di quanto non potremmo, salvo il vostro rispetto, cavalcare sul vento. Ora, girando dalla parte del mare, corriamo, è vero, qualche pericolo a causa degli elementi; ma, quel che conta soprattutto, abbiamo una possibilità di raggiungere il nostro scopo e portarci via la ragazza. - Bene - replicò Lord Foxham, - fatemi pure da guida. Vi seguirò, in un certo senso, per punto d'onore; ma vi confesso che preferirei trovarmi a letto. - Per di qua, allora - disse Dick. - Andiamo a prendere il nostro pilota. E si diresse alla rozza bettola dove aveva dato appuntamento a una parte dei suoi uomini. Alcuni li trovò che gironzolavano fuori della porta; altri più arditamente erano entrati e, sceltisi i posti il più possibile vicino a dove vedevano il loro camerata, si erano raccolti intorno a Senzalegge e ai due marinai. Questi, a giudicare dall'espressione alterata e dall'occhio offuscato, già da tempo avevano oltrepassato i limiti della moderazione; e all'entrare di Richard, seguito da presso da Lord Foxham, stavano tutti e tre intonando un antico lamentoso ritornello di mare, con l'accompagnamento del gemito della burrasca. Il giovane capo gettò intorno una rapida occhiata. Il fuoco era stato da poco alimentato, e sprigionava nugoli di fumo nero, sì che era difficile distinguere bene gli angoli più lontani. Era chiaro, però, che i fuorilegge superavano di gran lunga il numero degli altri avventori. Rassicurato su questo punto, in caso di un eventuale intoppo nello svolgimento del suo piano, Dick andò al tavolo e riprese il suo posto sulla panca. - Ehi! - farfugliò il capitano, brillo com'era. - Chi siete voi, eh? - Vorrei dirvi una parola fuori, mastro Arblaster - rispose Dick, - ed ecco di che cosa parleremo. - E fece scintillare al fuoco un "noble" d'oro. Gli occhi del marinaio s'accesero, anche se ancora non riconosceva il nostro eroe. - Ma certo, giovanotto - disse, - sono con voi. Compare, torno subito. Bevete, bevete, compare - e attaccandosi al braccio di Dick per aiutare i passi vacillanti, si diresse alla porta della bettola. Aveva appena oltrepassata la soglia, e dieci braccia forti l'avevano afferrato e legato; e due minuti dopo, stretto come un salame e con un buon bavaglio alla bocca, veniva gettato come un sacco in un fienile là vicino. Lo seguì a ruota il suo Tom, reso innocuo allo stesso modo, e i due furono lasciati alle loro smarrite riflessioni per la notte. Ed ora, finita la necessità di rimanere celati, gli uomini di Lord Foxham furono chiamati con un segnale convenuto, e tutto il gruppo, impadronendosi senza paura di quante imbarcazioni richiedesse il loro numero, remò in flottiglia in direzione della luce che brillava fra le sartie della nave. Molto prima che l'ultimo uomo fosse salito a bordo della «Buona Speranza», un clamore di grida furiose sulla spiaggia dimostrò che una parte almeno dei marinai aveva scoperto la perdita delle loro barche. Ma era troppo tardi, per recuperarle o per vendicarsi. Della quarantina di armati ora adunati sulla nave rubata, otto erano stati in mare e conoscevano le manovre di navigazione. Con il loro aiuto s'inalberò una vela. L'ancora fu levata. Senzalegge, vacillando sui piedi e ancora cantando a squarciagola ritornelli di ballate marinare, afferrò la lunga barra del timone; e la «Buona Speranza» prese a scivolare avanti nel buio della notte e affrontò i grossi marosi al di là del molo. Richard prese posto alle manovre di prora. All'infuori della lanterna della nave e di qualche lume nella città di Shoreby, che già svaniva sottovento, tutto era nero come in fondo a un pozzo. Solo di tanto in tanto, come la «Buona Speranza» si tuffava vertiginosamente nell'abisso fra due ondate, una cresta s'infrangeva, si formava e si levava per un attimo una gran cateratta di spuma candida, e, l'istante dopo, si riversava nella scia e spariva. Molti degli uomini si tenevano aggrappati al cordame e pregavano a voce alta; molti altri si sentivano male e si erano rintanati nella stiva, coricandosi in mezzo al carico. E sia per l'estrema violenza della burrasca, sia per la continua bravata di Senzalegge, che ancora urlava e cantava ubriaco al timone, anche il cuore più coraggioso a bordo doveva nutrire un suo petulante dubbio sul risultato. Ma Senzalegge, come guidato da un istinto, governò la nave attraverso i marosi, andò a buttarsi sottovento d'un gran banco di sabbia, navigando per qualche tempo in acque tranquille, e poco dopo la nave, tirata lungo una rozza gettata di pietre, veniva assicurata alla meglio e vi rimaneva affiancata a ondulare e a scricchiolare nel buio. LA «BUONA SPERANZA». (continuazione). Quel molo non si trovava troppo distante dalla casa che nascondeva Joanna; non restava ora che far scendere a terra gli uomini, circondare la casa con un robusto gruppo di armati, sfondare la porta e prendersi la prigioniera. Ormai potevano considerare d'averla finita con la «Buona Speranza»; li aveva portati alle spalle del nemico; e la ritirata, che il fine dell'impresa riuscisse o fallisse, aveva a sua volta maggiore possibilità di successo se fosse stata diretta dalla parte della foresta e delle proprietà di Lord Foxham. Portare gli uomini a terra, tuttavia, non era facile compito; molti avevano sofferto il mal di mare e tutti erano intirizziti dal freddo; la promiscuità e il disordine a bordo avevano scosso la loro disciplina, il moto violento della nave e la cupa tenebra notturna avevano abbattuto la loro animosità. Si precipitarono in branco sulla gettata; Lord Foxham, con la spada sguainata contro i suoi stessi dipendenti, dovette lanciarsi davanti a loro; e quel primo tumultuoso impulso di indisciplina non fu raffrenato senza un po' di clamore di voci, assai inopportuno in quell'occasione. Quando si fu ristabilito un certo ordine, Dick, con pochi uomini scelti, s'avviò all'avanguardia. L'oscurità a terra, in contrasto con il lampeggiare delle creste spumose, gli si parava dinanzi come un corpo solido; e l'ululo e il fischio delle raffiche soffocavano ogni altro rumore. Aveva appena raggiunto l'estremità del molo, però, che la furia del vento si placò, in una pausa di calma; e allora gli parve di udire sulla spiaggia il rombare cupo degli zoccoli dei cavalli e un clamore di armi. Arrestando quelli che immediatamente lo seguivano, fece da solo qualche passo avanti, fino a metter piede sulla duna; e lì fu sicuro di poter distinguere forme di uomini e cavalli in movimento. Lo assalì un tremendo scoraggiamento. Se i loro nemici erano davvero in guardia, se avevano assediato l'estremità del molo sulla spiaggia, lui e Lord Foxham erano presi in una posizione di assai misera difesa: il mare alle spalle, e gli uomini spinti gomito a gomito nel buio sull'angusto tratto pietroso della gettata. Lanciò un fischio leggero, il segnale convenuto. Fu un segnale che superò di gran lunga lo scopo desiderato. Piombò all'istante, nella notte nera, un rovescio di frecce all'impazzata; e così stipati erano gli uomini sul molo che più d'uno fu colpito, e alle frecce risposero grida di dolore e di terrore. In questa prima scarica Lord Foxham fu ferito; Hawksley lo fece riportare a bordo immediatamente; e i suoi uomini, durante la breve scaramuccia che seguì, combatterono, seppure combatterono, senza guida. Fu questa forse la causa principale del disastro che si verificò quasi subito. Là dove la gettata terminava sulla spiaggia, forse per un minuto, Dick tenne testa con un pugno d'armati; uno o due furono feriti d'ambo le parti; le lame s'incrociarono; né ancora s'era dato di qua o di là alcun segno di vantaggio, quando, in un batter d'occhio, la sorte si voltò contro quelli della nave. Qualcuno gridò che tutto era perduto; gli uomini si trovavano nello stato d'animo più adatto a prestare orecchio a un ammonimento sconfortante; il grido fu riecheggiato. - A bordo, ragazzi e si salvi chi può! - urlò un altro. Un terzo, con il vero istinto del codardo, levò l'inevitabile incitamento di tutte le ritirate: - Siamo traditi! - E in un momento tutta la massa degli uomini si precipitò all'indietro, urtandosi e accalcandosi, voltando le spalle indifese agli inseguitori e trafiggendo la notte di urli terrorizzati. Uno di quei codardi spinse fuori la poppa del battello, mentre un altro lo tratteneva per la prora. I fuggitivi saltarono strillando e furono tirati su a bordo o caddero e perirono in mare. Alcuni furono abbattuti sul molo dai nemici. Molti si ferirono sul ponte nella furia cieca e nello spavento del momento, l'uno saltando addosso all'altro, e un terzo sui due. Infine, a proposito o per caso, la prua della «Buona Speranza» fu liberata; e Senzalegge, sempre pronto, rimasto al suo posto al timone durante tutto quel parapiglia con la mera forza fisica e con l'uso generoso dell'acciaio, la spinse subito al largo. Il battello s'inoltrò ancora una volta nel mare tempestoso, con i fori di scarico che grondavano sangue, il ponte ingombro di mucchi di uomini caduti, che si trascinavano e si dibattevano nelle tenebre. Allora Senzalegge ringuainò la daga, e volgendosi a chi gli stava più vicino: - Ho lasciato il mio marchio, compare - disse, - a quei vigliacchi cani latranti. Ora, mentre tutti saltavano e lottavano per salvarsi la vita, sembrava che gli uomini non si fossero accorti dei colpi rudi e dei fendenti feroci di cui s'era servito Senzalegge per conservare il suo posto nella confusione. Ma forse avevano cominciato a vederci un po' più chiaro, o forse qualche altro orecchio aveva captato il discorsetto del timoniere. Le truppe prese dal panico si riprendono lentamente, e gli uomini che hanno appena finito di disonorarsi con la loro codardia, quasi per cancellare la memoria della colpa, incorrono a volte nell'estremo opposto dell'insubordinazione. Così fu allora; e quelli stessi che avevano gettato le armi e si erano fatti buttare, con i piedi avanti, a bordo della «Buona Speranza», si misero a gridare contro i loro capi e a pretendere che qualcuno fosse punito. La crescente animosità si volse contro Senzalegge. Per riguadagnare il porto, il vecchio bandito aveva spinto la «Buona Speranza» al largo. - Che! - abbaiò uno dei malcontenti, - Ci trascina al largo! - Vero! - strillò un altro. - Vero, siamo traditi di sicuro. E cominciarono tutti a urlare in coro di essere traditi, e a perdifiato e con orribili imprecazioni ingiungevano a Senzalegge di virare e portarli subito a terra. Senzalegge, digrignando i denti, continuava in silenzio a governare secondo la giusta rotta, guidando la «Buona Speranza» attraverso i formidabili marosi. A quei vuoti terrori e a quelle disonoranti minacce, un po' perché ancora brillo e un po' per dignità, sdegnava di rispondere. I malcontenti si raggrupparono un po' a poppa dell'albero, ed era palese che facevano come i galli nel pollaio, che cantano per farsi coraggio. Poco mancava e sarebbero stati capaci di qualsiasi estremo d'ingiustizia e d'ingratitudine. Dick cominciò a salire la scaletta, ansioso d'interporsi; ma uno dei fuorilegge, che era anche un po' marinaio, lo precedette. - Ragazzi - prese a dire, - siete delle vere teste di legno, mi pare bene. Per tornare in porto, bisogna pure, per la messa, andare al largo, no? E il nostro vecchio Senzalegge... Qualcuno colpì l'oratore sulla bocca, e l'attimo dopo, con l'impeto del fuoco che si apprende alla paglia secca, fu rovesciato sul ponte, calpestato e massacrato dalle daghe dei suoi vili camerati. A quella vista la collera di Senzalegge irruppe e infuriò. - Governate voi! - urlò, e incurante del risultato, abbandonò il timone. La «Buona Speranza», in quel momento, oscillava sulla cresta di un'ondata. Affondò, con velocità paurosa, dalla parte opposta. Un'altra ondata, come un enorme baluardo nero, le si levò contro immediatamente; e con un urto tremendo s'inabissò con la prua in quella montagna liquida. L'acqua verde l'inondò da poppa a prua, alta a ginocchia d'uomo; la schiuma spruzzò alta più dell'albero; e la nave riemerse dall'altra parte, con una spaventosa tremula indecisione, come una bestia ferita a morte. Sei o sette dei malcontenti erano stati trascinati di peso fuoribordo; quanto ai rimanenti, quando ritrovarono la parola, fu per invocare i santi e supplicare Senzalegge di tornare a prendere il timone. Né Senzalegge si fece pregare due volte. Il terribile risultato del suo scatto di giusto risentimento lo aveva calmato e fatto sobrio completamente. Meglio di chiunque altro a bordo, sapeva quanto prossima fosse stata la «Buona Speranza» a inabissarsi sotto i loro piedi; e poteva giudicare, dalla passività con cui aveva fatto fronte all'urto del mare, che il pericolo non era affatto scongiurato. Dick, rovesciato dallo scossone e mezzo affogato, si rialzò guazzando fino al ginocchio nella poppa inondata, e si trascinò a fianco del vecchio timoniere. - Senzalegge - disse, - dipendiamo tutti da voi; siete davvero un uomo coraggioso e fermo, ed esperto nella manovra delle navi; metterò tre uomini fidati a sorvegliare sulla vostra sicurezza. - Inutile, mio signore, inutile - disse il timoniere, scrutando avanti nel buio. - A ogni momento ci stacchiamo sempre di più da questi banchi di sabbia; e a ogni momento il mare ci si fa addosso più cattivo, e tutti questi piagnoni saranno presto con la schiena a terra. Perché, mio signore, è davvero un mistero, ma è la verità, che non ci fu mai uomo da poco che fosse anche buon marinaio. Soltanto gli onesti e bravi sanno sopportare i traballamenti di una nave. - Ma va', Senzalegge - fece Dick ridendo, - questo è proprio un detto di marinaio, e non ha più senso del fischio del vento. Ma, di grazia, come andiamo? Siamo sulla buona strada? Riusciremo a farcela? - "Master" Shelton - rispose Senzalegge, - sono stato frate francescano, e ne ringrazio la sorte, poi arciere, ladro e marinaio. Di tutte queste vesti, ho sempre preferito morire in quelle di frate, come capirete facilmente, e meno di tutto mi lusinga morire nella casacca incatramata del lupo di mare; e questo per due eccellenti ragioni: innanzi tutto, perché la morte può prenderci all'improvviso; e secondo, per l'orrore di questo gran soffoco e voltolio salato qui sotto i piedi... - e Senzalegge batté il piede sul tavolato. - Tuttavia - continuò, - se non muoio la morte del marinaio, e proprio questa notte, faccio voto di portare un cero gigante alla Madonna. - E' dunque così? - chiese Dick. - E' proprio così - replicò il fuorilegge. - Non sentite come si muove lenta e a fatica sulle onde? Non sentite l'acqua che sciaborda nella stiva? Quasi non risponde più al timone, ormai. Aspettate che affondi un poco di più; e allora o calerà giù sotto i vostri stivali come un monumento di pietra, o andrà alla deriva a sbattere sulla spiaggia, sfasciandosi come un gomitolo di spago. - Parlate con gran coraggio - ribatté Dick. - paura? - Vedete, padrone - rispose Senzalegge, - se ci fu mai un uomo con un cattivo carico da condurre in porto, quello sono io: un frate rinnegato, un ladro, e tutto il resto. Ebbene, vi meraviglierete, ma serbo nella mia borsa una buona speranza; e se devo annegare, annegherò con l'occhio limpido, "Master" Shelton, e con la mano ferma. Dick non rispose, ma fu sorpreso di trovare il vecchio vagabondo così risoluto di carattere; e temendo qualche nuova violenza o tradimento, si mise in cerca di tre uomini fidati. La gran maggioranza degli uomini aveva ora abbandonato il ponte, continuamente inzuppato dal volo degli spruzzi, e dove sarebbero rimasti esposti all'asprezza del vento invernale. Si erano invece radunati nella stiva delle merci, in mezzo ai fusti di vino al lume di due lanterne oscillanti dal soffitto. Alcuni sostenevano ancora una certa forma di ribalderia e brindavano a vicenda e abbondantemente con il vino di Guascogna di Arblaster. Ma come la «Buona Speranza» continuava a solcare i marosi schiumanti, e a sollevarsi da poppa e da prua e a precipitare alternativamente nella candida schiuma, il numero di quegli allegri compagni diminuiva a ogni momento e a ogni rollata. Molti sedevano in disparte curandosi le ferite, ma i più erano prostrati dal mal di mare e mugolavano nella sentina. Greensheve, Cuckow, e un giovane di Lord Foxham che Dick aveva già notato per l'intelligenza e l'ardimento, erano ancora però in grado di comprendere e disposti ad obbedire. Dick li dispose a guardia del timoniere e quindi, con un'ultima occhiata al cielo nero e al mare, si volse e discese nella cabina, dove i servi avevano portato Lord Foxham. LA «BUONA SPERANZA». (fine). I gemiti del barone ferito si confondevano ai latrati del cane della nave. Il povero animale, sia che semplicemente soffrisse d'essere separato dai suoi amici, sia che anche lui percepisse qualche pericolo nell'andatura faticosa della nave, levava i suoi ululati senza interruzione al di sopra del frastuono del mare e del vento; e i più superstiziosi udivano, in quei lamenti, la campana a morto della «Buona Speranza». Lord Foxham era stato disteso in una cuccetta, sopra un mantello di pelliccia. Una piccola lampada luceva fioca davanti alla Vergine su una parete, e a quel bagliore Dick scorse il viso pallido e gli occhi affondati del ferito. - Sono ferito gravemente - disse quest'ultimo. - Venitemi accanto qui vicino, giovane Shelton; che mi sia a fianco almeno qualcuno ben nato; perché dopo aver vissuto nobilmente e riccamente tutti i giorni della mia vita, è un passo assai triste che io debba aver ricevuto la mia ferita in una così meschina scaramuccia e debba morire qui, in una brutta barca fredda sul mare, in mezzo a gente perduta e villana. - Ma no, signore - disse Dick. - Io prego piuttosto i santi che possiate guarire della vostra ferita e arrivare presto a terra sano e salvo. - Ma come? - domandò il lord. - Come giungere salvo a terra? Ce n'è dunque una possibilità? - La nave fa fatica... il mare è grosso e contrario - rispose il ragazzo; - e da quanto mi ha detto il mio uomo che ci governa, saremo davvero fortunati se toccheremo terra a piedi asciutti. - Ah! - fece il barone, triste. - Così tutti i terrori accompagneranno il trapasso della mia anima! Signore, pregate piuttosto di poter vivere duramente e morire in pace: val meglio che essere adulato e celebrato tutta la vita a suon di flauto, e zufolo e tamburello per poi, all'ultima ora, piombare nella sciagura! E sia. Ho sulla coscienza qualcosa da non rimandare. Abbiamo un prete a bordo? - No, - rispose Dick. - Allora pensiamo agli interessi secolari - continuò Lord Foxham; - voi dovete essermi un buon amico in morte come vi siete di mostrato un leale nemico in vita. Cado in un cattivo momento per me, per l'Inghilterra, e per quelli che hanno avuto fiducia in me. I miei uomini saranno guidati da Hamley, quello che era il vostro rivale; si ritroveranno tutti nella sala lunga a Holywood; questo anello al mio dito vi accrediterà per rappresentare i miei ordini; e scriverò inoltre due parole su questa carta, comandando a Hamley di cedere a voi la damigella. Obbedirete? Non so. - Ma, signore, quali ordini? - chiese Dick. - Già - ripeté il barone, - già... gli ordini - ; e guardò Dick esitando. - Siete Lancaster o York? - domandò infine. - Ho vergogna di confessarlo - disse Dick, - ma mi è difficile rispondere con chiarezza. Una cosa però è certa: siccome servo con Ellis Duckworth, servo la casa di York. E allora, dato che le cose stanno così mi dichiaro per York. - Bene - replicò l'altro; - estremamente bene. Perché, in verità, se voi foste stato Lancaster, non avrei proprio saputo che fare. Ma visto che siete dalla parte di York, statemi a sentire. Non sono venuto qui che per sorvegliare questi signori a Shoreby, mentre il mio eccellente giovane Lord Richard di Gloucester (1) prepara forze sufficienti a piombare loro addosso e disperderli. Ho preso nota delle loro forze, dei loro posti di guardia, e dei loro luoghi di raduno; e dovevo riferire tutto al mio giovane lord domenica, un'ora prima di mezzogiorno, a Saint Bride's Cross, là ai margini della foresta. Non è probabile che manterrò l'appuntamento, ma prego voi, per cortesia, di recarvi al convegno al posto mio; e fate che né piacere, né dolore, o tempesta, o ferita o peste vi impediscano di essere là all'ora indicata, perché ne va della salute dell'Inghilterra. - Me ne prendo la responsabilità con la massima serietà - disse Dick. - Per quanto sta in me, il vostro volere sarà esaudito. - Bene - disse il ferito. - Il duca vi darà altri ordini, e se gli obbedirete con giudizio e buona volontà, farete la vostra fortuna. Avvicinate un poco la lampada ai miei occhi, ché io scriva queste due parole per voi. Scrisse un biglietto al «suo onorevole congiunto Sir John Hamley»; e quindi un altro, che lasciò senza indirizzo. - Questo è per il duca - disse. - La parola d'ordine è «Inghilterra ed Edoardo», e la risposta «Inghilterra e York». - E Joanna, signore? - domandò Dick. - Già, vi prenderete Joanna come meglio potrete - rispose il barone. - Vi ho nominato come mio prescelto in ambedue queste lettere; ma dovete conquistarvela da voi, ragazzo mio. Io l'ho tentato, come vedete bene, e ci ho rimesso la vita. Nessuno potrebbe fare di più. Ma ora il ferito cominciava a dar segno di grande debolezza; e Dick, celandosi in petto le carte preziose, gli fece i suoi auguri affettuosi e lo lasciò riposare. Il giorno spuntava, freddo e azzurro con qualche folata di neve. Molto vicina, sottovento alla «Buona Speranza», la costa si delineava alternando promontori rocciosi e baie sabbiose; e più lontano entro terra le cime boscose delle colline di Tunstall si stagliavano contro il cielo. Vento e mare si erano calmati, ma il battello si trascinava stentatamente, emergendo appena dall'acqua. Senzalegge stava sempre fermo al timone; e intanto quasi tutti gli uomini si erano trascinati sul ponte e fissavano, smorti in viso, la costa inospitale. - Stiamo andando a terra? - chiede Dick. - Già - disse Senzalegge, - a meno che prima non andiamo a fondo. E proprio in quel momento la nave si levò così languidamente incontro a un'ondata e l'acqua si rovesciò così violenta nella stiva, che Dick involontariamente afferrò il braccio del timoniere. - Per la messa! - esclamò, mentre la prua della «Buona Speranza» riappariva al di sopra della schiuma. - Ho creduto davvero che affondassimo; avevo il cuore in gola. Al centro della nave Greensheve, Hawksley e gli uomini migliori dei due gruppi si davano da fare a demolire il ponte per costruire una zattera; e a loro si unì Dick, lavorando di lena per dimenticare la penosa situazione. Ma, pur lavorando, ogni ondata che sbatteva contro la povera nave, ogni suo pesante rollio mentre si faceva strada sussultando e sprofondando, gli richiamava alla mente con orribile angoscia l'immediata prossimità della morte. Poco dopo, alzando gli occhi dal suo lavoro, vide che si stavano avvicinando ai piedi di un promontorio; una rupe precipite, che il mare assaliva alla base violento e bianco di spuma, si levava quasi a picco sul ponte; e più in là ancora, in alto, sorgeva una casa, in cima a una duna. Entro la baia i marosi correvano briosi, si sollevavano sulle spalle spumose la «Buona Speranza», la trascinavano a dispetto del controllo del timoniere, e in un momento la gettarono con un urto potente sulla sabbia, e presero a infrangersi sopra, alti fino a metà albero, voltandola di qua e di là. Seguì un'altra grossa ondata, che la sollevò di nuovo e la portò più in dentro; e poi ne venne un'altra che la lasciò più addentro ancora sulla riva, al sicuro dai frangenti più pericolosi, conficcata su un banco di sabbia. - Ehi, ragazzi - esclamò Senzalegge, - i santi si sono presi cura di noi, in verità. La marea cala; mettiamoci a sedere e beviamo un bicchiere di vino, e in meno di mezz'ora marceremo tutti a terra sicuri come traversare un ponte. Fu spillato un barile, e sistematisi dove meglio potevano ripararsi dalla neve e dagli spruzzi, la compagnia naufragata passò la coppa di mano in mano e cercò così di riscaldare il corpo e rinfrancare lo spirito. Dick frattanto era tornato da Lord Foxham, rimasto in grande perplessità e timore, col pavimento della cabina sommerso nell'acqua fino a ginocchia d'uomo, e la lampada che era stata l'unica sua luce infranta e spenta dalla violenza dell'urto. - Signore - disse il giovane Shelton, - non abbiate più timore; i santi sono evidentemente dalla parte nostra; le onde ci hanno gettato sopra un banco di sabbia; e non appena la marea sarà di poco scemata, potremo scendere a terra camminando. Ci volle quasi un'ora prima che il mare si fosse sufficientemente ritirato, e potessero sbarcare dirigendosi verso la terra, che appariva confusamente davanti a loro attraverso il velo della nave sbattuta dal vento. Sopra un piccolo rialzo un po' discosto dal cammino che avevano preso, stava accucciato un gruppetto d'uomini, fissi ad osservare sospettosi i movimenti dei nuovi arrivati. - Potrebbero avvicinarsi e offrirci un po' d'aiuto - osservò Dick. - Be', se non vengono loro da noi, andiamo noi da loro - disse Hawksley. - Più presto avremo un buon fuoco e un letto asciutto, tanto meglio sarà per il mio povero signore. Ma si erano appena mossi in direzione del monticello, che quegli uomini, tutti insieme, s'alzarono all'improvviso in piedi e scagliarono un nugolo di frecce ben dirette contro la compagnia dei naufraghi. - Indietro! Indietro! - gridò il lord. - Attenti! In nome del cielo, non rispondete! - No - esclamò Greensheve, estraendosi una freccia dalla trapunta di cuoio. - Non siamo in condizioni di combattere, questo è certo, così fradici fino alle ossa, stanchi morti e per tre quarti congelati; ma, per l'amore della vecchia Inghilterra, che idea è questa di tirare così crudelmente contro dei poveri compatrioti nei guai? - Ci prendono per pirati francesi - rispose Lord Foxham. - In questi giorni così sconvolti e disgraziati non siamo neppure in grado di proteggere le coste della nostra Inghilterra; ma i nostri vecchi nemici, cui una volta davamo la caccia per terra e per mare, adesso le percorrono a loro piacere, depredando e massacrando e incendiando. E' la miseria e la vergogna di questa povera terra. Gli uomini sul monticello rimasero a osservarli attentamente, mentre si trascinavano su per la spiaggia dirigendosi nell'interno in mezzo a desolate colline sabbiose; per circa un miglio li seguirono perfino, tenendosi a qualche distanza, ma pronti, al minimo segno, a rovesciare un'altra pioggia di frecce sui fuggiaschi sfiniti e abbattuti; e fu soltanto quando, trovata finalmente una solida strada maestra, Dick cominciò a richiamare i suoi uomini a un ordine un po' più marziale, che quei gelosi guardiani della costa d'Inghilterra scomparvero silenziosamente nella neve. Avevano fatto quello che desideravano; avevano protetto le loro case e le loro fattorie, le loro famiglie e il loro bestiame; così salvaguardati gli interessi personali, ciascuno di loro non dava il peso d'una pagliuzza al fatto che i Francesi potessero spargere sangue e fuoco in qualsiasi altra parrocchia del regno d'Inghilterra. NOTE. NOTA 1: All'epoca di questo racconto, Richard Crookback (il Gobbo) non poteva ancora essere stato creato Duca di Gloucester; ma per maggiore chiarezza lo chiameremo così, con licenza del lettore (Nota dell'Autore). LIBRO QUARTO. IL TRAVESTIMENTO. LA TANA. Il punto dove Dick aveva toccato la strada maestra non era molto lontano da Holywood, e a nove o dieci miglia da Shoreby-sul-Till; e qui, dopo essersi assicurati di non essere più seguiti, i due gruppi si separarono. Gli uomini di Lord Foxham se ne andarono, portando il loro padrone ferito, verso l'agio e la sicurezza della grande abbazia; e Dick, quando li ebbe visti svoltare e sparire nella fitta cortina della neve che continuava a cadere, rimase solo con una dozzina circa di fuorilegge, l'ultimo resto della sua truppa di volontari. Alcuni erano feriti; tutti erano furiosi per l'insuccesso e per essere stati così a lungo esposti al pericolo; e sebbene fossero troppo intirizziti e affamati per fare di più, brontolavano e lanciavano occhiate truci al loro capo. Dick vuotò la sua borsa dividendola fra loro e senza tenere nulla per sé; li ringraziò del coraggio dimostrato, anche se in cuor suo avrebbe preferito svergognarli per la loro poltroneria; e avendo così in qualche misura addolcito l'effetto della sua prolungata sfortuna, li lasciò andare per la loro strada, isolati o a coppie, verso Shoreby e «La Capra e la Cornamusa». Per parte sua, influenzato da quanto aveva visto a bordo della «Buona Speranza», si scelse Senzalegge per compagno di viaggio. La neve continuava a venir giù senza pausa o variazione, in un velo tutto uguale e accecante; il vento s'era abbattuto e non soffiava più; e tutto il mondo era cancellato e sepolto dalla silente inondazione. C'era gran pericolo di smarrire il cammino o finire sprofondati in qualche fossato colmo di neve; e Senzalegge, tenendosi di mezzo passo innanzi al suo compagno e con la testa protesa come un bracco sulla traccia, chiedeva la strada ad ogni albero, e studiava la direzione come se stesse pilotando una nave in mezzo ai pericoli. Dopo circa un miglio di cammino nella foresta, giunsero a un punto dove s'incrociavano parecchi sentieri, sotto un gruppo di querce alte e contorte. Anche nel ristretto orizzonte della neve cadente, era un punto che non si poteva non riconoscere; e Senzalegge evidentemente lo riconobbe con particolare delizia. - Ora, "Master" Richard - disse, - se non siete troppo fiero per essere l'ospite di uno che non è gentiluomo per nascita né troppo buon cristiano, vi posso offrire una tazza di vino e un buon fuoco per sciogliere le midolla delle vostre ossa congelate. - Avanti, Will - rispose Dick. - Una tazza di vino e un buon fuoco! Ah, sarei pronto a tutto per mettervi gli occhi sopra! Senzalegge svoltò sotto i rami nudi delle querce e avanzando risolutamente per qualche minuto, giunse a un avvallamento scosceso che era l'imboccatura di una tana, ora per un buon quarto sepolta dalla neve. Sull'orlo si piegava un grande faggio, malamente abbarbicato alle radici; e qui il vecchio fuorilegge, scostando alcuni cespugli, sparì sottoterra. Durante qualche tremendo uragano, il faggio era stato mezzo sradicato e si era portato via un considerevole strato di terreno; ed era là sotto che Senzalegge si era scavato il suo nascondiglio silvestre. Le radici gli servivano da travi, la zolla erbosa da tetto, e la madre terra da pareti e pavimento. Per rozza che fosse quella tana, il focolare in un angolo annerito dal fumo, e la presenza in un altro angolo di una voluminosa cassa di quercia rinforzata con striscioni di ferro, la dicevano il rifugio di un uomo e non il covo scavato da una bestia. Sebbene la neve si fosse accumulata sull'imboccatura filtrando fino sul pavimento della caverna, l'aria vi era molto più calda che fuori; e quando Senzalegge ebbe fatto sprizzare una scintilla e i cespi secchi di ginestra cominciarono ad ardere e crepitare sul focolare, il luogo prese, perfino all'aspetto, una sua aria confortevole e domestica. Con un gran sospiro di soddisfazione Senzalegge distese le grosse mani davanti al fuoco, e parve aspirarne il fumo. - Ecco qua - disse, - questo è il buco da conigli del vecchio Senzalegge; voglia il cielo che non ci vengano mai cani! Me ne sono andato rotolando di qua e di là, vicino e lontano, da quando ho avuto quattordici anni e per la prima volta sono scappato dalla mia abbazia portandomi dietro la catena d'oro del sacrestano e un libro da messa che vendetti per quattro marchi. Sono stato in Inghilterra, in Francia e in Borgogna, e anche in Spagna, in pellegrinaggio per la mia povera anima; e sul mare, che non è il paese di nessuno. Ma questa è la mia casa, "Master" Shelton. Questa è la mia patria, questo buco nella terra. Che vengano la pioggia e il vento, e che sia aprile e cantino gli uccelli e mi cadano i fiori intorno al letto, o che sia inverno e me ne sieda tutto solo con il mio buon compare fuoco e il pettirosso pigoli nel bosco... qui è la mia chiesa e il mio mercato, mia moglie e mio figlio. E' qui che torno sempre, ed è qui, se piace ai santi, che vorrei morire. - E' un cantuccio ben caldo davvero - replicò Dick, - e piacevole, e ben nascosto. - Bisognava che lo fosse - osservò Senzalegge; - perché se lo scoprono, "Master" Shelton, mi si spezzerebbe il cuore. Ma qui - soggiunse scavando con le dita robuste nel suolo sabbioso, - qui è la mia cantina, e ora gusterete una fiasca di vecchio vino eccellente. E infatti, dopo aver scavato ancora un poco, tirò fuori un otre di grosso cuoio da un gallone circa, quasi per tre quarti ripieno di un vino molto forte e dolce; e dopo aver bevuto da buoni camerati brindando a vicenda, e il fuoco riattizzato fiammeggiò di nuovo, i due si stesero lunghi per terra, sgelandosi in una nuvola di vapore, divinamente caldi. - "Master" Shelton - osservò il fuorilegge, - in questi ultimi tempi avete avuto due volte la fortuna avversa, e pare che dobbiate perdere la vostra ragazza, dico giusto? - Giusto - rispose Dick, chinando il capo. - Bene, allora - continuò Senzalegge, - ascoltate un vecchio pazzo che ne ha fatte e ne ha viste di tutte. Voi vi prestate troppo agli interessi altrui, "Master" Dick. Vi mettete al servizio di Ellis; ma lui desidera soprattutto la morte di Sir Daniel. Vi mettete al servizio di Lord Foxham; bene, che i santi lo preservino!, senza dubbio ha buone intenzioni. Ma pensate un po' al vostro interesse, buon Dick. Datevi da fare innanzi tutto per la vostra ragazza. Corteggiatela perché non vi dimentichi. Tenetevi pronto; e appena si presenta l'occasione, via con lei di galoppo! - Già, ma vedete, Senzalegge, non c'è da mettere in dubbio che ora si trovi proprio in casa di Sir Daniel - rispose Dick. - E allora là andremo - replicò il bandito. Dick lo guardò con gli occhi spalancati. - Ma sì, proprio così - annuì Senzalegge. - E se avete tanta poca fede e inciampate alla prima parola, ecco qua, guardate! E prendendo una chiave che portava al collo, aprì la cassa di quercia e affondando la mano e frugando fino in fondo al contenuto, ne tirò fuori per prima cosa una tunica da frate, e poi una cintura di corda; e poi ancora un enorme rosario di legno, abbastanza pesante da poter essere considerato un'arma. - Ecco - disse, - è per voi. Mettetevi tutto addosso! E quando Dick ebbe indossato quel travestimento ecclesiastico, Senzalegge tirò fuori anche colori e matita e si mise, con estrema abilità, a trasformargli il viso. Gli allungò e ispessì le sopracciglia; ai baffi, ancora appena visibili, rese lo stesso servigio; quindi, con poche linee intorno agli occhi, ne mutò l'espressione aumentando l'età apparente del giovane monaco. - Ora - concluse, - quando avrò fatto altrettanto, saremo il più bel paio di frati che occhio umano possa desiderare. Ce ne andremo baldanzosi in casa di Sir Daniel e vi saremo ospitalmente ricevuti per amore di nostra Madre Chiesa. - Ah, caro Senzalegge - esclamò il ragazzo, - come potrò mai ricompensarvi? - Là là, fratello - replicò il fuorilegge, - non faccio niente che non sia per il mio piacere. Non badate a me. Io sono uno, per la verità, che sa badare a sé. Se qualcosa mi manca, ho la lingua lunga e una voce come la campana di un monastero: io domando, figlio mio; e se la preghiera non ha successo, il più delle volte prendo. Il vecchio manigoldo fece una smorfia buffa; e per quanto a Dick dispiacesse di trovarsi così grandemente obbligato a un personaggio tanto equivoco, non poté trattenersi dal ridere. Allora Senzalegge tornò a frugare nella sua cassa e in pochi minuti fu travestito allo stesso modo; ma Dick lo vide con stupore nascondere sotto la veste un fascio di frecce nere. - Perché lo fate? - domandò. - Perché le frecce, se non prendete l'arco? - Perché - rispose Senzalegge con leggerezza, - è probabile che ci siano delle teste rotte, per non dire delle schiene, prima che voi e io usciamo sani e salvi da dove stiamo andando; e se qualcuno cade, vorrei che risultasse a credito della nostra compagnia. Una freccia nera, "Master" Dick, è il sigillo della nostra abbazia; è la dimostrazione di chi ha spedito il conto. - Se voi fate così attenti preparativi - disse Dick, - ho qui delle carte che, nel mio e nell'interesse di chi me l'ha affidate, sarebbe meglio lasciare al sicuro che portarmele indosso. Dove posso nasconderle, Will? - No - rispose Senzalegge, - io me ne vado nel bosco e fischietto tre versi di una canzone; intanto voi seppellitele dove vi pare e spianate bene la terra sopra. - Mai! - esclamò Richard. - Ho fede in voi, amico. Sarebbe davvero abietto se non mi fidassi di voi. - Fratello, voi non siete che un bambino - ribatté il vecchio pirata, fermandosi e voltandosi a guardare Dick dalla soglia del suo covo. - Io sono un buon vecchio cristiano, e non un traditore della vita altrui, e non risparmio la mia quando un amico è in pericolo. Ma, pazzo ragazzino, sono un ladro per mestiere e per nascita e per abitudine. Se la mia bottiglia fosse vuota e la mia bocca arida, vi deruberei, bambino caro, com'è vero che amo, onoro e ammiro il vostro modo di agire e la vostra persona! Potrei parlare più chiaro? No. E s'allontanò fra gli arbusti facendo schioccare le sue grosse dita. Dick, lasciato solo, dopo un momento di perplessa riflessione sulle incoerenze del carattere del suo compagno, estrasse in fretta, rilesse attento, e seppellì le sue carte. Una sola ne prese per portarla con sé, visto che non poteva in alcun modo compromettere i suoi amici e tuttavia poteva servirgli, in caso di disgrazia, contro Sir Daniel. Era la lettera personale del cavaliere a Lord Wensleydale, inviata a mezzo di Throgmorton il giorno dopo la sconfitta di Risingham, e ancora l'indomani trovata da Dick sul cadavere del messaggero. Quindi, calpestata la poca bragia che rimaneva del fuoco, Dick lasciò la tana e raggiunse il fuorilegge che lo stava aspettando sotto le querce brulle e cominciava già ad essere tutto incipriato dalla neve che cadeva sempre. Si fissarono a vicenda e risero, tanto perfetto e comico era il travestimento. - Eppure vorrei che fosse estate con un bel cielo sereno - brontolò il fuorilegge, - per potermi specchiare in uno stagno. Ci sono molti uomini di Sir Daniel che mi conoscono; e se c'incorre di essere riconosciuti, si potranno spendere due parole per voi, fratello mio, ma quanto a me, il tempo di dire un paternostro e tirerò calci all'aria appeso a una corda. Così s'avviarono insieme per la strada di Shoreby che lungo quel tratto seguiva il margine della foresta; di tanto in tanto sbucando nella campagna aperta, e passando accanto a case di povera gente e piccole fattorie. In breve, alla vista di una di queste, Senzalegge si fermò. - Fratello Martin - disse con una voce meravigliosamente trasformata e perfettamente appropriata alla veste monacale, - entriamo e chiediamo l'elemosina a questi poveri peccatori. "Pax vobiscum"! Ah! - soggiunse nella sua voce naturale, - è come temevo; ho un poco perduto il tono lamentoso che ci vuole; col vostro permesso, buon "Master" Shelton, fatemi fare un po' d'esercizio per queste campagne, prima di rischiare il mio grasso collo in casa di Sir Daniel. Ma vedete che magnifica cosa è aver fatto tutti i mestieri! Se non fossi stato marinaio, ve ne sareste infallibilmente andato a fondo con la «Buona Speranza»; e se non fossi stato ladro, non avrei saputo truccarvi la faccia! E se non fossi stato frate francescano e non avessi cantato nel coro non avrei saputo travestirci così senza che perfino i cani ci scoprissero e ci cacciassero, abbaiandoci dietro. Era arrivato intanto alla finestra della fattoria, e si alzò in punta di piedi a spiare dentro. - Ma guarda! - esclamò. - Di bene in meglio. Metteremo qui a una prova sicura le nostre false facce, e ci divertiremo alle spalle di fratello Capper, per giunta. E così dicendo aprì la porta ed entrò in casa, facendo strada. Tre della loro brigata sedevano a tavola, mangiando avidamente. Le daghe, conficcate sulla tavola a portata di mano, e lo sguardo cupo e minaccioso che continuavano a lanciare sui padroni di casa, dimostravano come quel festino fosse dovuto più alla forza che alla buona grazia. Ai due monaci, che ora con una sorta di umile dignità entravano nella cucina, sembrarono volgersi con particolare risentimento, e uno di loro, John Capper in persona, che si era evidentemente assunto la parte di capo, subito e con arroganza comandò loro di andarsene. - Non vogliamo mendicanti qui! - gridò. Ma un altro, malgrado fosse ben lungi dal riconoscere Dick e Senzalegge, si mostrò incline a più mite consiglio. - Non così - esclamò. - Noi siamo forti e prendiamo; questi sono deboli e implorano; ma alla fine questi saranno i primi e noi gli ultimi. Non badate a lui, padre; venite, bevete dalla mia coppa, e datemi la benedizione. - Voi siete uomini di mente frivola, carnali e maledetti - disse il monaco. - Che i santi ci guardino dal bere con dei compagni simili! Ma ecco, per la pietà che porto ai peccatori, ecco vi lascio una reliquia benedetta che, nell'interesse dell'anima vostra, v'invito a baciare e tener cara. Fin qui Senzalegge aveva tuonato su di loro come un frate predicatore; ma pronunciando le ultime parole, tirò fuori da sotto la tunica una freccia nera, la gettò sul tavolo davanti ai tre banditi stupefatti, si voltò in un attimo e, tirandosi dietro Dick, uscì dalla stanza e sparì fuori in mezzo al turbinio della neve, prima che quelli avessero il tempo di dire una parola o di muovere un dito. - Così - disse, - abbiamo messo alla prova le nostre facce false "Master" Shelton. Ora sono pronto ad arrischiare la mia povera carcassa dove vorrete. - Bene! - rispose Richard. - Non vedo l'ora di agire. In marcia per Shoreby! NELLA CASA DEL NEMICO. La residenza di Sir Daniel a Shoreby era una grande e comoda casa intonacata, costruita in quercia scolpita e coperta da un tetto basso di paglia. Nel retro spaziava un giardino pieno di alberi da frutto, di viali, di fitti pergolati, dominato in fondo dalla torre della chiesa dell'abbazia. La casa avrebbe potuto contenere, al bisogno, il seguito d'un personaggio più grande di Sir Daniel; ma anche ora era piena di frastuono. La corte risonava di armi e degli zoccoli ferrati dei cavalli; la cucina ronzava di cuochi come un alveare; dalla sala giungevano il canto dei menestrelli, la musica dei suonatori di strumenti e le grida dei giocolieri. Sir Daniel, per la prodigalità, la gaiezza e la galanteria della sua dimora, rivaleggiava con Lord Shoreby ed eclissava Lord Risingham. Tutti gli ospiti erano i benvenuti. Menestrelli, saltimbanchi, giocatori di scacchi, venditori di medicine, profumi e incantesimi, e allo stesso tempo preti, frati, pellegrini d'ogni genere erano bene accolti alla tavola inferiore e poi messi a dormire nei vasti fienili o sulle nude panche della lunga sala da pranzo. Nel pomeriggio che seguì al naufragio della «Buona Speranza», la dispensa, le cucine, le stalle, le rimesse coperte che correvano lungo due lati del cortile, erano tutte gremite di oziosi, un po' appartenenti al seguito di Sir Daniel e vestiti della sua livrea amaranto e azzurra, un po' forestieri indefinibili, attirati in città dalla cupidigia, e ricevuti dal cavaliere per buona politica e perché era quello il costume del tempo. La neve, che continuava a cadere senza interruzione, il gran gelo dell'aria e l'approssimarsi della notte contribuivano a farli rimanere al riparo. Vino, birra e denaro ce n'erano a profusione; molti se ne stavano sdraiati a giocare nella paglia del granaio, molti erano ancora ubriachi del pasto di mezzogiorno. Agli occhi dell'uomo odierno quello spettacolo avrebbe preso tutto l'aspetto del sacco d'una città; ma agli occhi di un contemporaneo non era che una qualsiasi casa nobile e ricca in tempo di festa. Due monaci, uno giovane e uno anziano, erano arrivati sul tardi e si stavano ora scaldando al fuoco in un angolo d'una rimessa. Li circondava una folla mista: giocolieri, saltimbanchi, soldati; e con loro il più vecchio dei due aveva subito intavolato una così brillante conversazione e scambiato tante grasse risate e lazzi villerecci, che il gruppo aumentava di numero ad ogni momento. Il compagno più giovane, nel quale il lettore ha già riconosciuto Dick Shelton, se ne stava seduto un po' in disparte, dopo essersi allontanato a poco a poco. A dire la verità, ascoltava attentamente, ma non apriva bocca; e a giudicare dall'espressione grave del volto, mostrava di tenere in poco conto le piacevolezze del compagno. Finalmente lo sguardo, che errava continuamente di qua e di là e teneva d'occhio tutti gli ingressi della casa, si fermò su una piccola processione che entrava dalla porta principale e traversava obliquamente il cortile. Due dame avvolte in ricche pellicce aprivano la marcia, seguite da un paio di cameriste e da quattro robusti armati. In un attimo erano sparite dentro la casa; e Dick, scivolando in mezzo alla calca degli scioperati nella rimessa, si era già messo ad inseguirle. - La più alta era Lady Brackley - pensava; - dove si trova Lady Brackley, Joanna non può essere lontana. Sulla porta che dava nell'interno della casa i quattro armigeri avevano smesso di scortarle, e le dame salivano ora la scala di quercia forbita senz'altro seguito che le due cameriste. Dick le seguì da presso. Era già il crepuscolo; e nella casa era già quasi penetrata l'oscurità della notte. Sui pianerottoli bruciavano le torce nei loro anelli di ferro; lungo i corridoi tappezzati una lampada ardeva accanto ad ogni porta. E dove le porte erano aperte, Dick scorgeva arazzi alle pareti e pavimenti coperti di stuoie, rosseggianti al fuoco dei ceppi nei camini. Erano già saliti al secondo piano e ad ogni pianerottolo la più giovane e più piccola delle due dame si era voltata a fissare curiosamente il monaco. Questi, tenendo gli occhi bassi e ostentando il comportamento umile che s'addiceva alla sua veste, non l'aveva guardata che una sola volta e non si era accorto di averne attirata l'attenzione. Ora al terzo piano, le due si separarono: la più giovane continuò a salire da sola, e l'altra, accompagnata dalle ancelle, svoltò per il corridoio a destra. Dick saliva con passo leggero, e fermandosi all'angolo alzò la testa e seguì le tre donne con lo sguardo. Senza volgere il capo o guardarsi dietro, continuavano a percorrere il corridoio. - Benissimo - pensò Dick. - Fatemi sapere qual è la camera di Lady Brackley, e sarà ben difficile che non trovi madama Hatch incaricata di qualche commissione. E proprio in quel momento si sentì mettere una mano sulla spalla; e con un balzo e un grido soffocato si volse ad afferrare l'assalitore. Rimase un poco confuso riconoscendo, nella persona che aveva così brutalmente afferrata, la piccola dama in pelliccia. La quale, da parte sua, era sbalordita e atterrita indescrivibilmente e gli tremava fra le braccia. - Signora - disse Dick lasciandola libera, - vi supplico mille volte di perdonarmi; ma non ho gli occhi dietro le spalle e non potevo immaginare che eravate una donna. La giovane dama continuava a fissarlo, ma ora al terrore faceva luogo la sorpresa, e alla sorpresa il sospetto. Dick, leggendole in volto questi mutamenti, cominciò a temere della propria salvezza in quella casa ostile. - Bella fanciulla - disse affettando disinvoltura, - permettete che vi baci la mano, in segno del vostro perdono per la mia brutalità, e me ne vado subito. - Siete uno strano monaco, giovane signore - gli rispose la damigella, guardandolo arditamente e maliziosamente in viso; - e ora che il mio stupore è passato, scopro il laico in ogni parola che pronunciate. Che fate qui? Perché questo sacrilego travestimento? Venite per la pace o per la guerra? E perché spiate Lady Brackley come un ladro? - Signora - disse Dick, - di una cosa vi prego di essere certa: non sono un ladro. E anche se qui venissi con intenzioni ostili, com'è vero in parte, non faccio guerra alle belle fanciulle, e perciò vi prego d'imitarmi in questo e di lasciarmi andare. Perché, in verità, bella signora, gridate, se così vi piace, mandate anche un solo grido e dite quello che avete visto, e il povero gentiluomo qui davanti a voi non sarà più che un uomo morto. Non posso pensare che siate così crudele - soggiunse Dick; e prendendo dolcemente fra le sue una mano della fanciulla, la baciò con rispettosa ammirazione. - Siete dunque una spia, uno Yorkista? - domandò lei. - Signora - rispose Dick, - sono proprio uno Yorkista, e in un certo senso una spia. Ma quello che mi porta qui in questa casa, quello che mi guadagnerà la pietà e l'interessamento del vostro cuore gentile, non è né York né Lancaster. Metto la mia vita a vostra discrezione. Sono un innamorato, e il mio nome... Ma a questo punto la giovane dama gli chiuse d'un tratto la bocca con una mano, guardò rapidamente in alto e in basso, a destra e a sinistra, e visto che non c'era nessuno, con gran decisione e veemenza si trascinò dietro il giovane su per le scale. - Zitto! - disse. - E venite. Parleremo dopo. Piuttosto sorpreso, Dick si fece tirare su per le scale, spingere lungo un corridoio e gettare bruscamente in una camera, illuminata, come tante delle altre, da un ceppo ardente nel camino. - Ora - disse la giovane donna, facendolo sedere di prepotenza su uno sgabello, - sedete qui e ascoltate il detto della mia volontà sovrana. Ho potere di vita e di morte su di voi e non mi farò scrupolo di abusarne. Guardate: mi avete crudelmente maltrattato il braccio. Lui non sapeva che ero una ragazza, dice lui! Se lo avesse saputo, avrebbe alzato la cinghia su di me, in fede mia! E con queste parole sgusciò fuori dalla stanza, lasciando Dick a bocca aperta per lo stupore, non bene sicuro se stesse sognando o fosse desto. - Alzato la cinghia su di lei! - ripeté. - Alzato la cinghia su di lei! - E il ricordo di quella sera nella foresta gli tornò in mente, e rivide il corpo tremante di Matcham e i suoi occhi supplichevoli. E allora fu richiamato ai pericoli presenti. Nella stanza accanto udì un rumore, come di persona che si muovesse; poi sentì un sospiro che suonò stranamente vicino; e poi ancora riprese il fruscio di gonne e il calpestio di piedi. Come s'era levato ad ascoltare, vide agitarsi un arazzo; ci fu il cigolio d'una porta che si apriva, le cortine si scostarono e, con una lampada in mano, Joanna Sedley entrò nella camera. Era abbigliata di ricche stoffe pesanti, di colori intensi e caldi, come s'addice all'inverno e alla neve. Sul capo i capelli erano raccolti a foggia di corona. E lei che era sembrata così piccola e goffa nelle vesti di Matcham, era slanciata ora come un giovane salice e scivolava sul pavimento come se sdegnasse la fatica di camminare. Senza un trasalimento, senza un tremito, sollevò la lampada e guardò il giovane monaco. - Che fate qui, buon fratello? - domandò. - Senza dubbio vi siete smarrito. Chi cercate? - E posò la lampada sulla mensola. - Joanna - disse Dick; e la voce gli mancò. - Joanna - riprese, - avevi detto d'amarmi; e sono stato pazzo, ma ti ho creduto! - Dick! - gridò lei. - Dick! E allora, con gran meraviglia del ragazzo, quella bella e alta giovinetta, d'un passo solo, gli gettò le braccia al collo e gli diede cento baci in uno. - Oh, che pazzo! - esclamò. - Oh, caro Dick! Oh, se tu ti potessi vedere! O mio Dio - soggiunse, interrompendosi, - ti ho guastato Dick! Ti ho portato via un po' di trucco. Ma a questo si può rimediare. Quello cui non si può porre rimedio, Dick... oh, ho proprio paura che non si possa!, è il mio matrimonio con Lord Shoreby. - E deciso, allora? - domandò il giovane. - Domani, prima di mezzogiorno, Dick, nella chiesa dell'abbazia - rispose Joanna. - John Matcham e Joanna Sedley faranno tutti e due una misera fine. Le lacrime non giovano, o altrimenti potrei piangere fino a perdere gli occhi. Non ho risparmiato le preghiere, ma pare che il cielo non ascolti le mie suppliche. E, caro Dick, buon Dick, se non mi porti via da questa casa prima di domani mattina, dobbiamo darci un bacio e dirci addio. - No - disse Dick, - non io; non pronuncerò mai questa parola. Significherebbe la disperazione; ma finché c'è vita, Joanna, c'è speranza. E voglio ancora sperare. Sì, e trionfare! Ascolta, dunque: quando non eri che un nome per me, non ti ho seguito, non ho sollevato della brava gente, non ho rischiato la vita nella lotta? E ora che ti ho conosciuta per quella che sei, la più bella e la più nobile fanciulla d'Inghilterra, credi che io voglia cambiare? Se mi trovassi davanti il mare profondo, lo traverserei senza esitare; se il cammino fosse pieno di leoni, li disperderei come topi. - Ah - fece lei seccamente, - fai tanto baccano per un po' di vestito azzurro-cielo! - No, Joanna - protestò Dick. - Non è soltanto il vestito. Ma cara, tu eri travestita. Anche io sono qui travestito; e non è vero che ci faccio una figura buffa? - Ah sì, Dick, questo è proprio vero! - rispose la giovinetta sorridendo. - Ebbene! - fece lui trionfante. - Così era di te, povero Matcham, nella foresta. In verità, eri una ragazza da far ridere. Ma ora! E così continuarono, tenendosi per mano, a scambiarsi sorrisi e sguardi innamorati, mentre i minuti fuggivano come se fossero secondi; e così avrebbero continuato tutta la notte. Ma poco dopo ci fu un rumore alle loro spalle; e videro apparire la piccola damigella, con un dito sulle labbra. - Santi! - esclamò. - Ma che chiasso fate! Non potete parlare a bassa voce? E ora, Joanna, mia bella fanciulla dei boschi, che cosa dai alla tua comare per averti portato qui l'innamorato? Joanna corse da lei e per tutta risposta l'abbracciò stretta e la baciò. - E voi, signore - soggiunse la giovinetta, - che mi date? - Signora - disse Dick, - vorrei pagarvi della stessa moneta. - Venite, allora - disse l'altra, - vi è permesso. Ma Dick, arrossendo come una peonia, le baciò soltanto la mano. - E il mio viso vi fa paura, bel signore? - chiese la piccola dama, con un grande inchino fino a terra; e poi, quando Dick si fu deciso ad abbracciarla molto tiepidamente, - Joanna - soggiunse, - il tuo innamorato è assai timido sotto i tuoi occhi; ma ti assicuro che quando ci siamo incontrati la prima volta era più ardito. Sono tutta un livido nero e blu, amica mia; e non mi credete più, se non sono tutta nera e blu! Ma ora - continuò, - vi siete detto tutto? Perché bisogna mandar via subito il paladino. Ma a queste parole tutti e due protestarono di non essersi ancora detto nulla, che la notte era ancora giovane, e che non volevano separarsi così presto. - E la cena? - obiettò la damigella. - Non dobbiamo scendere a cena? - Oh, ma certo! - esclamò Joanna. - L'avevo dimenticato. - Nascondimi, allora - disse Dick. - Mettimi dietro gli arazzi, chiudimi in una cassa, o dove vuoi, ma fa' in modo che io possa essere qui al tuo ritorno. Pensate, bella signora - soggiunse, - pensate che ci troviamo in una così penosa situazione, e che forse non potremo più guardarci in viso da questa notte fino al giorno della nostra morte. A sentir questo la piccola dama si commosse; e quando, poco dopo, la campana chiamò tutta la casa di Sir Daniel a tavola, Dick era piantato rigido contro il muro, in un punto dove una partizione della tappezzeria gli permetteva di respirare meglio, e anche di vedere nella stanza. Non era rimasto molto tempo in quella posizione, che si sentì stranamente turbato. Il silenzio di quell'ultimo piano era interrotto soltanto dal crepitare delle fiamme e dello scoppiettare del gran ceppo nel camino; ma ecco che l'orecchio attento di Dick colse il rumore di qualcuno che camminava con estrema cautela; e poi la porta si aprì e un brutto nano dalla faccia nera, vestito dei colori di Lord Shoreby, spinse dentro prima la testa e poi il corpo deforme. Teneva la bocca aperta, come per udire meglio; e gli occhi, luminosissimi, dardeggiavano di qua e di là vivaci e senza posa. Andò tutto in giro alla camera, battendo qua e là sugli arazzi; ma, per miracolo, Dick sfuggì alla sua ispezione. Poi guardò sotto i mobili, ed esaminò la lampada; e infine, con un'aria di forte disappunto, stava per andarsene silenziosamente com'era venuto, quando si gettò in ginocchio, raccolse qualcosa dalle stuoie sul pavimento, l'esaminò, e con tutti i segni d'una grande soddisfazione, la nascose nella tasca della cintura. Dick si sentì mancare il cuore, perché l'oggetto in questione era una nappina del suo cordone; e gli fu chiaro che quello gnomo spia, che prendeva tanta maligna gioia nel suo compito, non avrebbe perso tempo a portare la cosa trovata, al suo padrone, il barone. Era mezzo tentato di scostare l'arazzo, piombare sul furfante e a rischio della vita strappargli l'oggetto denunziatore. E mentre ancora esitava, si aggiunse una nuova causa d'inquietudine. Una voce, rauca e rotta dall'ubriachezza, cominciò a udirsi sulle scale; e subito dopo dei passi ineguali, incerti e pesanti risuonarono lungo il corridoio. - Che fate qui, allegri compagni, che fate qui fra i boschi? - cantava la voce. - Che fate qui? Ehi! babbei, che fate qui? - riprese dopo lo scoppio d'una risata brilla; e poi intonò una canzone: "Se bevete il vino chiaro, Frate John, amico mio, Se io mangio e voi bevete, Chi la messa canterà?" Ohimè, Senzalegge! Ubriaco fradicio, in giro per la casa a cercarsi un cantuccio dove smaltire l'effetto delle libagioni. Dick si sentì infuriare. La spia, dapprima atterrita, si era rassicurata accorgendosi che si trattava di un uomo in stato d'ubriachezza, ed ora, con un rapido moto felino, scivolò fuori dalla stanza e scomparve alla vista di Richard. Che fare? Se perdeva il contatto con Senzalegge durante la notte si sarebbe trovato nell'impotenza di escogitare un piano o di rapire Joanna. Se, d'altra parte, osava rivolgersi al fuorilegge in quello stato, la spia poteva ancora trovarsi nelle vicinanze e udirlo, con le più fatali conseguenze. Ma Dick si decise per quest'ultimo rischio. Strisciando fuori da dietro l'arazzo, si mise sulla soglia con una mano alzata in segno d'ammonimento. Senzalegge, cremisi in viso, con gli occhi iniettati di sangue, vacillando sui piedi, si avvicinava incerto. Infine riconobbe vagamente il suo capo, e malgrado i segni imperiosi di Dick lo salutò subito chiamandolo ad alta voce per nome. Dick gli fu addosso e lo scosse con furia. - Bestia! - sibilò, - Bestia, e non uomo! E' peggio che tradire essere così insensato. La tua imbecillità ci può perdere tutti e due. Ma Senzalegge non faceva che ridere e barcollare, tentando di battere una mano sulla spalla del giovane Shelton. E proprio in quel momento l'orecchio fine di Dick colse un rapido fruscio fra gli arazzi. Balzò verso quel rumore, e immediatamente, tirato giù con uno strappo un pezzo di tappezzeria, Dick e la spia vi si voltolavano dentro lottando. Rotolarono e rotolarono cercando di afferrarsi la gola a vicenda, sempre intralciati dall'arazzo e sempre muti nella loro furia mortale. Ma Dick era di gran lunga il più forte, e non ci volle molto perché la spia giacesse atterrata sotto il suo ginocchio e, per un colpo solo del lungo pugnale, cessasse di respirare. LA SPIA MORTA. Durante il breve e furioso combattimento, Senzalegge aveva assistito impotente, e anche quando tutto fu finito e Dick, già in piedi, era convulsamente attento ad ascoltare il frastuono lontano ai piani inferiori, il vecchio pirata ancora barcollava sulle gambe come un cespuglio squassato dal vento e ancora fissava istupidito il volto dell'uomo morto. - Sta bene - disse infine Dick; - non ci hanno sentito, sia lode ai santi! Ma che ne devo fare, ora, di questa povera spia? Mi riprenderò almeno la nappina dalla sua tasca. Così dicendo, Dick gli frugò nella cintura; vi trovò poche monete, la nappina, e una lettera indirizzata a Lord Wensleydale, suggellata con il sigillo di Lord Shoreby. Il nome svegliò in Dick un ricordo; e subito ruppe il sigillo e lesse il contenuto della lettera. Era breve, ma, con delizia di Dick, offriva la prova evidente che Lord Shoreby era in corrispondenza proditoria con la casa di York. Il giovane portava sempre con sé il corno dell'inchiostro e l'occorrente per scrivere; e ora, piegando un ginocchio accanto al cadavere della spia, poté scrivere queste parole nell'angolo di un foglio: «Lord Shoreby, voi che avete scritto la lettera, sapete perché il vostro uomo è morto! Ma siate avvisato, non vi sposate. John Aggiusta-tutto». Posò il foglio sul petto del morto; e allora Senzalegge, che aveva assistito a queste ultime manovre con qualche debole ritorno d'intelligenza, d'un tratto estrasse da sotto la tunica una freccia nera e vi appuntò il foglio. La vista di questa irriverenza o, come quasi sembrava, crudeltà verso il morto, strappò un grido d'orrore al giovane Shelton; ma il vecchio fuorilegge si fece una risata. - Ma certo, ne avrò tutto il credito per il mio ordine - disse con un singhiozzo. - I miei allegri ragazzi devono averne il credito... il credito. fratello; - e quindi, chiudendo gli occhi e spalancando la bocca come il primo cantore di un coro, prese a tuonare, con una voce formidabile: "Se bevete il vino chiaro..." - Zitto, idiota! - gridò Dick spingendolo con violenza contro il muro. - In due parole, seppure è possibile farsi intendere da un uomo pieno più di vino che di cervello, in due parole e nel nome di Maria uscite da questa casa, dove, se continuate a rimanerci, vi farete impiccare, e non solo voi ma anche me! Via, in piedi! E attento ché posso dimenticare d'essere in un certo senso il vostro capo e anche in un certo senso vostro debitore! Andate! Il falso monaco stava ora ricuperando, almeno in qualche misura, l'uso dell'intelletto; e il tono della voce e il lampo dello sguardo di Dick gli ficcarono bene in mente il senso delle parole. - Per la messa! - gridò. - Se non c'è bisogno di me, posso andarmene; - e sempre barcollando svoltò nel corridoio e prese a scendere le scale, appoggiandosi alla parete. Non appena fu scomparso, Dick tornò al suo nascondiglio, risoluto a vedere come sarebbe andata a finire. La prudenza, invero, l'induceva ad andarsene; ma l'amore e la curiosità erano più forti. Il tempo passava lento per il giovane, nascosto lungo la parete dietro gli arazzi. Il fuoco nel camino cominciò a spegnersi e la lampada ad abbassarsi e a fumare. E ancora nessun indizio del ritorno di qualcuno ai piani superiori della casa; ancora giungeva dal basso il fioco ronzio e il tintinnio delle stoviglie della cena; e ancora, sotto la neve che scendeva fitta, la città di Shoreby giaceva silenziosa da un capo all'altro. Alfine, però, passi e voci cominciarono ad avvicinarsi su per le scale; e poco dopo un gruppo degli ospiti di Sir Daniel arrivò sul pianerottolo e, svoltando per il corridoio, scorsero l'arazzo lacerato e il cadavere della spia. Alcuni accorsero e altri scapparono via, e tutti insieme si misero a urlare. Al suono di quelle grida, ospiti, soldati, dame, servi e insomma tutti gli abitanti della grande dimora vennero di corsa da tutte le parti e unirono le loro voci al tumulto. Ben presto fu fatto largo e comparve Sir Daniel in persona, seguito dallo sposo del giorno dopo, Lord Shoreby. - Signore - disse Sir Daniel, - non vi avevo parlato di quel ribaldo della Freccia Nera? Eccone qui la prova, guardate! Confitta, per la croce, compare, proprio in uno dei vostri uomini, o qualcuno che ha rubato i vostri colori? - In fede mia, è proprio uno dei miei uomini - confermò Lord Shoreby, senza avvicinarsi. - Ne vorrei avere di altri come lui! Era curioso come un segugio e segreto come una talpa. - Davvero, compare? - fece Sir Daniel, insinuante. - E che veniva ad annusare su per tante scale nella mia povera casa? Ma ha finito di annusare. - Se vi piace, Sir Daniel - intervenne qualcuno, - qui c'è una carta con su scritto qualcosa, appuntata sul suo petto. - Datemela, con tutta la freccia - disse il cavaliere. E quando l'ebbe presa in mano, continuò per qualche tempo a fissarla in cupa meditazione. - Ah! - disse, rivolgendosi a Lord Shoreby, - ecco un odio che non mi dà tregua e mi segue alle calcagna. Questo bastoncello nero, o uno molto simile, finirà per abbattere anche me. E, compare, lasciate che un semplice cavaliere vi dia un consiglio: se questi cani cominciano a fiutare voi, prendete il volo! E' come una malattia... vi rimane attaccata e attaccata addosso. Ma vediamo che cosa hanno scritto. E' come avevo pensato, signore; anche voi siete segnato, come una vecchia quercia dal boscaiolo; domani o dopodomani a piacer suo cadrà l'accetta. Ma che avevate scritto in una certa lettera? Lord Shoreby strappò il foglio dalla freccia, lo lesse, lo spiegazzò fra le mani e, vincendo la riluttanza che finora lo aveva trattenuto dall'avvicinarsi, si piegò in ginocchio accanto al cadavere e gli frugò ansiosamente nella tasca. Si rialzò con un'espressione alquanto sconcertata. - Compare - disse, - ho veramente qui perduto una lettera di grande importanza; e se potessi mettere le mani sulla canaglia che l'ha presa, lo manderei dritto a onorare un capestro. Ma innanzi tutto assicuriamo le uscite della casa. E' già stato fatto abbastanza danno, per San Giorgio! Furono appostate sentinelle tutto intorno alla casa e al giardino; una sentinella ad ogni pianerottolo delle scale, un intero drappello nel gran salone d'ingresso, e un altro ancora intorno al falò nella rimessa. Gli armigeri di Sir Daniel furono ingrossati da quelli di Lord Shoreby; non mancarono così uomini o armi per difendere la casa o per intrappolare un nemico nascosto, se ci fosse. Frattanto il cadavere della spia fu trasportato sotto la neve, che cadeva sempre, e depositato nella chiesa dell'abbazia. Fu soltanto quando queste disposizioni furono state prese e tutto fu tornato in decoroso silenzio, che le due ragazze fecero uscire Richard Shelton dal suo nascondiglio e gli fecero un resoconto completo di quanto era successo. Dick, da parte sua, raccontò la visita della spia, la pericolosa scoperta e la sua rapida fine. Joanna si appoggiò come esausta agli arazzi della parete. - Servirà a ben poco! - sospirò. - Domattina sarò ugualmente già sposata. - Che? - esclamò la sua amica. - E il nostro paladino, qui, che disperde i leoni come topolini! Tu sei davvero una donna di poca fede. Ma coraggio, amico cacciatore di leoni, dateci un po' di conforto; parlate e offriteci i vostri baldanzosi consigli. Dick era confuso a sentirsi così rinfacciare le sue espressioni esagerate; ma pur arrossendo parlò con fermezza. - In verità - disse, - siamo nelle difficoltà. Ma se soltanto potessi uscire da questa casa per una mezz'ora, sarei onestamente in grado di assicurare che tutto potrebbe ancora andar bene; e quanto al matrimonio, sarebbe impedito. - E quanto ai leoni - gli fece il verso la ragazza, - saranno dispersi. - Vi chiedo scusa - disse Dick. - Non ho nessuna voglia di vanterie; se parlo, è per domandare aiuto o consiglio; perché se non riesco a uscire da questa casa malgrado le sentinelle, posso far meno di niente. Comprendetemi nel giusto senso, vi prego. - Perché dicevi che era rustico, Joanna? - chiese l'amica. - Ti assicuro che sa parlare; sa trovare a piacer suo la parola pronta, e dolce, e ardita. Che vuoi di più? - Ma sì! - sospirò Joanna, con un sorriso. - Me l'hanno cambiato, il mio amico Dick, questo è certo. Quando l'ho conosciuto, era davvero rude. Ma poco importa; non c'è rimedio al mio caso terribile, e dovrò proprio diventare Lady Shoreby! - Ma no - disse Dick, - io posso sempre tentare la sorte. A un frate non si fa troppo caso; e se una buona fata ha guidato i miei passi fino quassù, ne troverò un'altra simile che mi aiuterà a scendere e a uscire. Come si chiamava questa spia? - Rutter - rispose la piccola dama; - un nome che gli si addiceva perfettamente (1). Ma che intenzioni avete, cacciatore di leoni? Che avete in mente di fare? - Di uscire tranquillamente - rispose Dick; - e se mi fermano, mantenere un'aria impassibile e dire che vado a pregare per Rutter. Devono già aver cominciato a pregare su quei poveri resti. - Un espediente un po' ingenuo - obiettò la ragazza, - ma che può farcela. - No - disse il giovane Shelton, - non si tratta di espediente, ma di temerarietà pura e semplice, che spesso vale di più, nei casi disperati. - E' vero - concesse l'altra. - Ebbene, andate, nel nome di Maria. E che il cielo vi protegga! Voi lasciate qui una povera ragazza che vi ama perdutamente, e un'altra che vi è cordialissimamente amica. Siate prudente per amor loro, e non fate naufragio della vostra salvezza. - Sì - aggiunse Joanna, - va', Dick. Non corri maggior pericolo ad andare che a restare. Va'; ti porti con te il mio cuore; che i santi ti difendano! Dick passò davanti alla prima sentinella con un'aria così sicura che quella fece appena un moto e si limitò a guardarlo; ma al secondo pianerottolo l'uomo gli sbarrò il passo con la lancia e gl'intimò di dirgli dove andava e perché. - "Pax vobiscum" - rispose Dick. - Vado a pregare sul cadavere del povero Rutter. - Possibile - ammise la sentinella; - ma di andare solo non vi è permesso. - Si sporse dalla balaustra di quercia e mandò un fischio acuto. - Viene uno - gridò; e quindi fece segno a Dick di passare. Ai piedi della scala trovò la guardia sull'attenti in attesa del suo arrivo; e quando lui ebbe ripetuto la sua storiella, il comandante del posto ordinò a quattro uomini di accompagnarlo in chiesa. - Non ve lo fate sfuggire, ragazzi - disse. - Portatelo da Sir Oliver, pena la vita! La porta fu aperta; due uomini si misero ai lati di Dick prendendolo per il braccio, un altro fece strada con una torcia e il quarto, con l'arco teso e la freccia incoccata, chiuse la marcia. In quest'ordine attraversarono il giardino, nella tenebra fitta della notte e sotto la neve, avvicinandosi alle finestre debolmente illuminate della chiesa dell'abbazia. Sul portale di ponente era allineato un picchetto di arcieri, cercando di ripararsi alla meglio sotto l'arcata, tutti incipriati di neve com'erano; e fu soltanto dopo aver scambiato qualche parola con la scorta di Dick, che li lasciarono passare ed entrare nella navata del sacro edificio. La chiesa era malamente rischiarata dai ceri sull'altare maggiore, e da una lampada o due che pendevano dalla volta davanti alle cappelle private di famiglie illustri. In mezzo al coro giaceva la spia morta, con le membra pietosamente composte, sulla bara. Un affrettato mormorio di preghiere risonava lungo gli archi; figure incappucciate erano in ginocchio negli stalli del coro, e presso l'altare maggiore un prete in veste pontificale celebrava la messa. All'entrare della nuova comitiva, una delle figure incappucciate si alzò e, scendendo dai gradini che elevavano il coro al di sopra della navata, domandò alla guardia che precedeva i quattro uomini che cosa venissero a fare in chiesa. Per rispetto all'officio e al morto parlavano in tono sommesso; ma gli echi del grande edificio, così vuoto, afferravano le parole e le ripetevano e ripetevano lungo le navate. - Un monaco! - si sorprese Sir Oliver (perché era lui) quando ebbe udito il rapporto dell'arciere. - Fratello, non mi aspettavo il vostro arrivo - soggiunse volgendosi al giovane Shelton. - Con tutta cortesia, chi siete? E per quale motivo venite ad aggiungere le vostre alle nostre preghiere? Dick, tenendosi il cappuccio calato sul viso, fece segno a Sir Oliver di scostarsi di qualche passo dagli arcieri; e non appena si furono allontanati: - Non posso sperare d'ingannare voi, signore - disse. - La mia vita è nelle vostre mani. Sir Oliver sussultò violentemente; le guance paffute impallidirono, e per qualche minuto rimase in silenzio. - Richard - disse, - che cosa ti porti qui non lo so; ma dubito assai che non sia qualcosa di male. Tuttavia, per la cordialità che ci univa in passato, non mi sento di farti incorrere in grossi guai. Te ne starai seduto accanto a me tutta la notte nel coro; e vi rimarrai fino a che Lord Shoreby non sia sposato e tutti se ne saranno andati tranquillamente a casa loro; e se tutto andrà bene e tu non hai in mente niente di male, poi te ne andrai dove ti pare. Ma se hai qualche proposito cruento, ricadrà sul tuo capo. Amen! E il prete si segnò devotamente e voltandosi verso l'altare fece una genuflessione. Dopo di che disse ancora qualche parola ai soldati e prendendo Dick per mano lo fece salire sul coro e lo sistemò nello stallo accanto al suo, dove il ragazzo dovette subito inginocchiarsi e far mostra d'essere tutto preso dalle sue orazioni. La mente e gli occhi, però, erravano continuamente. Osservò che tre dei soldati, invece di tornare alla casa, si erano appostati in silenzio in un punto favorevole della navata; e non dubitò che lo facessero per ordine di Sir Oliver. Qui, dunque, era in trappola. Qui doveva passare la notte nel barlume spettrale e nell'ombra della chiesa, con il pallido viso di chi egli stesso aveva assassinato davanti agli occhi; e qui, al mattino, doveva assistere di persona al matrimonio della sua amata con un altro uomo. Ma, nonostante tutto, riuscì a dominare l'animo suo e si costrinse ad attendere pazientemente l'esito degli avvenimenti. NOTE. NOTA 1: «Rutter» potrebbe dirsi in inglese di un uomo bestialmente licenzioso (Nota del traduttore). NELLA CHIESA DELL'ABBAZIA. Nella chiesa dell'abbazia di Shoreby si continuò a pregare tutta la notte, ora col canto dei salmi, ora con qualche rintocco di campana. Rutter, la spia, fu vegliato con magnificenza. Se ne stava là, intanto, così come l'avevano accomodato, con le mani incrociate sul petto, gli occhi spenti fissi al soffitto; e a pochi passi da lui, nello stallo, il giovane che l'aveva ucciso aspettava, con penosa inquietudine, il sorgere del mattino. Una volta sola, nello scorrere di quelle ore, Sir Oliver si chinò verso il suo prigioniero. - Richard - sussurrò, - figlio mio, se hai in mente qualche malo proposito contro di me, ti assicuro che vai contro un innocente. Colpevole agli occhi del cielo mi dichiaro da me stesso; ma colpevole contro di te non lo sono, né lo sono mai stato. - Padre mio - rispose Dick nel medesimo tono sommesso, - state tranquillo, non ho nessun disegno in mente; ma quanto alla vostra innocenza, non posso dimenticare che vi siete scolpato male assai. - Si può essere innocentemente colpevoli - tentò di spiegare il prete. - Si può essere inviati ciecamente a compiere una missione, ignorandone il vero scopo. Così è stato di me. Ho adescato tuo padre verso la morte; ma com'è vero che il cielo ci guarda in questo luogo sacro, non sapevo quello che facevo. - Può essere - ribatté Dick, - ma vedete che strana rete avete tessuto, sì che io debba essere, in questo momento, vostro prigioniero e vostro giudice; che voi dobbiate minacciare i miei giorni e placare la mia collera. Penso che se voi foste stato tutta la vita un uomo leale e un buon prete, non dovreste adesso temermi tanto, né tanto detestarmi. Ma ora preghiamo. Vi obbedisco, perché vi sono costretto; ma non voglio il peso della vostra compagnia. Il prete si lasciò sfuggire un così profondo sospiro che quasi mosse il cuore del ragazzo a compassione; poi chinò il capo fra le mani come gravato da un immenso affanno. Non si unì al salmeggiare; ma Dick udì lo scorrergli dei grani del rosario fra le dita e il borbottio delle preghiere fra i denti. Ancora un poco, e il primo grigiore del mattino cominciò a insinuarsi attraverso le vetrate dipinte della chiesa, e a far impallidire il chiarore dei ceri. La luce si diffuse e si fece lentamente più intensa, e poco dopo dalle lunette a sud-est un'onda vermiglia di sole scintillò sui muri. La tempesta era cessata, le grosse nubi avevano scaricato la loro neve e s'erano dileguate lontano, e il giorno nuovo si levava su un giocondo paesaggio invernale ammantato di bianco. Seguì un darsi da fare degli addetti alla chiesa; la bara fu portata nella cella mortuaria, e dal pavimento furono lavate le macchie di sangue, perché una vista così malaugurante non funestasse il matrimonio di Lord Shoreby. Ad annunciare ancora meglio il sorgere del giorno, i devoti della città cominciarono ad adunarsi in chiesa e a raccogliersi in preghiera davanti all'altare. Col favore di questo movimento fu naturalmente possibile e facile a chiunque eludere la vigilanza delle sentinelle di Sir Daniel alla porta; e ben presto, guardandosi intorno di soppiatto, Dick incontrò lo sguardo di Will Senzalegge in persona, sempre vestito da frate. Il fuorilegge riconobbe nel medesimo istante il suo capo, e gli fece un segno d'intesa con l'occhio e la mano. Dick era ben lungi dall'aver perdonato al vecchio malandrino la sua intempestiva ubriachezza, ma non aveva alcun desiderio di coinvolgerlo nella propria situazione precaria; e gli rispose facendogli segno a sua volta, il più chiaramente possibile, di sparire. Senzalegge, come se avesse inteso, scomparve subito dietro un pilastro, e Dick respirò di nuovo. Ma quale non fu la sua meraviglia a sentirsi tirare per la manica e a vedersi installato vicino un vecchio pirata, proprio nel sedile accanto al suo, e tutto immerso in orazione! Immediatamente Sir Oliver si alzò e scivolando dietro gli stalli si diresse verso i soldati appostati nella navata. Se i sospetti del prete si erano destati così facilmente, ormai il danno era fatto e Senzalegge era prigioniero nella chiesa. - Non vi muovete - mormorò Dick. - Ci troviamo nelle condizioni più disgraziate, grazie, innanzi tutto, al vostro maialesco comportamento di ieri sera. Quando mi avete visto qui, incredibilmente seduto in questo stallo, dove non ho né diritto né interesse di stare, che diamine! non potevate fiutare il pericolo e mettervi fuori dei guai? - No - rispose Senzalegge, - credevo che aveste sentito di Ellis e che foste qui per obbedirgli. - Ellis - fece eco Dick. - E' tornato dunque? - Certo - rispose il fuorilegge. - E' tornato stanotte, e mi ha strigliato a dovere per il vino ingurgitato: così siete vendicato, padrone mio. E' un uomo furioso, Ellis Duckworth! E' arrivato di galoppo da Craven per impedire questo matrimonio; e, "Master" Dick, voi lo conoscete... lo impedirà! - E allora - replicò Dick tranquillamente, - voi ed io, povero fratello mio, siamo uomini morti; perché io sono qui prigioniero sotto sospetto, e rispondo con la testa proprio di questo matrimonio che lui si propone di mandare a monte. Mi trovo davanti a una bella alternativa per la croce! O perdere la mia fidanzata o perdere la vita! Ebbene, il dado è tratto: vada per la vita! - Me ne vado - fece Senzalegge, alzandosi a metà. Ma Dick gli mise subito una mano sulla spalla. - Amico Senzalegge, statevene quieto a sedere - disse. - Se avete occhi, guardate laggiù nell'angolo vicino all'arco dell'abside; non vedete che, soltanto al vostro cenno di alzarvi, quegli uomini armati sono già sull'attenti e pronti ad arrestarvi? Datevi pace, amico. Eravate coraggioso a bordo del battello, quando pensavate di dover morire in mare; siatelo anche ora, che si prospetta la morte sulla forca. - "Master" Dick - ansimò Senzalegge, - la cosa mi è piombata addosso un po' troppo all'improvviso. Ma datemi un minuto per riprendere fiato; e, per la messa, sarò animoso quanto voi. - Ecco che ritrovo il mio baldanzoso camerata! - gli replicò Dick. - Eppure, Senzalegge, non va a genio neanche a me dover morire; ma quando lamentarsi non rimedia a niente, perché lamentarsi? - Verissimo! - fece eco Senzalegge. - E chi se n'infischia della morte? Alla peggio che vada, tanto bisogna morire, padrone mio, prima o poi. Ed essere impiccati per una giusta causa è una morte facile, dicono, per quanto non abbia ancora sentito di nessuno che sia tornato indietro a dirlo. E con queste parole il vecchio grosso furfante si adagiò nello stallo, incrociò le braccia, e si mise a guardarsi intorno con una perfetta aria di insolenza e d'indifferenza. - E quanto a questo - aggiunse Dick, - è ancora il meglio che ci rimanga da fare, starcene tranquilli. Non sappiamo ancora come procederà Duckworth; e dopo tutto, quando anche accada il peggio, potremmo ancora svignarcela. Ora che avevano smesso di parlare, si accorsero di una lontana e appena percettibile eco di musica allegra che si faceva a poco a poco sempre più vicina, più forte e più gaia. Le campane della torre ruppero in doppi rintocchi e un concorso sempre più grande di gente cominciò ad affollare la chiesa, scrollandosi la neve dai piedi e battendo le mani e soffiandoci sopra. Fu spalancata la porta occidentale, offrendo alla vista la strada nevosa e scintillante di sole, e dando il passo a un gran soffio d'aria mattutina; e in breve fu palese, da ogni segno, che Lord Shoreby desiderava sposarsi di buon'ora, e che il corteo nuziale si stava avvicinando. Alcuni degli uomini di Lord Shoreby ora aprivano un passaggio lungo la navata centrale, spingendo indietro la gente con le punte delle lance; e proprio in quel momento, fuori del portale, si scorsero i musici laici farsi avanti sulla neve ghiacciata, i pifferai e i trombettieri scarlatti in viso a forza di soffiare, i tamburi e i cimbali che pareva picchiassero a gara. Quando furono giunti alla porta del sacro edificio, si allinearono d'ambo i lati, e battendo il tempo con la loro musica vigorosa, segnarono il passo sulla neve. Mentre quelli così aprivano le file, apparvero, dietro di loro e in mezzo a loro, i personaggi in testa al nobile corteo nuziale; e tale era la varietà e la gaiezza delle acconciature, lo sfoggio delle sete e dei velluti, delle pellicce e dei rasi, dei ricami e delle trine, che la processione sembrava sulla neve come un'aiuola fiorita in mezzo a un viale o una finestra istoriata in un muro. Davanti veniva la sposa, triste spettacolo, pallida come l'inverno, appesa al braccio di Sir Daniel e scortata, come damigella d'onore, dalla piccola dama che aveva favorito Dick la sera prima. Subito dietro, nel più radioso abbigliamento, seguiva lo sposo, zoppicando su un piede gottoso, e che, oltrepassando la soglia della chiesa, si tolse il copricapo, mostrando la testa calva tutta imporporata dall'emozione. E quello fu il momento di Ellis Duckworth. Dick, che sedeva stordito da contrarie emozioni, afferrandosi al banco, si accorse di un movimento tra la folla, di gente che si urtava indietreggiando, di occhi e braccia levati. Seguendo quegli sguardi, vide tre o quattro uomini che si sporgevano con l'arco teso dalla balaustra della cantoria. Nel medesimo istante lasciarono partire la scarica, e prima che il clamore e le grida della folla attonita avessero tempo di frastornare le orecchie, erano volati via come uccelli dal mazzuolo, e scomparsi. La navata era piena di teste ondeggianti e di strilli; gli ecclesiastici fuggirono tutti insieme dai loro posti, atterriti; la musica cessò e, sebbene le campane continuassero ancora per qualche secondo a rimbombare nell'aria, un certo vento del disastro dovette farsi strada fino alla cella dove i campanari saltavano aggrappati alle corde, e anch'essi abbandonarono la loro allegra fatica. Proprio nel mezzo della navata lo sposo giaceva lungo disteso, morto, trafitto da due frecce nere. La sposa era svenuta. Sir Daniel stava dritto torreggiante sulla folla nella sua sorpresa e nella sua collera, con una freccia lunga un metro che ancora gli oscillava sul braccio sinistro, e il viso grondante sangue per un'altra che gli aveva lacerata la fronte. Prima ancora che potesse iniziarsi qualsiasi ricerca, gli autori della tragica interruzione s'erano calati a volo giù per una scaletta a chiocciola e se l'erano svignata da una porticina del retro. Ma Dick e Senzalegge restavano ancora in pegno; è vero che si erano alzati al primo allarme e avevano cercato coraggiosamente di guadagnare l'uscita; ma sia per la ristrettezza degli stalli, sia per l'accalcarsi del clero e dei coristi terrorizzati, il tentativo era stato vano, e avevano stoicamente ripreso i loro posti. E ora, pallido d'orrore, Sir Oliver si levò in piedi e chiamò Sir Daniel, indicando Dick con la mano. - Ecco - gridò, - ecco Richard Shelton, maledetta sia quest'ora; ecco il colpevole d'assassinio. Prendetelo! Comandate che sia arrestato! In nome della vita di tutti noi, prendetelo e legatelo stretto! Ha giurato per la nostra rovina. Sir Daniel era accecato dalla furia... accecato dal sangue caldo che ancora gli scorreva sul viso. - Dov'è? - tuonò. - Trascinatelo fuori! Per la croce di Holywood, si dorrà di quest'ora! La folla indietreggiò, e un gruppo d'arcieri invase il coro, mise le mani villane addosso a Dick, lo tirò per la testa fuori dello stallo, e lo spinse per le spalle giù dai gradini. Senzalegge, da parte sua, se ne stava zitto e fermo come un topolino. Sir Daniel, asciugandosi il sangue dagli occhi, fissò il suo prigioniero sbattendo gli occhi. - Ah! - gridò, - traditore e insolente, ora ti tengo; e su tutti i giuramenti più solenni, per ogni goccia di sangue che ora mi cade sugli occhi, strapperò un gemito alla tua carcassa. Portatelo via! - aggiunse. - Non è questo il posto. Via a casa mia. Ti conterò ogni giuntura ad una ad una con una diversa tortura. Ma Dick, respingendo i suoi catturatori, levò alta la voce: - Santuario! - urlò. - Santuario! Qui, padri! Vogliono strapparmi dalla chiesa! - Dalla chiesa che hai lordato d'un delitto, ragazzo - intervenne a dire un uomo di statura imponente, magnificamente vestito. - Su quale prova? - gridò Dick. - Mi accusano di complicità, ma senza la minima prova. E' vero, che ero pretendente alla mano di questa damigella; e lei, ho l'ardire di affermarlo, accoglieva la mia corte con favore. Ma con ciò? Amare una fanciulla non è un crimine, penso; no, e nemmeno conquistarne l'amore. Per tutto il resto, sono esente da colpa. Ci fu un mormorio di assenso fra i presenti, tanto a fronte alta Dick aveva dichiarato la sua innocenza; ma allo stesso tempo tutta una folla d'accusatori si levò dal partito avverso, gridando come era stato trovato la notte scorsa in casa di Sir Daniel, come indossasse un travestimento sacrilego; e in mezzo a quella babele, Sir Oliver indicò Senzalegge, a gesti e a parole, come complice del fatto. A sua volta fu trascinato fuori dallo stallo e portato a fianco del suo capo. I sentimenti della folla s'eccitarono ancora più d'ambo le parti, e mentre alcuni tiravano di qua e di là i prigionieri per favorirne la fuga, altri li maledicevano e li colpivano con i pugni. Dick sentiva rintronarsi le orecchie e il cervello smarrirsi nella vertigine, come chi si trovi a lottare con i vortici di un fiume furioso. Ma l'uomo alto che aveva già risposto a Dick, con uno sforzo prodigioso della voce restaurò il silenzio e l'ordine fra la plebaglia. - Frugateli - ordinò, - e vedete se hanno armi. Possiamo così giudicare delle loro intenzioni. Su Dick non trovarono che il suo pugnale, e questo parlò in suo favore, finché uno non si credette in dovere di tirarlo fuori dal fodero e lo trovò ancora macchiato del sangue di Rutter. Al che fra quelli del seguito di Sir Daniel si levò un grande urlo, che l'uomo alto represse con un gesto e un'occhiata imperiosa. Ma quando fu il turno di Senzalegge, gli trovarono sotto la tunica un fascio di frecce identiche a quelle che erano state scagliate. - Che dite ora? - chiese l'uomo alto a Dick, con ciglio severo. - Signore - rispose Dick, - io sono qui in un santuario, non è vero? Ebbene, signore, vedo dal vostro portamento che siete un personaggio d'alto lignaggio, e vi leggo in volto i segni della pietà e della giustizia. A voi, dunque, mi consegno prigioniero, e lo faccio di buon grado, rinunziando al vantaggio che mi viene dal luogo consacrato. Ma piuttosto che essere consegnato alla discrezione di quell'uomo che io qui ad alta voce accuso come assassino del mio padre naturale e come fraudolento detentore delle mie terre e delle mie rendite... piuttosto di una cosa simile, vi supplico del favore di giustiziarmi voi stesso, qui sul posto, con le vostre nobili mani. Avete udito con le vostre orecchie come costui, prima ancora che io fossi trovato colpevole, mi abbia minacciato di tortura. Non si addice al vostro onore di consegnarmi al mio nemico giurato e al mio antico oppressore, ma di giudicarmi con giustizia secondo la legge e, se risulto colpevole, mettermi a morte con clemenza. - Signore - gridò Sir Daniel, - non darete ascolto a quel lupo! Il suo pugnale insanguinato gli trasuda in faccia la menzogna. - No, permettete, buon cavaliere - rispose l'imponente sconosciuto; - la vostra stessa veemenza parla alquanto contro di voi. E a questo punto la sposa, che da qualche minuto era tornata in sé e assisteva convulsa alla scena, si staccò da quelli che la sostenevano e cadde in ginocchio dinanzi a colui che aveva parlato per ultimo. - Lord Risingham - proruppe, - ascoltatemi, in nome della giustizia. Io sono qui sotto la tutela di quest'uomo per mera violenza strappata alla mia famiglia. Finora non ho trovato né pietà, né sostegno, né conforto da nessun altro se non da lui, Richard Shelton, che ora accusano e vogliono rovinare. Signore, se ieri sera si trovava nella casa di Sir Daniel sono stata io che ve l'ho portato; ci è venuto per mia preghiera, e non intendeva fare alcun male. Finché Sir Daniel gli fu buon signore, combatté lealmente contro quelli della Freccia Nera; ma quando l'infame tutore cercò di ucciderlo a tradimento, e lui fuggì di notte, per la salute dell'anima sua, da quella casa sanguinaria, dove doveva andare, lui, senza aiuto e senza denaro? E se è caduto in cattiva compagnia, chi deve biasimarsi, il ragazzo ingiustamente trattato, o il tutore che ha abusato della sua fiducia? E allora anche la piccola dama venne a mettersi in ginocchio a fianco di Joanna. - Ed io, mio buon signore e zio naturale - aggiunse, - io posso testimoniare, sulla mia coscienza e in faccia a tutti, che quanto dice questa ragazza è vero. Sono stata proprio io, indegna, a far entrare questo giovane. Il conte di Risingham aveva ascoltato in silenzio, e quando le voci tacquero, rimase ancora un poco senza parlare. Poi porse la mano a Joanna per rialzarla; ma fu notato che non usò la medesima cortesia nei riguardi di colei che si era dichiarata sua nipote. - Sir Daniel - disse, - questa è una faccenda davvero intricata, che, col vostro permesso, vedrò io di esaminare e di aggiustare. E state tranquillo; la cosa è in buone mani; vi sarà resa giustizia, e intanto andatevene subito a casa e fatevi curare le ferite. L'aria è rigida, e non vorrei che prendeste freddo su quei vostri graffi. Fece un segno con la mano che fu trasmesso lungo la navata da servi ossequiosi, attenti al suo minimo gesto. Immediatamente, fuori della chiesa squillò acuta una tromba e dal portale spalancato arcieri e armigeri, tutti con i colori e la coccarda di Lord Risingham, sfilarono in chiesa presero Dick e Senzalegge dalle mani di chi ancora li teneva fermi, e circondando i prigionieri marciarono di nuovo fuori e scomparvero. Al loro passaggio Joanna tese tutte e due le mani verso Dick e gli gridò addio; e la damigella d'onore, tutt'altro che mortificata dall'evidente freddezza dello zio, gli tirò un bacio con un: - Su con la vita, cacciatore di leoni! - che per la prima volta dopo tutto quel trambusto chiamò un sorriso sui volti della folla. IL CONTE RISINGHAM. Il conte Risingham, per quanto fosse allora il personaggio di gran lunga più importante a Shoreby, era modestamente alloggiato nella dimora di un semplice gentiluomo all'estrema periferia della città. Null'altro, all'infuori di uomini armati alla porta e messaggeri a cavallo che andavano e venivano di continuo, annunciava la temporanea residenza di un gran signore. Fu così che, per mancanza di spazio, Dick e Senzalegge furono chiusi nella stessa stanza. - Ben detto, "Master" Richard - disse il fuorilegge; - avete parlato magnificamente, e per parte mia vi ringrazio di tutto cuore. Qui siamo in buone mani; saremo giudicati con giustizia e prima o poi questa sera convenientemente impiccati al medesimo albero. - Proprio così, povero amico mio, lo credo anch'io - rispose Dick. - Eppure abbiamo ancora una corda al nostro arco - ribatté Senza legge. - Ellis Duckworth è un uomo fra diecimila; vi ha vicino al cuore, per amore di voi e per amore di vostro padre; e sapendovi innocente di quello che è accaduto, smuoverà terra e cielo per liberarvi. - Non è possibile - disse Dick. - Che può fare? Non ha che un pugno d'uomini. Ohimè, se fosse soltanto domani... se potessi presentarmi puntuale a un certo appuntamento un'ora prima di mezzogiorno domani... tutto sarebbe diverso, credo. Ma ora non c'è rimedio. - Ad ogni modo - concluse Senzalegge, - se voi sostenete la mia innocenza, io sosterrò la vostra, e con tutta fermezza. Non ci servirà a niente; ma se devo essere impiccato, non sarà per insufficienza di giuramenti. Quindi, mentre Dick si abbandonava alle sue riflessioni, il vecchio malandrino si accovacciò in un angolo, si tirò il cappuccio monacale sul viso e si preparò a dormire. Poco dopo già russava rumorosamente, tanto profondamente la sua lunga esistenza di stenti e di rischio gli aveva ottuso il senso dell'apprensione. Era passato da molto mezzogiorno e già il giorno cominciava a declinare, quando la porta si aprì e Dick fu condotto al piano superiore, dove, in un piccolo ambiente intimo e caldo, il conte Risingham sedeva pensoso accanto al fuoco. Quando il suo prigioniero entrò, alzò lo sguardo. - Signore - disse, - conoscevo vostro padre, che era un uomo d'onore, e questo m'inclina ad essere più indulgente; ma non posso nascondervi che gravi indizi pesano sulla vostra persona. Voi fate lega con assassini e predoni; ci sono prove lampanti che siete responsabile di ostilità contro la pace del re; siete sospettato di esservi impadronito piratescamente di una nave; vi hanno sorpreso rintanato sotto false spoglie nella casa del vostro nemico; un uomo è stato ucciso quella stessa sera... - Se non vi dispiace, signore, - interruppe Dick, - confesso subito la mia colpa, tal qual è. Sono stato io a uccidere quel Rutter; e come prova - soggiunse frugandosi in petto, - ecco una lettera che aveva in tasca. Lord Risingham prese la lettera, l'aprì e la lesse due volte. - Voi l'avete letta? - domandò. - L'ho letta - rispose Dick. - Siete per York o per Lancaster? - s'informò ancora il conte. - Signore, la stessa domanda mi è stata fatta poco tempo fa e non sapevo che rispondere - disse Dick; - ma, avendo risposto una volta, non muterò. Signore, sono per York. Il conte annuì, in segno di approvazione. - Onestamente risposto - disse. - Ma perché, allora, mi consegnate questa lettera? - Ma perché... contro i traditori, signore, non sono schierati tutti i partiti? - esplose Dick. - Vorrei che fosse così, mio giovane gentiluomo - ribatté il conte; - e posso tutt'al più approvare le vostre parole. C'è più giovinezza che colpa in voi, mi accorgo; e se Sir Daniel non fosse un uomo potente nel nostro partito, sarei tentato di sposare la vostra causa. Poiché ho fatto indagini, e pare che siate stato trattato con molta durezza, e avete molte scuse. Ma vedete, signore, io sono innanzi tutto un capo al servizio della regina; e sebbene io sia giusto per natura, come credo, e piuttosto incline a eccedere nell'indulgenza, tuttavia devo regolare le mie azioni secondo l'interesse del mio partito, e mi spingerei molto lontano pur di tenermi grato Sir Daniel. - Signore - replicò Dick, - voi mi giudicherete davvero temerario se oso consigliarvi; ma contate davvero sulla fede di Sir Daniel? Mi pare che abbia cambiato partito intollerabilmente spesso. - Già, così si fa in Inghilterra. Che altro vi aspettate? - commentò il conte. - Ma siete ingiusto nei riguardi del cavaliere di Tunstall; quanto a fede, in questa infedele generazione, almeno nei tempi recenti si è dimostrato onorevolmente leale verso noi di Lancaster. Anche nei nostri ultimi rovesci ha tenuto fermo. - E allora - disse Dick, - se vorrete compiacervi di dare un'occhiata a questa lettera, potreste forse cambiare la vostra opinione su di lui - e porse al conte la lettera scritta da Sir Daniel a Lord Wensleydale. L'effetto sul comportamento del conte fu istantaneo; ruggì come un leone inferocito, e la mano, in un moto subitaneo, afferrò la daga. - Avete letto anche questa lettera? - domandò. - Anche questa - rispose Dick. - E' la proprietà di vostra signoria che offre a Lord Wensleydale. - Tutta la mia proprietà, proprio come voi dite! - ripeté il conte. - Vi rimango assai obbligato, per questa lettera. Mi ha indicato il covo della volpe. Chiedetemi pure quello che volete, "Master" Shelton; non vi sarò avaro di gratitudine, e tanto per cominciare, York o Lancaster uomo dabbene o ladro, vi metto subito in libertà. Andate, nel nome di Maria! Ma giudicate giusto che io trattenga e impicchi il vostro camerata Senzalegge. Il delitto è stato pubblico, e si conviene che ne segua una pubblica punizione. - Signore, la prima preghiera che vi faccio è di risparmiare anche lui - implorò Dick. - Ma è un vecchio mariuolo già condannato, un ladro, un vagabondo, "Master" Shelton - disse il conte. - E' maturo per la forca già da vent'anni. E che sia per una cosa o per l'altra, domani, o doman l'altro, dov'è la differenza? - Tuttavia, signore, è stato per amor mio che è venuto qui - rispose Dick, - e sarei un villano e un ingrato se lo abbandonassi. - "Master" Shelton, siete importuno - ribatté il conte con severità. - E' un cattivo sistema se si vuole prosperare in questo mondo. Ma sia pure, e per liberarmi della vostra insistenza, voglio ancora compiacervi. Andatevene via insieme, dunque, ma siate prudenti e allontanatevi al più presto dalla città di Shoreby. Perché Sir Daniel (che i santi lo confondano!) ha una terribile sete del vostro sangue. - Signore, ora vi offro la mia riconoscenza a parole, confidando di potervela presto pagare in atto - rispose Dick, uscendo dalla stanza. ARBLASTER RITORNA. Quando a Dick e Senzalegge fu permesso di sgusciare via, per una porticina di servizio, dalla casa dove Lord Risingham teneva la sua guarnigione, era già sera. Sostarono al riparo del muro del giardino per consultarsi sul miglior corso da prendere. Il pericolo era estremo. Se uno degli uomini di Sir Daniel li avesse scorti e avesse dato l'allarme, sarebbero stati assaliti e massacrati all'istante. E non soltanto la città di Shoreby era tutta una rete di rischio per le loro vite, ma anche darsi all'aperta campagna significava incorrere nel pericolo delle pattuglie di ronda. Poco lontano, su terreno scoperto, videro levarsi un mulino; e accanto un vasto granaio, con le porte aperte. - Che ne direste di nasconderci là dentro, fino al cadere della notte? - propose Dick. E siccome Senzalegge non aveva miglior suggerimento da offrire, puntarono di corsa al granaio e si nascosero dietro la porta in mezzo alla paglia. Il crepuscolo declinò rapidamente; e poco dopo la luna inargentava la neve ghiacciata. Ora o mai più si presentava l'opportunità di raggiungere inosservati «La Capra e la Cornamusa» e cambiare le vesti denunziatrici. Ma era sempre consigliabile fare il giro della periferia e non correre il rischio della piazza del mercato, dove, fra la tanta gente, c'era il maggior pericolo di venire riconosciuti e ammazzati. Il giro era lungo. Li portò non lontano dalla casetta sulla spiaggia ora buia e silenziosa, e li spinse fino al margine del porto. Molte navi, come poterono vedere al chiarore lunare, avevano levato l'ancora, e profittando del cielo sereno si dirigevano verso luoghi lontani; di conseguenza, le rudimentali taverne lungo la spiaggia (che a dispetto del coprifuoco ancora si mostravano illuminate dal fuoco e dalle candele) non erano più affollate d'avventori e non risonavano più dei cori delle canzoni marinaresche. In fretta, quasi correndo, rialzandosi la tonaca fino al ginocchio, si immersero nella neve alta e attraversarono il labirinto dei rottami marini; ed erano già a metà strada del giro del porto quando, passando davanti a una bettola, la porta si aprì all'improvviso e gettò un fiotto di luce sulle loro figure in corsa. Si fermarono subito e fecero le viste d'essere immersi in una seria conversazione. Tre uomini, in fila l'uno dopo l'altro, uscirono dalla taverna e l'ultimo si chiuse dietro la porta. Tutti e tre non erano fermi sulle gambe, come se avessero passato la giornata in continua libagione, e ora restavano là vacillanti al lume della luna, come chi non sa che fare. Quello dei tre che era più imponente di statura parlava a voce alta e lamentosa. - Sette barili di un vino di Guascogna così buono come mai ne spillò garzone di bettola - andava dicendo; - la nave migliore del porto di Dartmouth, una Vergine Maria placcata d'oro, tredici libbre di buona moneta d'oro... - Ho avuto perdite anch'io - interruppe uno degli altri due. - Ho avuto le mie perdite, compare Arblaster. Alla festa di San Martino mi hanno derubato di cinque scellini e d'una borsa di cuoio che valeva ben nove "pence". Il cuore di Dick sobbalzò ascoltando. Fino a quel momento non aveva forse pensato due volte al povero capitano rovinato dalla perdita della «Buona Speranza»; tanto in quei tempi gli uomini d'arme erano noncuranti dei beni e degli interessi dei loro inferiori. Ma quell'incontro improvviso gli riportò con pena alla mente il mezzo sbrigativo e la brutta fine della sua impresa; e tanto lui che Senzalegge voltarono la testa dall'altra parte per evitare di essere riconosciuti. Il cane della nave, però, era sfuggito al naufragio e aveva ritrovato la via di Shoreby. Era adesso alle calcagna di Arblaster, e d'un tratto, annusando e drizzando le orecchie, balzò in avanti e si mise ad abbaiare furiosamente contro i due falsi frati. Il padrone lo seguì barcollando. - Ehi, amici! - gridò. - Avete un "penny" per un povero vecchio marinaio, completamente spogliato dai pirati? Sono un uomo che soltanto giovedì mattina avrebbe potuto pagarvi qualche cosa; e ora che è sabato sera, eccomi qui a elemosinare un po' di birra! Domandate al mio marinaio Tom, se non mi credete. Sette barili di buon vino di Guascogna, una nave che era tutta mia e che prima era stata di mio padre, una Vergine benedetta di legno dorato, e tredici libbre d'oro e d'argento. Ehi, che ne dite? Un uomo che ha combattuto i francesi, anche; perché ho proprio combattuto i francesi; ho tagliato più gole francesi io in alto mare di chiunque altro che sia salpato da Dartmouth. Via, un "penny" solo. Né Dick né Senzalegge osavano rispondere una parola per paura di farsi riconoscere dalla voce; e rimasero lì inerti come un battello a riva, senza sapere che fare e che sperare. - Siete muto, ragazzo? - chiese il capitano. - Compagni - soggiunse con un singhiozzo, - sono muti. Non mi piacciono questi modi scortesi; perché anche un muto, se è cortese, parla quando è interrogato, credo. Intanto Tom, che era uomo di grande forza fisica, sembrò aver concepito qualche sospetto su quelle due figure senza parola; ed essendo più sobrio del capitano, fece un improvviso passo avanti, afferrò bruscamente Senzalegge per la spalla, e gli domandò con una imprecazione che cosa diamine avesse che gli impediva la lingua. Allora il bandito, credendo tutto perduto, rispose con una finta di lottatore che buttò giù il marinaio sulla sabbia, e gridando a Dick di seguirlo, se la diede a gambe fra i rottami. Fu l'affare di un secondo. Prima che Dick potesse fare un moto, Arblaster l'aveva serrato fra le braccia; Tom, strisciando prono, gli aveva afferrato un piede, e il terzo della compagnia aveva sguainato un coltellaccio e glielo brandiva sul capo. Non fu tanto il pericolo, non fu tanto l'apprensione che abbatterono l'animo del giovane Shelton; fu la profonda umiliazione d'essere sfuggito a Sir Daniel, d'aver convinto Lord Risingham, e ora cadere impotente nelle mani di quel vecchio marinaio ubriaco; e non soltanto impotente, ma, come gli diceva a voce alta la coscienza quand'era troppo tardi, effettivamente colpevole... effettivamente il debitore fallito dell'uomo di cui aveva rubato e perduto una nave. - Portiamolo nella taverna, che lo veda in viso - disse Arblaster. - No, no - fece Tom; - prima vuotiamogli la tasca, altrimenti gli altri vorranno la loro parte. Ma per quanto lo frugassero da capo a piedi, non gli trovarono addosso neppure un "penny"; nient'altro che il sigillo di Lord Foxham, che gli strapparono selvaggiamente dal dito. - Voltalo verso la luna - disse il capitano; e prendendo Dick per il mento, gli spinse il capo in aria brutalmente. - Vergine benedetta! - gridò, - è il pirata. - Ehi! - fece eco Tom. - Per la Vergine di Bordeaux, è proprio lui! - ripeté Arblaster. -Ti tengo, dunque, eh, ladro di mare? - strillò. - Dov'è la mia nave? Dov'è il mio vino? Ehi! ti ho proprio in mano mia! Tom, dammi qui una corda; lo voglio legare, questo ladro di mare, mani e piedi insieme, come un tacchino da mettere allo spiedo, per il diavolo... lo voglio legare così... e poi dargliene tante, ma dargliene tante! E così fece, avvolgendo la corda intorno a Dick con la particolare destrezza del marinaio, assicurando ogni giro e ogni incrocio con un nodo, e stringendo ogni volta con una violenta tirata. Quando ebbe finito, il ragazzo era nelle sue mani come un pacco da spedire, impotente come se fosse morto. Il capitano lo tenne fermo a braccio disteso, e si fece una gran risata. Poi gli assestò un terribile pugno sull'orecchio; e quindi lo fece girare su se stesso, tirandogli un calcio, dopo l'altro, furiosamente. La collera gonfiò il petto a Dick come una tempesta; la collera lo soffocò, e credette di morire; ma quando il marinaio, stanco del gioco crudele, lo lasciò cadere disteso sulla sabbia e si volse a consultare i compagni, riprese subito il dominio di sé. Era un momento di respiro; prima che riprendessero a torturarlo, avrebbe potuto trovare un qualche sistema per uscire da quella degradante e fatale disavventura. In breve infatti, e mentre i suoi catturatori stavano ancora discutendo che cosa fare di lui, riprese coraggio e con voce abbastanza ferma parlò. - Padroni miei - cominciò a dire, - siete diventati proprio pazzi! Qui il cielo vi ha messo fra le mani una così bella occasione d'arricchirvi come non capitò mai a un marinaio, tale che in trenta viaggi di mare non ne ritrovereste una simile, e, per la messa! voi che fate? Mi battete? No così farebbe un bambino in collera. Ma per essere dei lupi di mare catramati con la testa sulle spalle, senza paura né d'acqua né di fuoco, con un amore dell'oro pari a quello del buon manzo, mi sembra proprio che non siate saggi. - Già - fece Tom, - ora che sei legato cerchi di gabbarci. - Gabbarvi! - ripeté Dick. - Certo, se foste degli sciocchi, sarebbe facile. Ma se siete furbi come credo, potete vedere benissimo quale sia il vostro interesse. Quando vi presi la nave eravamo in molti, bene equipaggiati e bene armati; ma ora, pensateci un po', chi aveva messo su quello spiegamento di forze? Senza dubbio uno che aveva fatto molto oro. E se quello, essendo già ricco, continua ad andare a caccia di altro oro anche in mezzo alle tempeste, pensateci dunque: non ci dovrà essere un tesoro nascosto da qualche parte? - Che intende costui? - domandò uno degli uomini. - Ma come, se avete perduto una vecchia barca e qualche boccale d'aceto - continuò Dick, - non ci pensate più, che era robaccia; preparatevi invece a un'avventura degna di chiamarsi tale, che in dodici ore farà la vostra fortuna per sempre o vi rovinerà. Ma toglietemi di qui e andiamo in qualche posto qua vicino a parlare davanti a un boccale, perché sono tutto malconcio e infreddolito, e ho la bocca mezzo piena di neve. - Cerca di gabbarci - insisté Tom in aria di disprezzo. - Gabbare! Gabbare! - gridò il terzo individuo. - Ho ancora da vedere l'uomo che sa gabbarmi! Sarebbe un imbroglione coi fiocchi! No, non sono nato ieri. So riconoscere una chiesa dal campanile; e per conto mio, compare Arblaster, credo che ci sia un certo senno in questo giovanotto. Vogliamo andare ad ascoltarlo, davvero? Dite, vogliamo andare ad ascoltarlo? - Non mi dispiacerebbe una bella tazza di birra forte, buon mastro Pirret - rispose Arblaster. - Che ne dici, Tom? Ma ho le tasche vuote. - Pago io - disse l'altro, - pago io. Vorrei proprio scandagliare la cosa; credo, in coscienza, che ci sia dell'oro da cavarne. - No, se ricominciate a bere, tutto è perduto! - gridò Tom. - Compare Arblaster, permettete troppa libertà al vostro uomo - obiettò mastro Pirret. - Volete farvi comandare da un vostro dipendente? Là, là! - Sta' zitto tu! - fece Arblaster volgendosi a Tom. - Dove vuoi infilare il remo? Sarebbe bella davvero che la ciurma correggesse il capitano! - E allora fate come vi pare - disse Tom; - io me ne lavo le mani. - Rimettetelo in piedi, dunque - disse mastro Pirret. - Conosco un posticino tranquillo dove potremo bere e discorrere. - Se devo camminare, amici miei, mi dovete slegare i piedi - disse Dick, quando l'ebbero rimesso in piedi, dritto come un palo. - Dice bene - rise Pirret. - In verità non potrebbe camminare conciato a quel modo. Tagliate: fuori il coltello e tagliate, compare. Lo stesso Arblaster esitò a questa proposta; ma siccome il compagno continuava a insistere e Dick ebbe il buon senso di ostentare l'espressione della più assoluta indifferenza alzando semplicemente le spalle a quella titubanza, il capitano infine si decise e tagliò le corde che stringevano i piedi e le gambe del suo prigioniero. Ciò non soltanto permise a Dick di camminare, ma tutto l'intreccio delle funi essendosi allentato, in proporzione, sentì che le braccia dietro il dorso cominciavano a muoversi più liberamente e poteva sperare, col tempo e un po' di sforzo, di sciogliersi completamente. Tanto doveva alla cieca stupidaggine e alla cupidigia di mastro Pirret. Quel degno personaggio ora si assunse il compito di guida e li condusse proprio in quella rozza taverna dove Senzalegge aveva portato Arblaster il giorno della tempesta. Ora era deserta; il fuoco si sprigionava da una pila di carboni ardenti che irradiavano un calore intenso; e quando ebbero scelto il loro posto e l'oste li ebbe serviti di birra calda e aromatica, Pirret e Arblaster stesero le gambe e misero i gomiti sul tavolo come chi si dispone a passare un'ora piacevole. Il tavolo al quale sedevano, come tutti gli altri nella bettola, consisteva di un'asse pesante e quadrata sistemata su un paio di barili; e ciascuno dei quattro compari così curiosamente assortiti sedeva a un lato del quadrato, Pirret di fronte ad Arblaster, e Dick di faccia al marinaio. - E ora, giovanotto - cominciò Pirret, - fuori la storia. Pare che abbiate davvero fatto qualche brutto scherzo qui al compare Arblaster ma che, per questo? Risarcitelo, mostrategli il modo di arricchire, e mi faccio garante per lui che vi perdonerà. Finora Dick aveva parlato molto a casaccio; ma ora si rendeva necessario, sotto lo sguardo acuto di quei sei occhi, inventare e raccontare una qualche storia meravigliosa e, se possibile, tornare in possesso dell'importantissimo sigillo. Guadagnar tempo era la prima necessità. Quanto più a lungo riusciva a trattenerli, tanto più i suoi carcerieri avrebbero bevuto, e tanto maggiore sicurezza avrebbe avuto un suo tentativo di fuga. Ebbene, Dick non aveva troppa immaginazione, e quella che raccontò somigliava assai alla storia di Alì Babà, con Shoreby e la foresta di Tunstall sostituite all'Oriente, e i tesori della caverna piuttosto esagerati che diminuiti. Come il lettore sa, è una storia bellissima, con un solo difetto: che non è vera; e così quei tre ingenui marinai, udendola per la prima volta, avevano gli occhi fuori dalla testa e le bocche erano spalancate come quelle del merluzzo sul banco del pescivendolo. Ben presto fu chiesta un'altra buona misura di birra aromatica; e mentre Dick si dilungava con arte sui vari incidenti del suo racconto, una terza razione seguì la seconda. Ed ecco la situazione verso la fine della narrazione: Arblaster, ubriaco per tre quarti e per un quarto addormentato, vacillava sfinito sul suo sgabello. Anche Tom si era straordinariamente appassionato al racconto, e la sua vigilanza era scemata in proporzione. Intanto Dick aveva a poco a poco liberato il braccio destro dalle corde e si teneva pronto a rischiare tutto. - E così - domandò Pirret, - voi siete uno di quelli? - Mi ci hanno fatto - rispose Dick, - contro la mia volontà, ma se soltanto potessi prendermi un paio di sacchi di monete d'oro nella spartizione, sarei davvero un imbecille a continuare a rimanere in quella sudicia caverna a subire minacce e percosse come un povero soldato qualunque. Qui siamo in quattro: bene! Andiamo dunque nella foresta domani prima che sorga il sole. Se potessimo procurarci onestamente un asino sarebbe meglio; ma se non lo possiamo, abbiamo le nostre quattro schiene forti e vi garantisco che torneremo a casa barcollanti sotto il peso. Pirret si leccò le labbra. - E questo incantesimo - disse, - questa parola magica che apre la caverna, qual è, amico? - No, nessuno la conosce all'infuori dei tre capi - rispose Dick; -ma la vostra grande fortuna è che proprio questa sera io portavo con me un talismano che può aprirla. E' un oggetto che non si fa uscire dalla tasca del capitano nemmeno due volte l'anno. - Un talismano! - borbottò Arblaster svegliandosi a metà e guardando Dick con un occhio solo. - Via! Fuori di qui! Non voglio talismani! Io sono un buon cristiano. Domandatelo al mio Tom. - Ma no, questa è magia bianca (1), compare - disse Dick. - Non ha niente a che vedere col diavolo; è solo il potere dei numeri, delle erbe e dei pianeti. - Ma sì, ma sì - disse Pirret; - non è che magia bianca, compare. Non si fa nessun peccato, ve l'assicuro. Continuate, giovanotto. Questo talismano... in che consiste? - Ve lo faccio vedere subito - rispose Dick. - Avete l'anello che mi avete tolto dal dito? Bene! Ora tenetelo davanti a voi con la punta delle dita, a braccio teso, e sopra il riflesso di questi carboni. Così, esattamente. Ecco, si compie l'incantesimo. Con uno sguardo selvaggio, Dick costatò che fra lui e la porta la via era libera. Mormorò dentro di sé una preghiera. Quindi, allungando il braccio, strappò di colpo l'anello e nel medesimo istante, sollevando il tavolo, lo rovesciò addosso a Tom. Il poveretto cadde urlando sotto le rovine; e prima che Arblaster si rendesse conto di qualcosa che non andava per il verso giusto, o che Pirret potesse riaversi dallo sbalordimento, Dick aveva infilato la porta e fuggiva nella notte illuminata dalla luna. La luna, ora alta nel cielo, e l'estremo candore della neve rendevano il terreno scoperto, intorno al porto, chiaro come di giorno; e il giovane Shelton, saltando con la tonaca rialzata in mezzo ai rottami, era una figura ben cospicua anche a distanza. Tom e Pirret lo inseguirono strillando; da tutte le taverne altri vennero a unirsi a loro, richiamati dagli urli; e in breve tutta la frotta di marinai era all'inseguimento. Ma il marinaio a terra era un cattivo corridore, anche nel secolo decimoquinto, e inoltre Dick aveva un vantaggio che aumentò rapidamente, finché, giunto all'imboccatura di un vicolo, poté addirittura fermarsi e guardarsi dietro ridendo. Sul bianco tappeto della neve, tutti i marinai di Shoreby avanzavano come una massa nera, tirandosi dietro gruppetti isolati. Tutti urlavano o strillavano; tutti gesticolavano con tutte e due le braccia in aria; continuamente qualcuno ne cadeva; e a completare il quadro, quando uno cadeva, gliene cadeva sopra un'altra dozzina. Quell'immane clamore confuso che levavano fino alla luna era in parte comico e in parte pauroso per il fuggitivo cui davano la caccia. Di per se stessa quella folla era impotente, perché era sicuro che nessun marinaio del porto sarebbe stato capace di raggiungerlo. Ma bastava il fracasso, in quanto doveva svegliare tutti i dormienti di Shoreby e chiamare sulla strada tutte le sentinelle appostate, a metterlo realmente di fronte a un pericolo. Perciò, notando in un angolo un androne buio, vi s'infilò rapido e lasciò che la stramba processione gli passasse davanti sempre gridando e gesticolando, rossa nei visi per la corsa e intonacata di bianco da tutti i ruzzoloni nella neve. Passò un bel po' di tempo prima che quella grande invasione della città da parte della gente del porto avesse termine, e ci volle ancora altro tempo prima che tornasse il silenzio. A lungo s'intesero marinai dispersi battere le strade gridando in tutte le direzioni e per ogni quartiere della città. Ne seguirono delle baruffe, a volte fra di loro, a volte con le pattuglie; furono tirati fuori i coltelli, furono dati e ricevuti pugni, e più d'un morto rimase sulla neve. Quando, dopo un'ora buona, l'ultimo marinaio se ne fu tornato brontolando nella zona del porto e alla sua particolare taverna, ci si potrebbe domandare se avesse mai saputo che genere d'uomo avesse inseguito, ma è certo che l'aveva dimenticato. Il mattino dopo circolavano molte strane storie; e non passò molto che la leggenda di una visitina notturna del diavolo fu un articolo di fede per tutti i ragazzini di Shoreby. Ma neppure la sparizione dell'ultimo marinaio liberò il giovane Shelton dalla sua fredda prigione nel vano dell'androne. Ancora per qualche tempo vi fu grande attività di pattuglie; e drappelli speciali comparvero a fare un giro di ronda e a stendere poi il loro rapporto all'uno o all'altro dei grandi signori così insolitamente disturbati nel sonno. La notte era già molto inoltrata quando Dick si arrischiò fuori del suo nascondiglio e giunse sano e salvo, ma dolorante di freddo e di lividure, alla porta de «La Capra e la Cornamusa». Come esigeva la legge, non v'erano dentro né fuoco né candele; ma Dick si fece strada a tentoni fino a un angolo della gelida camera degli ospiti, afferrò il lembo della coperta tirandosela sulle spalle e si rannicchiò accanto al più vicino dormiente, cadendo subito addormentato. NOTE. NOTA 1: Veniva detta «magia bianca» quella dovuta a forze occulte di origine naturale o benigna, mentre la «magia nera» si attribuiva a interventi demoniaci (Nota del traduttore). LIBRO QUINTO. IL GOBBO. LO SQUILLO DI TROMBA. Il mattino dopo prestissimo, prima ancora che spuntasse il giorno, Dick si alzò, si cambiò d'abito, si armò di nuovo da gentiluomo e si avviò alla tana di Senzalegge nella foresta. Si ricorderà che vi aveva lasciato le carte di Lord Foxham; e andare a prenderle e tornare in tempo per l'appuntamento con il giovane duca di Gloucester non poteva riuscire che muovendosi per tempo e camminando di buon passo. Il freddo era più rigido che mai; l'aria asciutta e senza vento, e pungente alle narici. La luna era tramontata, ma le stelle scintillavano ancora numerose, e chiaro e brioso rispondeva il riflesso della neve. Non c'era bisogno di lanterna per camminare; né, in quell'aria tagliente, alcuna tentazione d'indugiarsi. Dick aveva attraversato la maggior parte del terreno scoperto fra Shoreby e la foresta ed era giunto ai piedi dell'altura un centinaio di metri al di sotto della croce di Saint Bride, quando, nel silenzio del mattino ancora nero, risuonò uno squillo di tromba, così acuto, limpido e penetrante, che pensò di non averne mai udito altro che ne uguagliasse la forza. Squillò una volta, poi subito una seconda volta, e immediatamente si levò il clamore dell'acciaio. Il giovane Shelton tese l'orecchio, e sguainando la spada attaccò di corsa la salita. Presto fu in vista della croce, e si trovò di fronte a un fierissimo scontro che infuriava sulla strada. Un uomo solo teneva testa a sette o otto assalitori; ma era così agile e destro, così disperatamente caricava e disperdeva gli avversari, con tanta sicurezza i piedi gli facevano presa sul ghiaccio, che già, prima che Dick potesse intervenire, ne aveva abbattuto uno, e ferito un altro, tenendo in scacco i rimanenti. Tuttavia era un miracolo che potesse continuare a difendersi, e ad ogni momento, per qualsiasi accidente, un piede che appena gli sfuggisse o un errore della mano, poteva perdere la vita. - Forza, forza, signore! Arriva aiuto! - gridò Richard; e dimenticando di essere solo e che il grido era piuttosto irregolare, urlò: - Qua la Freccia! La Freccia! - mentre piombava alle spalle degli assalitori. I quali non erano uomini da poco, perché la sorpresa non li sconcertò minimamente, ma si volsero e si gettarono con furia sorprendente addosso a Dick. Quattro contro uno, l'acciaio gli lampeggiava intorno sotto le stelle: le scintille sprizzavano selvagge; uno degli avversari cadde, e nella confusione del combattimento Dick non seppe neppure come; poi lui stesso fu colpito alla testa, e per quanto l'elmo d'acciaio sotto il cappuccio lo proteggesse, il colpo lo abbatté sulle ginocchia, con il cervello che gli vorticava come la pala di un mulino a vento. Intanto l'uomo che era venuto a soccorrere, invece di unirsi alla lotta, al primo indizio d'intervento era balzato indietro e aveva di nuovo soffiato, con ancora maggiore forza e urgenza, nella medesima tromba squillante che aveva dato l'allarme. L'attimo dopo, però, i nemici gli erano addosso, e lui ancora a caricare e ad arretrare, a balzare, a menar colpi, a cadere sulle ginocchia, usando indifferentemente spada e daga, piedi e mani, sempre con il medesimo irremovibile coraggio e la medesima febbrile energia, la medesima rapidità di movimento. Ma quegli appelli acutissimi erano stati finalmente uditi. Si sentì un soffocato galoppare sulla neve; e giusto in tempo per Dick, che già si vedeva scintillare alla gola le punte delle spade, si riversò da ogni parte del bosco un torrente disordinato di armati a cavallo, tutti rivestiti di ferro, con la visiera abbassata, la lancia in resta o la spada sguainata e levata, e ciascuno portando in sella, per così dire, un passeggero, sotto forma di arcieri o paggi, che saltarono giù uno dopo l'altro, raddoppiando così quella schiera marziale. I primi assalitori, vedendosi superati di numero e circondati, gettarono le armi senza una parola. - Prendete questa gente! - ordinò l'eroe della tromba; e quando fu eseguito il comando, si avvicinò a Dick e lo fissò in viso. Dick, ricambiando l'esame, fu sorpreso di trovare in uno che aveva dimostrato tanta forza, abilità ed energia, un ragazzo non maggiore d'età di lui: leggermente deforme, con una spalla più alta dell'altra, e un viso pallido, inquieto, contratto (1). Ma gli occhi erano limpidissimi e arditi. - Signore - disse quel ragazzo, - siete giunto in tempo per me, e mai troppo presto. - Mio signore - rispose Dick, con la vaga sensazione di trovarsi di fronte a un gran personaggio, - siete un così magnifico spadaccino che credo ve la sareste cavata da solo. Ad ogni modo è stata certo per me una fortuna che i vostri uomini non abbiano tardato oltre. - Come sapevate chi sono? - domandò lo sconosciuto. - Ancora, mio signore - rispose Dick, - non so con chi parlo. - Davvero? - fece l'altro. - Eppure vi siete gettato a capofitto in questo combattimento così ineguale. - Ho visto un uomo che si batteva valorosamente da solo contro molti - replicò Dick, - e mi sarei sentito disonorato se non gli avessi portato aiuto. Un singolare sogghigno guizzò sulla bocca del giovane gentiluomo mentre ribatteva: - Ecco delle belle parole. Ma veniamo al più essenziale: siete Lancaster o York? - Signore, non ne faccio un segreto: sono decisamente per York - rispose Dick. - Per la messa! - esclamò l'altro. - E' una fortuna per voi. E in così dire si volse a uno del suo seguito. - Vediamo - continuò nel medesimo tono beffardo e crudele, - vediamo di finirla con questi bravi messeri. Impiccateli. Del gruppo degli assalitori cinque erano sopravvissuti. Gli arcieri li afferrarono per le braccia; furono trascinati ai margini del bosco e posti ciascuno sotto un albero di convenienti dimensioni; fu aggiustata la corda; un arciere, portandosene dietro un capo, si arrampicò rapido su per i rami, e non era passato un minuto che, senza una parola da una parte o dall'altra, i cinque uomini dondolavano appesi per il collo. - E ora - gridò il capitano deforme, - tornate ai vostri posti, e quando vi chiamerò, vedete di essere più pronti. - Signor duca - disse uno degli uomini, - vi supplico, non rimanete qui solo. Tenetevi almeno un manipolo di lance. - Mio caro - disse il duca, - vi ho risparmiato i rimproveri per la vostra lentezza. Non mi contraddite, perciò. Mi fido della mia mano e del mio braccio, anche se sono gobbo. Non siete stati pronti quando ho suonato la tromba; e ora lo siete troppo con i vostri consigli. Ma è sempre così: gli ultimi con la lancia, e i primi con la lingua. Vediamo una buona volta di fare il contrario. E con un gesto che non mancava di una certa pericolosa nobiltà, licenziò i suoi uomini. I fanti salirono di nuovo in sella dietro i lancieri, e tutta la compagnia si allontanò lentamente scomparendo in venti direzioni differenti, al riparo della foresta. Il giorno ormai cominciava a spuntare, e le stelle a impallidire. Il primo grigio barlume dell'alba illuminò i volti dei due giovani, che di nuovo si guardarono. - Ebbene - disse il duca, - avete assistito alla mia vendetta, che come la mia spada è inesorabile e pronta. Ma non vorrei, per tutta la cristianità, che mi supponeste ingrato. Voi che siete corso in mio aiuto con una buona spada e un coraggio ancora migliore, a meno che non vi ripugni la mia deformità, venite sul mio cuore. E in così dire il giovane capo aprì le braccia. In fondo al cuore Dick provava già un gran terrore e una certa avversione per l'uomo che aveva soccorso; ma l'invito era formulato in modo tale che rifiutare o esitare sarebbe stato non solo scortese ma crudele, e si affrettò ad accettare. - E ora, signor duca - disse non appena liberatosi dall'abbraccio, -è giusta la mia supposizione? Siete sua signoria il duca di Gloucester? - Sono Richard di Gloucester - rispose l'altro. - E voi, come vi chiamate? Dick disse il suo nome e gli presentò il sigillo di Lord Foxham, che il duca immediatamente riconobbe. - Arrivate troppo presto - disse; - ma dovrei lamentarmene? Siete come me, che ero qui di guardia due ore prima del giorno. Ma questa è la mia prima sortita armata; da questa avventura, "Master" Shelton, dipende l'esaltazione o la rovina della mia fama. Laggiù sono i miei nemici, al comando di due vecchi ed esperti capitani, Risingham e Brackley, in posizione forte, credo, ma senza possibilità di ritirata da due lati, chiusi come sono tra il mare, il porto e il fiume. Io penso, Shelton, che ci sia da fare un buon colpo, e che possiamo colpire in silenzio e all'improvviso. - Lo penso davvero anch'io - esclamò Dick, riscaldandosi. - Avete le note di Lord Foxham? - domandò il duca. E allora Dick, avendo spiegato come non le avesse con sé per il momento, prese l'ardire di offrire le esatte informazioni di cui era a conoscenza. - E per conto mio, signor duca - soggiunse, - se avete abbastanza uomini, assalirei anche subito. Perché vedete, col sorgere del giorno termina la guardia di notte; e di giorno non hanno né guardie né sentinelle: soltanto uomini a cavallo che perlustrano i dintorni. Ora, dunque, mentre la guardia di notte è già disarmata e gli altri fanno colazione, ora è il momento di assalire. - Quanti pensate che siano? - domandò Gloucester. - Non arrivano a duemila - rispose Dick - Io ne ho settecento nei boschi dietro di noi - disse il duca; - altri settecento mi seguono da Kettley e saranno qui fra poco; dietro questi e più lontano ce ne sono altri quattrocento; e Lord Foxham ne ha cinquecento a mezza giornata da qui, a Holywood. Dobbiamo attendere il loro arrivo o attaccare? - Signore - disse Dick, - quando avete impiccato quei poveri cinque disgraziati, avete deciso la questione. Per villani che fossero, in questi tempi difficili se ne avvertirà la mancanza e saranno cercati, e si darà l'allarme. Perciò, signore, se volete contare sul vantaggio della sorpresa, non avete, nella mia opinione, che un'ora davanti a voi. - Anch'io penso così - replicò il Gobbo. - Ebbene, prima di un'ora vi troverete nel fitto della mischia e vi guadagnerete gli speroni. Un corriere veloce a Holywood, con il sigillo di Lord Foxham; un altro sulla strada per far fretta ai miei poltroni! Ma sì, Shelton, possiamo farcela! E così si portò di nuovo la tromba alle labbra e soffiò. Questa volta non fu fatto attendere a lungo. In un momento lo spazio aperto intorno alla croce si riempì di cavalieri e fanti. Richard di Gloucester si piazzò sui gradini e spedì un messaggero dopo l'altro ad affrettare il concentramento dei settecento uomini nascosti nelle immediate vicinanze fra i boschi; e prima che fosse passato un quarto d'ora, si era messo in testa e aveva cominciato a scendere il pendio verso Shoreby. Il suo piano era semplice. Doveva impadronirsi di un quartiere della città di Shoreby a destra della strada principale, e formarsi una posizione solida tra i vicoli finché non arrivassero i rinforzi. Se Lord Risingham scegliesse di ritirarsi, Richard l'inseguirebbe alle spalle prendendolo fra due fuochi; oppure, se avesse preferito tenere la città, lo avrebbe chiuso in una trappola, per sopraffarlo poi a poco a poco con la forza del numero. C'era solo un pericolo, e imminente e grande: i settecento uomini di Gloucester avrebbero potuto essere travolti e dispersi al primo scontro; e per evitarlo era necessario rendere la sorpresa del loro arrivo quanto più completa possibile. I fanti, dunque, furono tutti ripresi in sella, e Dick si ebbe lo speciale onore di montare in arcione dietro lo stesso Gloucester. Finché furono al riparo del bosco le truppe marciarono lentamente, e quando giunsero là dove gli alberi terminavano bordando la strada maestra, s'arrestarono a riprendere fiato e a fare una ricognizione. Il sole era ormai alto, scintillante di gelida luminosità in mezzo a un alone dorato, e di contro al sole Shoreby, tutto un campo di tetti nevosi e di rossi frontoni, svolgeva in alto le sue colonne di fumo mattutino. Gloucester girò il capo verso Dick. - In quel povero paese - disse, - dove la gente si sta cuocendo la colazione, o voi vi guadagnerete i vostri speroni e io inizierò una vita di possente onore e di gloria agli occhi del mondo, oppure tutti e due, così la penso io, cadremo morti senza che nessuno parli di noi. Siamo due Richard. Ebbene, Richard Shelton, si parlerà di quei due! Le loro spade non soneranno più forte sugli elmi dei nemici di quanto i loro nomi non dovranno sonare alle orecchie del mondo. Dick era sorpreso di una così grande sete di fama, espressa con tanta veemenza di voce e di linguaggio; e rispose molto ragionevolmente e tranquillamente che, da parte sua, prometteva di fare il suo dovere e non dubitava della vittoria se ciascuno avesse fatto altrettanto. Intanto i cavalli si erano riposati e il capitano, levando la spada e allentando le redini, diede il segnale; e d'un sol colpo i destrieri si lanciarono al galoppo tuonando, con il loro doppio carico di combattenti, giù per il resto del colle e attraverso la pianura ammantata di neve che ancora li divideva da Shoreby. NOTE. NOTA 1: Richard il Gobbo a quell'epoca sarebbe stato realmente giovanissimo (Nota dell'Autore). LA BATTAGLIA DI SHOREBY. Tutta la distanza da percorrere non superava il quarto di miglio. Ma erano appena usciti dal riparo del bosco che videro gente fuggire gridando per i prati nevosi da tutte le parti. Quasi allo stesso momento cominciò a levarsi un gran rumore e a spargersi e a farsi sempre più forte nella città; e non erano a metà strada dalla casa più vicina che le campane cominciarono a strepitare dal campanile. Il giovane duca digrignò i denti. Da questi così pronti segnali d'allarme temeva di trovare il nemico preparato; e se non riusciva a prender piede in città, sapeva che il suo piccolo esercito sarebbe stato presto battuto e sterminato in campo aperto. Ma in città i Lancasteriani erano ben lungi dal trovarsi in buona condizione. Era come Dick aveva detto. La guardia di notte aveva già deposto armi e corazze; gli altri se ne stavano ancora bighellonando, liberi d'armatura e impreparati alla battaglia, per i vari quartieri; e in tutta Shoreby non c'erano forse cinquanta uomini completamente armati e cinquanta destrieri pronti ad essere inforcati. I rintocchi delle campane, i richiami terrorizzati di chi correva per le strade gridando e battendo alle porte, in uno spazio di tempo incredibilmente breve radunarono almeno una quarantina di quei cinquanta armati. Balzarono rapidi a cavallo e, mentre l'allarme continuava il suo appello disperato, galopparono in diverse direzioni. Così avvenne che, quando Richard di Gloucester raggiunse la prima casa di Shoreby, all'imboccatura della strada si trovò di fronte un pugno di lance che spazzò via attaccandole, come la tempesta travolge una povera barchetta. A cento passi più addentro nella città, Dick Shelton toccò il braccio del duca; il duca, in risposta, riunì le redini, si portò la tromba alla bocca e fece squillare un segnale convenuto, svoltando di netto a destra. Piegando come un sol uomo, tutta la sua compagnia gli andò dietro e sempre di gran galoppo spazzò l'angusta via laterale. Soltanto una ventina dei cavalieri che venivano per ultimi tirarono le redini e si volsero a bloccare l'entrata; i fanti che si portavano dietro balzarono a terra nel medesimo istante e alcuni si diedero ad armare gli archi, altri irruppero e s'insediarono nelle case d'ambo i lati. Sorpresi da questo improvviso mutamento di direzione e intimiditi dal fronte solido della retroguardia, i pochi Lancasteriani, dopo breve consultazione, si volsero in direzione dell'interno della città in cerca di rinforzi. Il quartiere della città di cui Richard di Gloucester s'era impadronito, per consiglio di Dick, consisteva di cinque stradette di case povere e male abitate, che occupavano un piccolo rialzo del terreno e dietro rimanevano scoperte. Dopo aver assicurato le cinque vie con una buona guardia, la riserva ne occupò il centro, fuori tiro, ma pronta a correre in aiuto dovunque ce ne fosse stato bisogno. Era tanta la povertà di quel quartiere che nessuno dei signori di Lancaster, e soltanto pochi del loro seguito vi si erano alloggiati; e gli abitanti, di comune accordo, abbandonarono le case e fuggirono sbraitando per le strade o scavalcando i muri dei giardini. Al centro, dove s'incontravano le cinque strade, una taverna piuttosto malfamata sfoggiava un'insegna a scacchiera; e lì si acquartierò il duca di Gloucester per quel giorno. A Dick assegnò la guardia d'una delle cinque stradine. - Andate - gli disse, - guadagnatevi i vostri speroni. Guadagnatevi gloria per me; un Richard per l'altro. Vi ripeto che, se io salgo, voi salirete per la medesima scala. Andate - ripeté stringendogli la mano. Ma non appena Dick si fu allontanato, si volse a un piccolo arciere trasandato che gli stava accanto. - Va', Dutton, e all'istante - gl'ingiunse. - Segui quel ragazzo. Se risulterà fedele, rispondi della sua sicurezza, testa per testa. Guai a te se ritorni senza di lui! Ma se è infedele, o se per un attimo dovrai dubitare di lui, finiscilo con una pugnalata alle spalle. Frattanto Dick si era affrettato a raggiungere il suo posto. La strada che doveva sorvegliare era strettissima e fiancheggiata da case che sovrastavano a piombo, addossate le une alle altre; ma per stretta e buia che fosse, poiché si apriva sulla piazza del mercato, l'esito finale della battaglia si sarebbe probabilmente deciso proprio in quel punto. La piazza del mercato rigurgitava di gente che fuggiva in disordine; ma non v'era ancora alcun indizio di nemici pronti ad attaccare, e Dick giudicò di avere un po' di tempo a disposizione per preparare la sua difesa. Le due case all'estremità della via erano deserte, con le porte spalancate come le avevano lasciate gli inquilini fuggendo, e da quelle fece portar via i mobili in gran fretta e sistemare una barricata all'ingresso del vicolo. Erano stati messi ai suoi ordini un centinaio di uomini, e di questi la maggior parte ne insediò nelle case, dove potevano trovarsi al riparo e tirare le frecce dalle finestre. Il resto, sotto la sua diretta sorveglianza, lo allineò lungo la barricata. Intanto per tutta la città continuava a regnare gran tumulto e confusione; e sia per l'incalzante strepito delle campane, lo squillo delle trombe, i movimenti bruschi degli squadroni di cavalleria, i gridi di comando e gli strilli delle donne, il chiasso era tale da assordire. Ma a poco a poco quel tumulto cominciò a calmarsi; e in breve, schieramenti di armigeri e di arcieri cominciarono a radunarsi e a disporsi in linea di battaglia sulla piazza del mercato. Gran parte della truppa portava i colori amaranto e azzurro, e nel cavaliere che la comandava Dick riconobbe Sir Daniel Brackley. Seguì una lunga pausa, seguita da quattro quasi simultanei squilli di tromba provenienti da quattro differenti quartieri della città. Un quinto rispose dalla piazza del mercato, e nel medesimo istante le schiere cominciarono a muoversi e una pioggia di frecce crepitò sulla barricata e rimbalzò sui muri delle due file di case. L'attacco era cominciato, a un comune segnale, su tutti e cinque gli sbocchi del quartiere. Gloucester era assediato da tutte le parti; e Dick giudicò che, se voleva mantenere la sua posizione, doveva contare esclusivamente sui cento uomini al suo comando. Sette scariche di frecce si susseguirono senza intervallo, e nel più fitto di quella pioggia Dick si sentì toccare un braccio da dietro e vide un paggio che gli porgeva un giaco di cuoio rinforzato da brillanti piastre di maglia d'acciaio. - Ve lo manda Lord Gloucester - disse il paggio. - Ha notato, Sir Richard, che non eravate abbastanza protetto. Dick, con un balzo al cuore al sentirsi chiamare con quel titolo, si alzò in piedi e con l'aiuto del paggio indossò la veste protettrice. Proprio mentre lo faceva, due frecce rimbalzarono innocue sulle piastre, e una terza andò a colpire il paggio che cadde mortalmente ferito ai suoi piedi. Intanto l'intero corpo nemico era andato sempre avanzando dalla piazza del mercato; ed erano così vicini che Dick diede ordine di rispondere alle scariche. Immediatamente, da dietro la barricata e dalle finestre delle case, partì un torrente di frecce che seminò la morte. Ma i Lancasteriani, come se non avessero atteso che quel segnale, risposero urlando; e si precipitarono contro la barricata, lasciando ancora indietro la cavalleria, con le visiere abbassate. Seguì una lotta ostinata e mortale, corpo a corpo. Gli assalitori tenevano le scimitarre con una mano e con l'altra cercavano di abbattere la struttura della barricata. Dalla parte opposta avveniva il contrario; e i difensori si esponevano come pazzi per proteggere il loro baluardo. Così per qualche minuto la mischia infuriò quasi in silenzio, amici e nemici cadendo gli uni sugli altri. Ma la cosa più facile è sempre distruggere; e quando un solo squillo di tromba richiamò gli attaccanti dal loro compito disperato, gran parte della barricata era stata distrutta pezzo per pezzo, e tutto l'edificio si era abbassato della metà minacciando la completa rovina. E ora i fanti sulla piazza del mercato indietreggiarono di corsa, da tutte le parti. I cavalieri, che si erano tenuti pronti in doppia linea, girarono di colpo e attaccarono a loro volta; e rapida come una vipera che si scaglia, la lunga colonna rivestita d'acciaio si lanciò sulla barricata pericolante. Dei primi due cavalieri, uno cadde con tutto il cavallo e fu calpestato dai compagni. Il secondo balzò di netto in cima alla barricata, trapassando un arciere con la lancia. Quasi nel medesimo istante fu strappato di sella e gli fu ucciso il cavallo. E quindi tutto il peso e l'impeto della carica piombò sui difensori e li travolse. Gli armigeri, scavalcando i compagni e trascinati avanti dalla furia dell'assalto, irruppero attraverso le file ormai rotte di Dick e si rovesciarono tuonando al di là, nel vicolo, come un fiume straripa e si rovescia attraverso una diga fracassata. Ma il combattimento non era terminato. Ancora, nella strettoia dell'imboccatura del vicolo, Dick e pochi superstiti si accanivano con le loro asce come boscaioli; e già, lungo l'apertura della breccia, si era formato un secondo, più alto, e più efficace baluardo di uomini caduti e di cavalli con il ventre squarciato nei sussulti violenti dell'agonia. Sconcertata da questo nuovo ostacolo, la cavalleria rimanente indietreggiò; e come, nell'accorgersi di quel moto, la scarica delle frecce raddoppiò dalle finestre, la ritirata, per un momento, parve degenerare in fuga. Quasi al tempo stesso, quelli che avevano superata la barricata e s'erano spinti alla carica più avanti nel vicolo, davanti alla porta della «Scacchiera» si trovarono di fronte al formidabile Gobbo con tutta la sua riserva di Yorkisti, e cominciarono a sbaragliarsi indietreggiando, al colmo del disordine e del terrore. Dick e il suo gruppetto li incalzarono, altri armati si rovesciarono fuori dalle case; una feroce pioggia di frecce colse in piena faccia i fuggitivi, mentre Gloucester ne assaliva la retroguardia; nel volgere di poco più di un minuto non era rimasto sulla strada alcun Lancasteriano vivo. Allora, e allora soltanto, Dick levò in alto la lama grondante e diede il segnale degli evviva. Frattanto Gloucester era sceso da cavallo e avanzava a ispezionare il posto. Aveva il viso pallido come il lino; ma gli occhi gli brillavano come strane gemme e, quando parlò, la voce era rauca e rotta per l'esultanza della battaglia e del successo. Guardò la barricata, cui non poteva ora accostarsi amico o nemico senza cautela, tanto disperatamente i cavalli si dibattevano agonizzando e alla vista di quell'immane carnaio torse la bocca in un mezzo sorriso. - Finite questi cavalli - disse; - turbano il vostro vantaggio. Richard Shelton - soggiunse, - sono soddisfatto di voi. Inginocchiatevi. I Lancasteriani avevano già radunato i loro arcieri e i dardi cadevano fitti all'imboccatura della strada; ma il duca, senza affatto curarsene, deliberatamente estrasse la spada e creò Dick cavaliere sul posto. - E ora, Sir Richard - continuò a dire, - se vedete Lord Risingham, mandatemi un espresso all'istante. Fosse anche il vostro ultimo uomo, mandatemelo ad informarmi immediatamente. Preferirei rischiare di perdere la posizione piuttosto che mancare il mio colpo con lui. Perché badate bene, tutti voi - soggiunse alzando la voce, - se il conte Risingham dovesse cadere per altra mano che la mia, considererei questa vittoria una sconfitta. - Signor duca - disse uno del suo seguito, - non è stanca vostra grazia di esporre senza necessità la sua vita preziosa? Perché indugiare qui? - Catesby - rispose il duca, - qui è la battaglia, non altrove. Il resto non è che finto attacco. Qui dobbiamo vincere. E quanto all'esporsi... se voi foste un brutto gobbo e i ragazzini vi dessero la baia per la strada, fareste meno conto del vostro corpo e riterreste degna della vita un'ora di gloria. Tuttavia, se proprio lo volete, montiamo pure a cavallo e andiamo a visitare gli altri posti. Sir Richard, questo mio omonimo, rimarrà a guardia di questo passaggio, dove si guazza fino alle caviglie nel sangue caldo. Di lui possiamo fidarci. Ma badate, Sir Richard, non avete finito. C'è ancora da sfidare il peggio. Non dormite. S'accostò dritto al giovane Shelton, guardandolo fisso negli occhi, e presagli la mano fra le sue la strinse con una violenza tale da farne quasi sprizzare il sangue. Dick impallidì davanti a quegli occhi. L'insano eccitamento, il coraggio e la crudeltà che vi leggeva lo riempirono di spavento per l'avvenire. Lo spirito del giovane duca era in verità ardimentoso, a spingersi così in prima linea durante il combattimento; ma dopo la battaglia, nei giorni della pace e nella cerchia degli amici fidati, c'era da temere che quello spirito continuasse a generare i frutti della morte. LA BATTAGLIA DI SHOREBY. (conclusione). Dick, di nuovo lasciato a se stesso, cominciò a guardarsi intorno. La pioggia delle frecce si era alquanto indebolita. Da tutte le parti il nemico si ritirava, e quasi tutta la piazza del mercato era ormai sgombrata, con la neve pesta ridotta qui a melma giallastra, là impantanata di sangue, ovunque disseminata di uomini e cavalli morti, tutta irta di frecce piumate. Dalla parte sua le perdite erano state crudeli. All'imboccatura del vicolo e sulle rovine della barricata si ammassavano morti e morenti; e dei cento uomini con cui si era iniziato il combattimento, non ne erano rimasti settanta che fossero ancora in grado di portare le armi. Anche il giorno faceva il suo corso. Si poteva contare che arrivassero i primi rinforzi ad ogni momento; e i Lancasteriani, già scossi dall'esito del loro attacco disperato ma senza successo, non si trovavano nelle migliori condizioni di spirito per sopportare una nuova ondata di assalitori. C'era un orologio a sole sul muro di una delle case che fiancheggiavano il vicolo; e ai gelidi raggi del sole invernale indicava le dieci del mattino. Dick si volse all'uomo che gli stava a gomito, un piccolo arciere insignificante intento a fasciarsi una ferita al braccio. - Si è combattuto bene - disse, - e, parola mia, non ci caricheranno una seconda volta. - Signore - disse il piccolo arciere, - avete combattuto magnificamente per York, e ancora meglio per voi stesso. Mai un altro è entrato in così breve tempo e tanto profondamente nelle grazie del duca. E' già un miracolo che abbia affidato un posto simile a uno che non conosceva. Ma attento alla vostra testa, Sir Richard! Se vi fate battere... anzi, se cedete di un solo passo, l'ascia o la corda sarà la punizione; e se appena faceste un solo gesto di dubbio, io sono stato messo qui, ve lo dico onestamente, per pugnalarvi alle spalle! Dick guardò sbalordito quell'ometto. - Tu! - esclamò. - E alle spalle! - Proprio così - confermò l'arciere; - e siccome la cosa non mi piace, ve lo dico. Dovete mantenere solida la posizione, Sir Richard, a vostro rischio e pericolo. Oh, il nostro Gobbo è una spada temeraria e un buon guerriero; ma a sangue freddo o a sangue caldo vuole che tutto sia compiuto esattamente secondo il suo comando. Se qualcuno gli fallisce o comunque l'ostacola, per quello è la morte. - Diamine, per tutti i santi! - gridò Richard. - Le cose stanno così? E gli uomini seguono un capo simile? - Ma sì, lo seguono con gioia - rispose l'altro; - perché, se è tanto pronto a punire, è generosissimo nel premiare. E se non risparmia il sangue e il sudore degli altri, è tanto più prodigo del proprio, sempre in prima linea nella battaglia, sempre l'ultimo a dormire. Andrà lontano, Dick di Gloucester, il Gobbo! Il giovane cavaliere, se prima era stato prode e vigilante, ancor più ora si teneva disposto alla vigilanza e al coraggio. Cominciava ad accorgersi che l'improvviso favore guadagnato si portava dietro dei rischi. Volse le spalle all'arciere e di nuovo scrutò ansiosamente la piazza del mercato. Era vuota come prima. - Non mi piace questa calma - disse. - Senza dubbio ci preparano qualche sorpresa. E, quasi a rispondere alla sua osservazione, gli arcieri ripresero ad avanzare contro la barricata e le frecce a cadere fitte. Ma nell'attacco c'era qualche esitazione. Non si facevano avanti francamente, ma sembravano piuttosto in attesa di un ulteriore segnale. Dick si guardò intorno inquieto, spiando un celato pericolo. E infatti, a metà circa del vicolo, una porta si aprì improvvisamente dall'interno e la casa continuò, per qualche secondo, e da porte e da finestre, a vomitare un torrente di arcieri Lancasteriani. Non appena saltati giù, si allineavano immediatamente, armavano l'arco, e scagliavano sulla retroguardia di Dick un rovescio di frecce. Nello stesso tempo gli assalitori della piazza del mercato raddoppiarono le loro scariche e cominciarono a stringersi con accanimento contro la barricata. Dick chiamò tutti i suoi uomini fuori dalle case, li dispose a far fronte al nemico, d'ambo le parti, e incoraggiandone l'ardimento con la parola e col gesto, rispose come meglio poté alla doppia scarica di frecce che gli si rovesciava sul posto. Intanto, casa dopo casa si apriva sulla strada e i Lancasteriani continuavano a precipitarsi fuori dalle porte e a saltare dalle finestre, gridando vittoria, finché il numero dei nemici alle spalle di Dick non fu quasi eguale al numero di quelli che gli stavano di faccia. Era chiaro che non poteva più tenere la posizione; e quel ch'era peggio, anche se avesse potuto tenerla, diventava ormai inutile; e tutto l'esercito Yorkista si trovava in una situazione disperata sull'orlo del completo disastro. Gli uomini alle sue spalle rappresentavano l'incrinatura vitale di tutta la difesa; e contro di loro si volse Dick, caricando alla testa dei suoi uomini. Tanto vigoroso fu l'attacco, che gli arcieri Lancasteriani persero terreno e vacillarono, e infine, rompendo le file, presero a rientrare accalcandosi dentro le case da dove poco prima avevano fatto la loro baldanzosa sortita. Intanto gli armati provenienti dalla piazza del mercato si erano infilati a sciame attraverso la barricata indifesa e attaccavano fervorosamente dall'altra parte; e Dick dovette fare dietrofront e respingerli. Ancora una volta prevalse l'ardimento dei suoi uomini; fecero piazza pulita sulla strada trionfalmente; ma, proprio mentre terminava l'impresa, gli altri sbucarono fuori di nuovo dalle case e per la terza volta li attaccavano alle spalle. Gli Yorkisti cominciarono a scomporsi; parecchie volte Dick si trovò solo in mezzo ai nemici a difendersi la vita brillantemente a colpi di spada; parecchie volte avvertì d'essere ferito, mentre la mischia continuava a oscillare di qua e di là per la strada senza esito definito. D'un tratto Dick fu colpito da un gran squillare di trombe alla periferia della città. Il grido di guerra di York salì ingrossando al cielo, come lanciato da molte voci trionfanti. E contemporaneamente gli armati che avevano di fronte presero a retrocedere rapidamente, precipitandosi dalla strada verso la piazza del mercato. Qualcuno gridò il segnale della fuga. Trombe suonavano alla rinfusa, quali per l'adunata, quali per la carica. Era palese che un gran colpo era stato inferto, e i Lancasteriani, almeno per il momento, erano stati gettati nel più completo disordine, e in una certa misura nel panico. E quindi, come un colpo di scena, seguì l'ultimo atto della battaglia di Shoreby. Gli uomini di fronte a Richard volsero le spalle come un cane richiamato a casa da un fischio e fuggirono come il vento. Nell'attimo stesso irruppe sulla piazza una fiumana di armati a cavallo che fuggivano e inseguivano, i Lancasteriani volgendosi indietro a menare la spada, gli Yorkisti a incalzarli a punta di lancia. Dick guardava il Gobbo, cospicuo nella mischia. Stava già dando un saggio di quel furibondo valore e di quell'abilità a tagliarsi un varco tra le file in guerra che anni dopo sul campo di Bosworth (1) e quando s'era già macchiato di non pochi delitti, per poco non mutò le sorti della giornata e il destino del trono d'Inghilterra. Parando, sciabolando, caricando talmente forzava e manovrava il focoso cavallo, così abilmente si difendeva e così liberamente spargeva la morte fra i suoi avversari, che si trovava ora di molto in testa al più avanzato dei suoi cavalieri, tagliandosi il varco con il troncone della spada insanguinata fin dove Lord Risingham stava chiamando a raccolta i suoi più bravi. Ancora un momento e i due erano di fronte; l'imponente, splendido e famoso guerriero contro un ragazzo deforme e malaticcio. Eppure Shelton non dubitò un attimo del risultato; e quando si fece luce un momento tra le file, la figura del conte era scomparsa; ma ancora dove più il pericolo premeva, il Gobbo lanciava il suo gran cavallo e menava furiosamente il troncone della sua spada. Così, per il coraggio di Shelton a difendere l'imboccatura del vicolo contro il primo attacco e l'arrivo tempestivo dei settecento uomini di rinforzo, il giovane che doveva poi consegnarsi all'esecrazione dei posteri con il nome di Richard Terzo, aveva vinto la sua prima considerevole battaglia. NOTE. NOTA 1. Cittadina inglese della contea di Leicester, dove il 22 agosto 1485 si svolse l'ultima battaglia della guerra delle Due Rose, che vide la sconfitta e la fine di Richard Terzo per mano di Henry Tudor, conte di Richmond, quindi Enrico Settimo (Nota del traduttore). IL SACCO DI SHOREBY. Non era rimasto neppure un nemico a portata d'arco; e Dick, guardando melanconicamente intorno a sé i resti della sua eroica compagnia, cominciò a calcolare il prezzo della vittoria. Lui stesso, ora che il pericolo era passato, si sentiva così irrigidito e indolenzito, così pesto e tagliuzzato e spezzato, e soprattutto così assolutamente esausto per la fatica disperata e incessante del combattimento, da sembrare incapace di qualsiasi nuovo sforzo. Eppure non era ancora quello il momento di riposare. Shoreby era stata presa d'assalto; e sebbene città aperta, e da incolpare in nessun modo di resistenza, era chiaro che quei rozzi combattenti non si sarebbero comportati meno rudemente ora che la battaglia era terminata, e che rimaneva da recitare la parte più orrida della guerra. Richard di Gloucester non era capitano da proteggere i cittadini contro la soldatesca scatenata; e anche se l'avesse voluto, era assai dubbio che ne avrebbe avuto il potere. Era quindi compito di Dick cercare e proteggere Joanna; e a questo scopo scrutò intorno a sé i volti dei suoi uomini. Scelse i tre o quattro che gli parevano i più proclivi ad obbedire e a mantenersi sobri; e promettendo una ricca ricompensa e una speciale raccomandazione al duca, li guidò sulla piazza del mercato, ormai vuota di armati a cavallo, e lungo le strade che si aprivano oltre. Ancora qua e là piccoli scontri di pochi uomini, da due a una dozzina, infuriavano per la strada; qua e là una casa era assediata e i difensori lanciavano sgabelli e tavoli sulla testa degli assedianti. La neve era cosparsa di armi e di cadaveri; ma ad eccezione di questi combattimenti parziali le strade erano deserte, e le case, alcune spalancate e altre chiuse e barricate, non mandavano più fumo dai loro comignoli. Dick, girando alla larga da quelle scaramucce, guidò svelto il suo gruppetto in direzione della chiesa dell'abbazia; ma quando ebbe percorsa tutta la via principale, gli sfuggì dalle labbra un grido d'orrore. La grande casa di Sir Daniel era stata presa d'assalto. Le porte pendevano a pezzi dai cardini, e una duplice calca continuava a entrare e uscire dall'ingresso, cercando e portandosi via il bottino. Frattanto, ai piani superiori, ancora si offriva un po' di resistenza ai saccheggiatori, infatti proprio mentre Dick giungeva in vista dell'edificio, fu spalancata una finestra dall'interno e un disgraziato in azzurro e amaranto, che urlava e cercava di difendersi, fu forzato attraverso l'apertura e scaraventato sotto nella via. La più straziante apprensione s'impadronì di Dick. Corse avanti come un forsennato, si fece strada nella casa respingendo a forza quelli che gli si paravano davanti, e salì di corsa alla camera del terzo piano, dove l'ultima volta si era separato da Joanna. Non era che una rovina: i mobili erano stati rovesciati, gli armadi sventrati, e in un angolo il lembo di un arazzo trascinato fumigava tra le ceneri ancora ardenti del camino. Dick, quasi senza pensare, calpestò quella incipiente conflagrazione; e poi si fermò sbalordito. Sir Daniel, Sir Oliver, Joanna, erano tutti spariti; ma se massacrati nella disfatta o fuggiti in salvo da Shoreby, chi poteva dirlo? Afferrò per la cotta un arciere che passava. - Ehi tu - domandò, - eri qui quando è stata presa questa casa? - Lasciatemi - disse l'arciere. - Peste! Lasciatemi, o ve le prendete. - Ma sentilo - gli fece Dick di rimando. - E' un faccenda da vedersi a due. Sta' fermo e rispondi. Ma l'uomo, eccitato dal vino e dalla battaglia, colpì Dick alla spalla con una mano, e con l'altra si liberò la cotta. Allora tutta la furia del giovane capo sfuggì al suo controllo. Afferrò l'uomo in una stretta violenta e lo schiacciò contro le piastre della sua corazza come un bambino, poi tenendolo a braccia distese, gli ordinò di parlare se gli premeva la vita. - Grazia, vi chiedo grazia! - ansimò l'arciere. - Se avessi pensato che eravate così indemoniato mi sarei guardato bene dal contrariarvi. Sì, mi trovavo qui. - Conosci Sir Daniel? - incalzò Dick. - Lo conosco bene - rispose l'uomo. - Era in casa? - C'era, signore - rispose ancora l'arciere; - ma proprio mentre entravamo per la porta del cortile, lui fuggiva a cavallo dal giardino. - Solo? - gridò Dick. - Poteva avere con sé una ventina di lance - disse l'uomo. - Lance! Non donne, dunque? - chiese Shelton - In verità non ne ho viste - disse l'arciere. - Ma non ce n'era nessuna in casa, se è questo che volete sapere. - Grazie - disse Dick. - Eccoti una moneta per il disturbo. - Ma frugandosi nella tasca, Dick non trovò nulla. - Chiedi di me domani - soggiunse, - Richard Shelt... Sir Richard Shelton - corresse, - e ti farò generosamente ricompensare. E allora un'idea colpì Dick. Discese in fretta nel cortile, attraversò di tutta corsa il giardino, e giunse al grande portale della chiesa. Era spalancato; dentro, ogni angolo del pavimento brulicava di cittadini fuggitivi, circondati dalle famiglie e carichi dei loro beni preziosi, mentre all'altare maggiore i preti, in paramenti solenni, imploravano la misericordia di Dio. Proprio all'entrare di Dick, un coro altisonante prese a rimbombare sotto le volte. Si affrettò attraverso i gruppi dei rifugiati, e giunse alla porta della scala che saliva al campanile. E lì un sacerdote d'alta statura gli si parò innanzi arrestandone il passo. - Dove andate, figlio mio? - domandò severamente. - Padre - rispose Dick, - sono qui in missione militare, non mi trattenete. Comando qui per Lord Gloucester. - Per Lord Gloucester? - ripeté il prete. - La battaglia è andata dunque così male? - La battaglia, padre, è finita, Lancaster è in fuga, Lord Risingham, il cielo l'abbia in pace!, è rimasto sul campo. Ed ora, con vostra buona pace, perseguo il mio compito. - E spingendo da parte il prete, che sembrava stupefatto delle notizie, Dick aprì di colpo la porta e si precipitò su per le scale a quattro gradini alla volta, senza sostare e senza inciampare, finché non uscì sulla piattaforma in cima. Il campanile di Shoreby non soltanto dominava la città come una mappa, ma guardava lontano, d'ambo i lati, la terra e il mare. Era vicino il mezzogiorno, la giornata chiarissima, la neve abbagliante. E come Dick si guardò intorno, poté misurare le conseguenze della battaglia. Un rumoreggiare cupo e confuso saliva fino a lui dalle strade, e di tanto in tanto, ma assai raramente, il cozzare dell'acciaio. Non una nave, neppure una barchetta, rimaneva nel porto; ma il mare era disseminato di vele e di imbarcazioni a remi cariche di fuggitivi. Anche a terra la superficie delle praterie nevose era interrotta da gruppi di uomini a cavallo, alcuni dei quali cercavano di aprirsi la strada verso i margini della foresta, mentre altri, senza dubbio dalla parte di York, vigorosamente li affrontavano e li ributtavano verso la città. Su tutta la piana giaceva una quantità straordinaria di uomini e cavalli caduti, stagliati di netto sulla neve. A completare il quadro, quelli dei fanti che non avevano trovato posto in un battello, ancora impegnavano combattimento con archi alle estremità del porto, e al riparo delle taverne lungo la riva. Anche in quel quartiere una casa o due erano state date alle fiamme, e il fumo torreggiava alto nel sole pallido e si sperdeva lontano sul mare in enormi volute. Già al margine della foresta e più o meno nella direzione di Holywood, un particolare gruppetto di gente a cavallo in fuga attirava l'attenzione del giovane osservatore sulla torre. Era piuttosto numeroso; in nessun altro punto del campo di battaglia tanti Lancasteriani si tenevano ancora così uniti; avevano perciò lasciato sulla neve un'ampia scia ben visibile, e Dick poté seguirne la traccia passo per passo da dove avevano lasciato la città. Mentre Dick li osservava, avevano raggiunto senza incontrare opposizione i primi alberi della foresta spoglia e, mentre deviavano leggermente, il sole cadde un istante in pieno sul drappello, facendolo spiccare contro il fondo cupo del bosco. - Amaranto e azzurro! - gridò Dick. - Lo giurerei: amaranto e azzurro! L'attimo dopo scendeva a precipizio dalla scala Doveva ora andare in cerca del duca di Gloucester che, solo, nel disordine delle forze, sarebbe stato in grado di fornirgli un numero sufficiente di uomini. La lotta nel cuore della città era ormai praticamente al termine; e mentre Dick correva di qua e di là, cercando il comandante le strade erano fitte di soldati vaganti, alcuni carichi di bottino tanto da non poter reggere e vacillarci sotto, altri ubriachi e urlanti. Nessuno di loro, interrogato, aveva la più vaga idea di dove si trovasse il duca; e infine fu per pura buona sorte che Dick lo trovò, intento in sella a dirigere le operazioni per sloggiare gli arcieri dalla parte del porto. - Sir Richard Shelton, siate il benvenuto - disse. - Vi devo una cosa che valuto poco, la vita; e una di cui non potrò mai ripagarvi, questa vittoria. Catesby, se avessi dieci capitani come Sir Richard, marcerei dritto su Londra. Ma ora, signore, chiedete la vostra ricompensa. - Volentieri, mio signore - disse Dick, - volentieri e a voce alta. Un uomo è fuggito, contro il quale ho dei rancori, e si è portato con sé una persona alla quale devo amore e devozione. Datemi dunque cinquanta lance, ché io possa inseguirlo; e vi dichiaro libero di qualsiasi obbligazione che la grazia vostra voglia concedermi. - Come si chiama costui? - s'informò il duca. - Sir Daniel Brackley - rispose Richard - Addosso a lui, al traditore! - gridò Gloucester. - Questa non è una ricompensa, Sir Richard; è un nuovo servizio che mi offrite e, se mi riporterete la sua testa, sarà un nuovo debito sulla mia coscienza. Catesby, dategli queste lance; e voi intanto, signore, pensate al piacere, all'onore o al profitto di cui vi rimango debitore. Proprio in quel momento quelli di York, intenti alle loro scaramucce, presero di mira una delle taverne della riva, assalendola da tre lati e spingendone fuori o catturando i difensori. Il Gobbo si compiacque dell'impresa e, spingendo un po' più vicino il cavallo, volle vedere i prigionieri. Erano quattro o cinque: fra essi due uomini di Lord Shoreby e uno di Lord Risingham, e ultimo, ma non il meno importante agli occhi di Dick, un vecchio marinaio brizzolato, alto, pesante, mezzo ubriaco, con un cane che gli guaiva e gli saltava alle calcagna. Il giovane duca li squadrò un momento severamente. - Bene - disse. - Impiccateli. E si voltò dall'altra parte per osservare come procedesse la battaglia. - Signore - disse Dick, - se vi piace, ho trovato la mia ricompensa. Accordatemi la vita e la libertà di questo vecchio marinaio. Gloucester si volse e lo guardò in faccia. - Sir Richard - disse, - io non faccio guerra con penne di pavone, ma con frecce d'acciaio. Quelli che sono miei nemici li uccido, e senza scuse o favori. Perché, pensate, in questo regno d'Inghilterra così fatto a brandelli non c'è uno dei miei uomini che non abbia un fratello o un amico nell'altro partito. Se comincio dunque a concedere di simili perdoni, farei meglio a ringuainare la spada. - Può essere, signore; ma sarò quanto mai ardito, e a rischio d'incorrere in vostra disgrazia vi ricordo la vostra promessa - replicò Dick. Richard di Gloucester avvampò. - Fate bene attenzione - disse con durezza. - Non mi piacciono né la misericordia né i misericordiosi. Voi avete oggi gettato le basi di una grande fortuna. Se mi mettete di fronte alla mia parola, di cui mi sono fatto garante, cederò. Ma per la gloria del cielo, qui cessa il vostro favore! - La perdita è mia! - disse Dick. - Dategli il suo marinaio - disse il duca; e, girato il cavallo, voltò le spalle al giovane Shelton. Dick non fu né contento né dispiaciuto. Aveva visto troppo del giovane duca per fare troppo affidamento sul suo affetto; e l'origine e l'accrescimento del favore nei suoi riguardi erano stati troppo superficiali e troppo rapidi per ispirare molta fiducia. Una cosa sola temeva: che il vendicativo duca revocasse l'offerta delle lance. Ma in questo non rendeva giustizia né all'onore (come che fosse) di Gloucester, né, soprattutto, alla sua fermezza. Se già una volta aveva giudicato Dick l'uomo adatto a inseguire Sir Daniel non era tipo da mutar parere; e lo dimostrò subito gridando a Catesby di affrettarsi, perché il paladino stava aspettando. Intanto Dick si volse al vecchio marinaio, che era sembrato ugualmente indifferente alla condanna come alla liberazione seguita. - Arblaster - disse Dick, - vi ho fatto del male; ma ora, per la croce, penso di essermi sdebitato. Ma il vecchio lupo di mare non fece che rivolgere uno sguardo opaco, e tacere. - Suvvia! - continuò Dick. - Una vita è una vita, vecchio brontolone, e vale più delle navi e del vino. Ditemi che mi perdonate; perché se per voi la vostra vita non vale niente, a me è costata l'inizio della mia fortuna. Via, l'ho pagata cara; non tenetemi il broncio a quel modo. - Se avessi avuto la mia nave - disse Arblaster, - me ne sarei stato lontano e al sicuro in alto mare... io e il mio marinaio Tom. Ma voi vi siete presa la mia nave, compare, e io sono un mendicante; e quanto al mio Tom un villano mascalzone me l'ha ammazzato. «Peste» ha detto lui cadendo, e poi non ha parlato più. «Peste» è stata la sua ultima parola, e ha reso quella sua povera anima. Non navigherà mai più, il mio Tom. Dick fu preso da un senso vano di rimorso e di pietà; cercò di afferrare la mano del marinaio, ma Arblaster si ritrasse a quel tocco. - No - disse, - lasciate andare. Avete fatto la parte del diavolo con me, e fatevelo bastare. Le parole morirono in gola a Richard. Vide, attraverso le lacrime, il povero vecchio, istupidito dal vino e dal dolore, andarsene via vacillando sulla neve col suo passo pesante, a testa bassa, senza badare al cane che gli guaiva alle calcagna; e per la prima volta cominciò a comprendere il gioco disperato che noi giochiamo nella vita, e come una cosa che una volta fatta non possa essere mutata o rimediata da nessun pentimento. Ma non gli fu lasciato tempo per abbandonarsi a vani rimpianti Catesby aveva ora radunato gli uomini a cavallo, e cavalcando verso Dick saltò a terra e gli offrì il suo cavallo. - Questa mattina - disse, - ero un po' geloso del vostro favore; non è stato di lunga durata, però; e adesso, Sir Richard, è con tutto ii cuore che vi offro questo cavallo perché ve ne andiate. - Concedetemi ancora un momento - replicò Dick. - Questo mio favore... su che cosa era fondato? - Sul vostro nome - rispose Catesby. - E' la più forte superstizione del mio signore. Se io mi chiamassi Richard, sarei conte domani. - Ebbene, signore, vi ringrazio - gli disse Dick; - e siccome è assai poco probabile che io possa seguire queste grandi fortune, vi dico addio. Non pretendo di essermi dispiaciuto a pensarmi sul cammino della fortuna; ma non pretendo neppure di affliggermi troppo perché è finita così. Potere e ricchezza sono belle cose, non c'è dubbio; ma a dirvela in un orecchio... quel vostro duca è un ragazzo terrificante. Catesby rise. - Già - disse, - in verità chi cavalca con Dick il Gobbo andrà lontano. Bene, Dio ci guardi tutti dal male! Buon viaggio. Dopo di che Dick si mise alla testa dei suoi uomini e, dato il segnale della partenza, si allontanò. Traversò dritto la città, seguendo quello che supponeva essere stato il cammino di Sir Daniel, e spiando intorno qualsiasi indizio che l'assicurasse di non ingannarsi. Le strade erano sparse di morti e di feriti la cui sorte, nel rigore di quel gelo, era ancora più pietosa. Bande di vincitori andavano di casa in casa saccheggiando e sciabolando, e a volte cantando in coro lungo il cammino. Da diversi quartieri, mentre passava, giungevano alle orecchie del giovane Shelton i suoni della violenza e dell'oltraggio; ora colpi di maglio su qualche porta barricata, ora gli urli strazianti delle donne. Il cuore di Dick si era destato. Aveva poco prima contemplato le crudeli conseguenze del suo proprio comportamento; e il pensiero di tutta la miseria che ora imperversava in ogni angolo di Shoreby lo riempiva di disperazione. Raggiunse infine i sobborghi e là vide allungarsi davanti a sé, senza alcun dubbio, la medesima traccia larga e battuta sulla neve che aveva osservato dall'alto del campanile. Allora affrettò il passo; ma sempre, cavalcando, teneva d'occhio gli uomini e i cavalli caduti lungo quella traccia. Molti, notò con sollievo, portavano i colori di Sir Daniel e riconobbe perfino i volti di qualcuno che giaceva sul dorso. A mezza strada circa fra la città e la foresta, quelli che stava inseguendo dovevano essere stati attaccati dagli arcieri; poiché i cadaveri erano sparsi molto più fitti, ciascuno trapassato da una freccia. E a quel punto Dick scorse in mezzo agli altri il corpo di un giovanissimo ragazzo, i cui lineamenti gli parvero singolarmente familiari. Arrestò la sua truppa, scese da cavallo, e sollevò la testa del ragazzo. Il cappuccio ricadde indietro e ne rotolò fuori una profusione di lunghi capelli bruni. Nel medesimo istante gli occhi si aprirono. - Ah! cacciatore di leoni! - disse una debole voce. - Lei è più avanti. Correte... correte presto! E la povera giovanetta svenne di nuovo. Uno degli uomini di Dick aveva con sé una fiaschetta piena di un forte cordiale, e con quello Dick riuscì a farla rinvenire. Poi si prese in sella l'amica di Joanna e cominciò a spingersi verso la foresta. - Perché mi prendete? - disse la ragazza. - Non fate che ritardare il vostro cammino. - Madamigella Risingham - rispose Dick. - Shoreby è piena di sangue e d'ubriachezza e di disordine. Qui siete al sicuro. State calma. - Non voglio essere obbligata a nessuno del vostro partito - gridò lei; - mettetemi giù. - Signora, non sapete quello che dite - ribatté Dick. - Siete ferita... - No che non lo sono. E' il mio cavallo che m'hanno ucciso. - Non ha alcuna importanza - insisté Richard. - Siete qui allo scoperto in mezzo alla neve, e circondata da nemici. Che vogliate o no, vi porto con me. E sono felice dell'occasione; così ripagherò un po' del nostro debito. Per qualche tempo la giovane donna rimase in silenzio. Poi all'improvviso domandò: - Mio zio? - Lord Risingham? - rispose Dick. - Vorrei avere buone notizie da darvi, signora; ma non ne ho. L'ho visto una volta nella battaglia, e una volta sola. Speriamo bene. NOTTE NEI BOSCHI: ALICIA RISINGHAM. Era quasi certo che Sir Daniel si fosse diretto a Moat House; ma, considerando la neve alta, l'ora tarda, e la necessità urgente di evitare le poche strade e di passare per il bosco, era ugualmente certo che non poteva sperare di giungervi prima dell'indomani. Due erano le vie aperte per Dick: continuare a seguire la traccia del cavaliere e, se possibile, piombargli addosso quella notte stessa in campo, o prendere un diverso cammino e tentare di frapporsi tra Sir Daniel e la sua destinazione. Ambedue i partiti presentavano seri inconvenienti, e Dick, che temeva di esporre Joanna ai rischi di un combattimento, non aveva ancora preso una decisione quando raggiunse i margini della foresta. In quel punto Sir Daniel aveva piegato un poco a sinistra per tuffarsi difilato in un folto d'alberi altissimi. Il suo gruppo aveva serrato le file per passare fra gli alberi e la traccia in proporzione si era fatta più profonda sulla neve. L'occhio la seguiva, sotto la ramatura nuda delle querce, e correva dritta e sottile; i tronchi la sovrastavano, con i nodi contorti e la gran selva dei rami levati verso il cielo; non s'udiva un rumore, né d'uomo né d'animali; neppure il frullio d'un pettirosso; e sulla distesa della neve il sole invernale veniva a posarsi dorato in mezzo a ombre intricate. - Che ne dite voi? - domandò Dick a uno dei suoi uomini: - continuare dritti, o tagliare per Tunstall? - Sir Richard - rispose l'armigero, - io seguirei le tracce fino al punto in cui si sparpagliano. - Avete senza dubbio ragione - replicò Dick; - ma siamo partiti in gran fretta per la nostra missione, come l'occasione esigeva. Qui non ci sono case, né per ottenere del cibo né per ripararci, e domani all'alba ci ritroveremo con le dita ghiacciate e lo stomaco vuoto. Che ne dite, ragazzi? Volete sopportare il disagio per amore della spedizione, o passiamo per Holywood e vi ceniamo? Visto che la sorte è alquanto dubbia, non forzerò nessuno; ma se volete farvi guidare da me, io sarei per il primo partito. Gli uomini risposero, quasi ad una voce, che avrebbero seguito Sir Richard dovunque volesse. E Dick, spronando il cavallo, riprese l'inseguimento. La neve lungo la traccia era stata profondamente battuta, e gli inseguitori si trovavano così ad avere un grande vantaggio sugli inseguiti. Avanzavano invero di buon trotto; duecento zoccoli che battevano alternativamente lo spessore sordo della neve, e il tintinnio delle armi e lo sbuffare dei cavalli che levavano una voce di guerra sotto le arcate della selva silenziosa. Ora l'ampia traccia dei fuggitivi sboccava sulla strada maestra di Holywood; lì, per un breve tratto, diventava quasi indistinta; e, dove riprendeva inoltrandosi sulla neve intatta dal lato opposto, Dick fu sorpreso di vederla più ristretta e più leggera. Evidentemente, approfittando della strada, Sir Daniel aveva già cominciato a sparpagliare la sua truppa. In ogni caso, una probabilità essendo uguale all'altra, Dick continuò a seguire la traccia dritta; la quale, dopo una cavalcata di un'ora che lo portò nel fitto della foresta, improvvisamente si divise come una granata che esploda, in una ventina di altre tracce minori, dirette in ogni parte. Dick tirò le redini disperato. Il breve giorno invernale volgeva alla fine; il sole, d'un arancione spento, senza raggi, galleggiava basso fra i rami nudi; le ombre si allungavano di miglia sulla neve; il gelo mordeva crudele le unghie; e il fiato e il vapore della traspirazione dei cavalli saliva in una gran nuvola. - Ebbene, siamo stati giocati - confessò Dick. - Andiamocene allora a Holywood, in fin dei conti. Ci rimane sempre più vicino di Tunstall... almeno a giudicare dalla posizione del sole. Così presero a sinistra, voltando le spalle al disco rosso del sole, e si diressero all'abbazia attraverso la campagna. Ma ora le condizioni erano cambiate; non potevano più filare svelti su un cammino ben battuto e indurito dal passaggio dei nemici, e verso una meta tracciata da quello stesso cammino. Ora dovevano fendere a passo guardingo l'ingombro della neve, fermandosi di continuo per decidersi sulla direzione, di continuo affondando nei cumuli. Presto il sole li abbandonò, cadde il chiarore a occidente; e in breve si trovarono a errare nell'ombra della notte nera sotto gelide stelle. In verità la luna avrebbe presto illuminato la cima delle colline, e avrebbero potuto riprendere la marcia. Ma fino a quel momento ogni passo avanzato a caso li avrebbe potuti allontanare dal giusto cammino. Non rimaneva altro da fare che accamparsi e attendere. Furono poste le sentinelle; un tratto di terreno fu sgombrato dalla neve, e dopo qualche vano tentativo vi fu acceso nel mezzo un bel fuoco. Gli uomini sedettero attorno a quel focolare silvestre, dividendosi le provviste che avevano con sé e passandosi le fiaschette; e Dick, radunati i bocconi più delicati di quel cibo modico e grossolano, li portò alla nipote di Lord Risingham, che se ne stava seduta in disparte contro un albero, a distanza dai soldati. Sedeva su una coperta da cavalli, ravvolta in un'altra, e teneva lo sguardo fisso davanti a sé, volto alla scena illuminata dal fuoco. All'offerta di cibo trasalì, come destandosi da un sogno, e rifiutò silenziosamente. - Signora - disse Dick, - ve ne supplico, non mi punite con tanta crudeltà. In che cosa v'abbia offesa, non so; è vero che vi ho portata via, ma con amichevole violenza; è vero che vi ho esposta all'inclemenza della notte, ma la fretta che mi spinge ha per fine la salvezza di un'altra persona, non meno fragile e indifesa di voi. Almeno, signora, non punite voi stessa; e mangiate, se non per appetito, almeno per tenervi in forza. - Non mangerò nulla che mi venga dalle mani che hanno assassinato un mio parente - rispose l'altra. - Cara signora, - esclamò Dick, - vi giuro sulla croce che io non l'ho toccato. - Giuratemi che è ancora vivo - ribatté la fanciulla. - Non starò a tergiversare con voi - rispose Dick. - La pietà mi comanda di ferirvi. In cuor mio sono convinto che sia morto. - E mi chiedete di mangiare! - gridò lei. - Già, e vi chiamano «sir»! Vi siete guadagnati gli speroni con l'assassinio del mio caro zio; e se io non fossi stata sciocca e traditrice allo stesso tempo, salvandovi nella casa del vostro nemico, voi sareste morto e lui... lui che ne valeva dodici di voi... lui sarebbe vivo. - Io ho compiuto il mio dovere di uomo come meglio ho potuto, e proprio come ha fatto vostro zio dall'altra parte - rispose Dick. - Se ancora vivesse, e vi giuro che lo vorrei, mi loderebbe, invece di biasimarmi. - Sir Daniel me l'ha detto - insisté la piccola dama. - Vi ha visto sulla barricata. Contro di voi, ha detto, il loro partito è crollato; siete stato voi a vincere la battaglia. E dunque siete stato voi a uccidere il mio caro Lord Risingham, come se l'aveste strangolato proprio voi. E vorreste che io mangiassi in vostra compagnia... con le vostre mani non ancora lavate del sangue? Ma Sir Daniel ha giurato la vostra rovina. Sarà lui a vendicarmi! Il povero Dick era sprofondato nell'avvilimento. Gli tornò in mente il vecchio Arblaster, e si lasciò sfuggire un gemito profondo. - Mi ritenete così colpevole? - disse; - voi che m'avete difeso... che siete l'amica di Joanna? - Che cosa vi ha spinto alla battaglia? - ritorse la fanciulla. - Voi non siete di nessun partito; non siete che un ragazzo... tutto gambe e tronco, senza discernimento di giudizio o di ragione! Perché avete combattuto? Per puro amore di carneficina, vivaddio! - Già... - proruppe Dick, - non so. Ma così come si trova il regno d'Inghilterra, se un povero gentiluomo non combatte da una parte, deve per forza combattere dall'altra. Non può far parte per se stesso, non è nella natura delle cose. - Chi non ha discernimento non dovrebbe sguainare la spada - ribatté la giovane dama. - Voi che vi battete a caso, che altro siete se non un macellaio? La guerra è nobile soltanto per la sua causa, e voi l'avete disonorata. - Signora - disse il povero Dick, - vedo in parte il mio errore. Ho avuto troppa fretta; ho voluto agire anzitempo. Ho già rubato una nave, pensando, lo giuro, di far del bene, e causando così la morte di molti innocenti e l'affanno e la rovina di un povero vecchio, il cui volto, proprio oggi, al solo vederlo mi ha colpito come una pugnalata. E questa mattina, non volevo che acquistarmi merito e fama per sposarmi, e invece, ecco qua!, ho procurato la morte del vostro caro zio che era stato buono con me. E non so che cos'altro ancora. Perché, ahimè!, posso aver messo York sul trono, il che potrebbe anche essere il peggior partito, e recar danno all'Inghilterra. Oh, signora, mi rendo conto della mia colpa. Sono inetto alla vita. Per penitenza e per evitare mali peggiori, una volta terminata quest'avventura, mi chiuderò in un chiostro. Rinuncerò a Joanna e al mestiere delle armi. Sarò frate, e pregherò tutti i giorni miei per l'anima del vostro buon zio. Sembrò a Dick, al colmo dell'umiliazione e del pentimento, che la piccola dama avesse riso. Alzando gli occhi vide che lo fissava al chiarore del fuoco, con un'espressione piuttosto singolare, ma non priva di dolcezza. - Signora - esclamò, convincendosi che il riso udito non fosse stato che un inganno alle sue orecchie, ma, per l'espressione mutata di lei, sperando di averle toccato il cuore, - signora, questo non vi basta? Rinuncio a tutto per rimediare in qualche modo al male che ho fatto; assicurerò il cielo a Lord Risingham. E tutto questo proprio il giorno che mi sono guadagnato i miei speroni, e mi ritenevo il più felice giovane gentiluomo della terra. - Ah, ragazzo - disse lei, - ragazzo buono! E poi, con estrema sorpresa di Dick, per prima cosa gli asciugò teneramente le lacrime sulle guance, e quindi, come cedendo a un impulso improvviso, gli gettò le braccia al collo, attirò a sé il suo viso e lo baciò. Un perplesso sbigottimento colmò l'anima semplice di Dick. - Suvvia! - disse la fanciulla tutta allegra, - voi che siete un capitano, dovete mangiare. Perché non cenate? - Cara madama Risingham - rispose Dick, - ho soltanto servito prima la mia prigioniera; ma, a dire il vero, la penitenza non mi permetterà più di tollerare la vista del cibo. Farei meglio a digiunare, mia signora, e a pregare. - Chiamatemi Alicia - disse lei; - non siamo vecchi amici? E ora, via, mangerò con voi, boccone per boccone, sorso per sorso; se non mangiate voi, non mangerò neppure io; ma se voi mangiate di cuore, io mangerò con l'appetito di un aratore. Non pose tempo in mezzo a cominciare; e Dick, che aveva uno stomaco eccellente, si mise a farle compagnia, dapprima con grande riluttanza, ma a poco a poco entrando in quell'ordine di idee, con sempre maggior vigore e devozione; finché dimenticò alla fine di conformarsi al suo modello e di gran gusto riparò al dispendio di energia e di eccitamento di quella sua giornata. - Cacciatore di leoni - disse infine la damigella, - non ammirate una ragazza in giustacuore maschile? La luna era alta, adesso; e si attendeva soltanto che i cavalli stanchi fossero riposati. Al lume della luna, l'ancora penitente ma ora ristorato Richard si accorse che Alicia lo guardava con una certa civetteria. - Signora... - balbettò, sorpreso di questo nuovo mutamento di modi. - Ma no - l'interruppe lei, - non serve negarlo; Joanna me l'ha detto; coraggio, cacciatore di leoni, guardatemi... sono proprio tanto bruttina? Via! E gli lanciò uno sguardo ardente. - Siete veramente piuttosto piccolina... - prese a dire Dick. E qui l'altra di nuovo l'interruppe, questa volta con uno scoppio di riso argentino che finì di confonderlo e sbigottirlo. - Piccolina! - esclamò. - Andiamo, ora, siate onesto quanto siete prode; sono una nana, o poco più; ma anche così... vediamo, ditemi, anche così, abbastanza graziosa da essere guardata, no? - Ma certo, signora graziosissima - disse l'imbarazzato cavaliere, pietosamente cercando di sembrare disinvolto. - E un uomo si stimerebbe assai contento di sposarmi? - insisté l'altra. - Oh, signora, contentissimo! - ammise Dick. - Chiamatemi Alicia. - Alicia - ripeté Sir Richard. - Ebbene, allora, cacciatore di leoni - continuò la fanciulla, - dato che mi avete ucciso lo zio e mi avete lasciata senza sostegno, voi mi dovete in onore una riparazione, non è vero? - Certo, signora - disse Dick. - Sebbene, sull'anima mia, io non mi ritenga che solo in parte responsabile della morte di quel prode cavaliere. - Volete sfuggirmi? - proruppe Alicia. - No, signora. Ve l'ho detto; e a una vostra parola, sono pronto a farmi frate - affermò Richard. - Dunque, sul vostro onore, voi mi appartenete? - concluse l'altra. - Sul mio onore, signora, io suppongo... - cominciò il giovane. - Là là! - fu interrotto; - voi siete pieno di trabocchetti. Sul vostro onore voi mi appartenete, finché non avrete riparato al mal fatto? - Sul mio onore, certo - disse Dick. - Sentite, allora - continuò la piccola dama. - Come frate, sono convinta che fareste una ben misera riuscita; e siccome posso disporre di voi a mio piacere, mi adatterò a prendervi per marito. No, niente chiacchiere adesso! - esclamò. - Non vi servirebbe a niente. Considerate invece quanto sia giusto per voi, che mi avete privata di una casa, me ne offriate un'altra. E quanto a Joanna, sarà lei la prima, credetemi, ad approvare il cambio; perché dopo tutto, visto che siamo care amiche, che importa quale delle due sposiate? Proprio niente! - Signora - disse Dick, - mi ritirerò in un chiostro, se vi piacerà ordinatemelo; ma sposarmi con chiunque in questo vasto mondo che non sia Joanna Sedley è quanto non consentirò mai di fare, né per violenza di uomo né per compiacere una donna. Perdonatemi se esprimo con franchezza il mio schietto pensiero; ma là dove una fanciulla è tanto ardita un pover'uomo deve essere ancora più ardito. - Dick - disse Alicia, - caro, caro ragazzo, quanto a bontà di cuore, dolcezza, onestà, voi avete tutto; se potessi indurmi a invidiare qualche cosa alla vostra Joanna, le invidierei il vostro amore. NOTTE NEI BOSCHI: DICK E JOANNA. I cavalli intanto avevano finito la loro piccola provvista di biada, e si erano perfettamente riposati delle loro fatiche. A un comando di Dick il fuoco fu spento nella neve; e mentre i suoi uomini si rimettevano stancamente in sella, ricordandosi un po' tardi di una buona precauzione da prendere in terreno boscoso, scelse un'alta quercia e si arrampicò agile fino in cima. Di lassù poté scrutare lontano la foresta illuminata dalla luna e ammantata di neve. A sud- ovest, scura contro l'orizzonte, si levava la zona collinosa coperta di eriche dove lui e Joanna erano incorsi nella paurosa avventura del lebbroso. E là gli colpì l'occhio un punto luminoso rossastro, non più grande di una cruna di un ago. Si biasimò aspramente della propria negligenza. Se era quello, come ne aveva tutta l'aria, il bagliore del bivacco di Sir Daniel, avrebbe dovuto avvistarlo già molto prima e dirigere la marcia da quella parte; soprattutto non avrebbe dovuto, a nessun costo, annunciare la sua presenza accendendo un fuoco per proprio conto. Ma ora non doveva più sciupare ore preziose. Il cammino diretto verso quelle alture sembrava lungo circa due miglia; ma attraversava una valletta assai profonda e dirupata, inaccessibile a uomini a cavallo; e per fare presto sembrò consigliabile a Dick abbandonare i cavalli e tentare l'avventura a piedi. Dieci uomini furono lasciati a guardia dei cavalli; furono convenuti dei segnali per comunicare in caso di bisogno; e Dick s'incamminò alla testa degli altri, con Alicia Risingham che gli camminava coraggiosamente al fianco. Gli uomini si erano liberati dall'armatura pesante e si erano lasciati dietro le lance; e marciavano ora di buon animo sulla neve gelata, al lume esilarante della luna. La discesa nella valle, dove un ruscello scorreva facendosi strada singhiozzando tra la neve e il ghiaccio, fu compiuta in silenzio e in ordine; e giunti dall'altra parte, ormai a meno di mezzo miglio dal punto in cui Dick aveva visto il barlume del fuoco, il piccolo drappello si arrestò a prender fiato prima dell'attacco. Nel gran silenzio del bosco i più piccoli rumori potevano udirsi da lontano; e Alicia, che aveva orecchio finissimo, levò un dito in segno d'ammonimento e si piegò in avanti ad ascoltare. Tutti seguirono l'esempio; ma tranne il borbottio soffocato del ruscello subito dietro nella valle e lo squittire d'una volpe a distanza di parecchie miglia nella foresta, neppure il soffio d'un respiro giunse all'orecchio di Dick, per quanto si sforzasse di ascoltare. - Eppure è certo che ho sentito un crosciare di bardature - sussurrò Alicia. - Signora - replicò Dick, a cui quella piccola dama faceva più paura di dieci robusti guerrieri, - non sarò io a insinuare che vi possiate essere sbagliata; ma il rumore potrebbe provenire dall'uno o dall'altro degli accampamenti. - Non veniva di là. Veniva dall'ovest - affermò lei. - Sia quello che sia - ribatté Dick; - e come piacerà al cielo. Non ce ne curiamo, ma affrettiamoci ad andare avanti, e vediamo di che si tratta. Su, amici: basta riposarci. A mano a mano che avanzavano, la neve appariva sempre più calpestata da zoccoli di cavallo, ed era chiaro che si stavano avvicinando all'accampamento d'una considerevole forza d'armati a cavallo. Non passò molto che scorsero il fumo salire fra gli alberi, rossastro alla base e sprizzante vivide scintille. E qui, seguendo gli ordini di Dick, i suoi uomini cominciarono a spargersi, strisciando furtivi fra i rovi, per circondare d'ogni lato il campo nemico. Egli stesso, dopo aver messo Alicia al riparo di una grossa quercia, prese a scivolare piano piano in direzione del fuoco. Alfine, attraverso un diradarsi del bosco, abbracciò con l'occhio la scena dell'accampamento. Il fuoco era stato acceso su un rialzo del terreno tutto coperto d'erica, circondato su tre lati da fitti cespugli, e ardeva ora veemente, sonoramente crepitando e lanciando fiamme. Vi sedevano intorno una buona dozzina di persone, ben ammantate; ma per quanto la neve all'ingiro apparisse calpestata da un reggimento, Dick cercò invano di scorgere un cavallo. Cominciò ad avere un terribile sospetto d'essere stato giocato. Nel medesimo istante, in un uomo alto con l'elmo d'acciaio che teneva le mani aperte alla fiamma, riconobbe il suo vecchio amico e sempre benevolo nemico Bennet Hatch; e in altri due, seduti un poco indietro, ravvisò, malgrado il travestimento maschile, Joanna Sedley e la moglie di Sir Daniel. - Ebbene - si disse, - anche se perdo i cavalli, che io mi prenda la mia Joanna, e poi di che dovrei lamentarmi? In quel momento, dall'altra parte dell'accampamento, giunse un leggero fischio, ad annunciare che i suoi uomini avevano raggiunto le loro posizioni e l'accerchiamento era completo. A quel suono Bennet balzò in piedi; ma prima che avesse avuto il tempo di afferrare le armi, Dick lo chiamò. - Bennet - disse, - Bennet, vecchio amico, arrendetevi. Non fareste che spargere del sangue invano, se resistete. - E' "Master" Shelton, per Santa Barbara! - gridò Hatch. - Arrendermi? Chiedete molto. Che forza avete voi? - Vi dico, Bennet, che siete sopraffatto per numero e circondato - rispose Dick. - Cesare e Carlomagno chiederebbero quartiere. Ho quaranta uomini che obbediscono a un mio fischio, e con una sola scarica di frecce posso finirvi tutti. - "Master Dick" - disse Bennet, - vado contro il mio cuore stesso; ma devo fare il mio dovere. I santi vi aiutino! - E in così dire si portò alla bocca una piccola tromba e lanciò un appello squillante. Seguì un momento di confusione; poiché, mentre Dick, temendo per le donne, ancora esitava a dar ordine di tirare, la piccola banda di Hatch aveva afferrate le armi e si era disposta schiena contro schiena come per una resistenza accanita. In quel movimentato spostarsi, Joanna balzò su e corse come una freccia a fianco del fidanzato. - Qua, Dick! - gridò, prendendogli la mano nelle sue. Ma Dick rimase ancora irresoluto; era proprio troppo giovane per le più deplorevoli necessità della guerra, e il pensiero della vecchia Lady Brackley gli arrestava il comando sulla lingua. I suoi uomini si fecero irrequieti. Alcuni l'invocarono per nome, urlando; altri, per conto loro, cominciarono a tirare; e alla prima scarica il povero Bennet morse la polvere. Allora Dick si scosse. - Avanti! - gridò. - Tirate, ragazzi, e rimanete al coperto, Inghilterra e York! Ma proprio in quell'istante il sordo calpestio di molti cavalli sulla neve si levò improvviso nel cupo silenzio della notte, e con incredibile velocità si faceva sempre più vicino e rimbombava sempre più forte. Contemporaneamente altre trombe ripeterono più volte in risposta l'appello di Hatch. - A me, a me! - urlò Dick. - Adunata qui! Adunata, per la vostra vita. Ma gli uomini, a piedi, sparsi, sorpresi nel momento in cui contavano su un facile trionfo, cominciarono invece a indietreggiare separatamente, e si fermarono esitanti o si dispersero fra i cespugli. E quando i primi armati a cavallo si precipitarono caricando dai sentieri della foresta e spingendo selvaggiamente i cavalli nel sottobosco, pochi sperduti furono rovesciati o infilzati in mezzo ai rovi, ma il grosso della truppa di Dick si era semplicemente dissolto al rumore del loro avvicinarsi. Dick rimase un momento a considerare con amarezza i frutti della sua precipitata e insensata prodezza. Sir Daniel aveva visto il fuoco; si era allontanato con il grosso delle sue forze, per attaccare gli inseguitori o per sorprenderli alle spalle se avessero tentato l'assalto. Il suo era stato il perfetto comportamento di un capitano sagace; quella di Dick la condotta di un ragazzo avventato. Ed ora ecco lì il giovane cavaliere, con la fidanzata, è vero, che lo teneva stretto per mano, ma altrimenti solo, con tutti i suoi uomini e cavalli dispersi nella notte e nella grande foresta, come una cartata di spilli in un fienile. - Che i santi mi illuminino! - pensò. - E' bene che io sia stato fatto cavaliere per l'impresa di questa mattina; questa mi fa poco onore. E con ciò, sempre tenendo Joanna per mano, si mise a correre. Il silenzio della notte era adesso rotto dalle grida degli uomini di Tunstall, mentre galoppavano di qua e di là dando la caccia ai fuggiaschi e Dick si gettò arditamente nel fitto del sottobosco, correndo dritto davanti a sé, come un daino. Il chiarore argenteo della luna sulla neve scoperta aumentava per contrasto l'oscurità dei cespugli e la disperata dispersione dei vinti trascinava gli inseguitori lungo i cammini più divergenti. Di lì a poco Dick e Joanna si arrestarono in un folto ben riparato, e udirono il rumore dell'inseguimento che si perdeva in tutte le direzioni, ma che già andava spegnendosi in lontananza. - Se soltanto avessi tenuto insieme una riserva - rimpianse Dick amaramente, - avrei ancora potuto cambiare le carte in tavola! Be', si vive e si impara; la prossima volta farò meglio. - Ma Dick - disse Joanna, - che importa? Siamo qui di nuovo insieme. Lui la guardò, ed eccola lì: John Matcham, come un tempo, in calzamaglia e giustacuore. Ma ora la conosceva; ora, anche in quel costume poco attraente, gli sorrideva, illuminata dall'amore; e il suo cuore fu rapito di gioia. - Mia cara - disse, - se tu perdoni questo pasticcione, che m'importa? Andiamo dritti a Holywood; là c'è il tuo buon tutore e il mio migliore amico, Lord Foxham. Là ci sposeremo; e se povero o ricco, famoso o sconosciuto, che importa? Oggi, mio caro amore, mi sono guadagnato gli speroni; sono stato apprezzato da grandi uomini per il mio valore; mi sono creduto il migliore e più fortunato guerriero di tutta la vasta Inghilterra. Poi, per prima cosa, ho perduto il favore dei grandi; e adesso le ho prese di santa ragione e ho perduto tutti i mei soldati. Un bel colpo per la mia vanità! Ma, cara, non me ne importa nulla: se tu, cara, ancora mi ami e vuoi sposarmi, manderei al diavolo il mio cavalierato e non me ne curerei minimamente. - Mio Dick! - esclamò Joanna. - Ti hanno dunque fatto cavaliere? - Sì, cara, tu sei la mia lady ora - rispose lui teneramente; - o lo sarai domani prima di mezzogiorno, non vuoi? - Certo che lo voglio, Dick, con tutto il cuore - disse lei. - Davvero, signore? E io credevo che voleste farvi frate! - pronunciò una voce alle loro spalle. - Alicia! - gridò Joanna. - Proprio io - rispose la giovane dama facendosi avanti. - Sono Alicia, che avevi lasciata per morta, e che il tuo cacciatore di leoni ha trovato e riportato alla vita e, in fede mia, le ha fatto la corte, se vuoi saperlo. - Non lo voglio credere - gridò Joanna. - Dick! - Dick! - le fece il verso Alicia. - Dick, proprio! E voi, bel signore, abbandonate le povere fanciulle nei guai - continuò volgendosi al giovane cavaliere. - Le lasciate inchiodate dietro le querce. Ma hanno ragione, quando dicono che i tempi della cavalleria sono morti. - Signora - esclamò Dick disperato, - sull'anima mia, mi ero completamente dimenticato di voi. Signora, dovete cercare di perdonarmi. Ma vedete, avevo ritrovato Joanna! - Non supponevo certo che l'aveste fatto a bella posta - ribatté Alicia. - Ma sarò crudelmente vendicata. Dirò un segreto a Lady Shelton... alla futura Lady Shelton - soggiunse con una riverenza. - Joanna - continuò, - credo sull'anima mia che il tuo innamorato sia un prode in battaglia, ma è, lasciatelo dire senza tanti complimenti, il semplicione dal cuore più tenero che esista in Inghilterra. Va' là, ché potrai fare tutti i capricci che vuoi, con lui! E ora, bambinoni, prima di tutto datemi un bacio ciascuno, per la buona fortuna e l'amicizia; e poi datevi un bacio tra voi, e finalmente andiamocene tutti e tre a Holywood, più presto che possiamo; perché questi boschi mi hanno tutta l'aria di essere pieni di pericoli e di freddo eccessivo. - Ma è vero che il mio Dick ti ha fatto la corte? - domandò Joanna, stringendosi al fianco del fidanzato. - Ma no, sciocchina - rispose Alicia, - sono stata io a farla a lui. Mi sono offerta di sposarlo, anzi; ma lui mi ha detto di andare a sposarmi con i miei pari. Sono state le sue parole. Devo proprio ammetterlo: è più schietto che amabile. Ma ora, ragazzi, in nome del buon senso, avviamoci. Dobbiamo di nuovo attraversare il valloncello, o prendiamo dritti per Holywood? - Veramente - disse Dick, - non so che farei per avere un cavallo; perché sono stato parecchio malmenato e pestato, in un modo o nell'altro, questi ultimi giorni, e il mio povero corpo è tutto un livido. Ma che ne dite voi? Se gli uomini, all'allarme del combattimento, sono fuggiti, saremo andati in giro per nulla. Ci sono appena tre miglia in linea diretta per Holywood; la campana non ha ancora suonato le nove; la neve è abbastanza solida per camminarci sopra, la luna chiara; che ne direste se ci mettessimo in cammino così come siamo? - D'accordo - approvò Alicia; ma Joanna rispose con una semplice pressione sul braccio di Dick. S'avviarono dunque attraverso boschetti dai rami nudi e per sentieri coperti di neve, sotto il volto bianco della luna invernale; Dick e Joanna camminavano tenendosi per mano e in un paradiso di felicità; e la loro spensierata compagna, cordialmente dimentica delle sue disgrazie, li seguiva un passo o due indietro, ora canzonando il loro silenzio, ora dipingendo splendidi quadri del loro avvenire e delle loro vite unite. E' vero che, lontano nella foresta, ancora si sentivano i cavalieri di Tunstall continuare l'inseguimento; e di tanto in tanto un grido o il fragore dell'acciaio annunciavano l'urto dei nemici. Ma in quei giovani, cresciuti in mezzo agli allarmi di guerra e freschi di tanta molteplicità di pericoli, né la paura né la pietà potevano facilmente destarsi. Accontentandosi di sentire quei rumori allontanarsi sempre più, abbandonavano i cuori alla gioia dell'ora, camminando già, come diceva Alicia, in corteo nuziale; e né la fosca solitudine della foresta né il freddo della notte gelida avevano il potere di turbare o distrarre la loro felicità. Alfine, da un'altura, scorsero ai loro piedi la piccola valle di Holywood. Le grandi vetrate dell'abbazia della foresta splendevano di torce e di candele; gli alti pinnacoli e le guglie si levavano chiari e silenti, e la croce d'oro sulla punta più alta scintillava vivida nella luna. Tutto all'intorno, nella radura, ardevano i bivacchi, e il terreno era fitto di tende; in mezzo al quadro s'incurvava il fiume ghiacciato. - Per la messa! - disse Richard. - Ecco là gli uomini di Lord Foxham ancora accampati. Il messaggero s'era certamente perduto. Tanto meglio, allora. Abbiamo sottomano di che affrontare Sir Daniel. Ma se gli uomini di Lord Foxham erano ancora accampati lungo il fiume a Holywood, era per una ragione differente da quella supposta da Dick. Avevano marciato, in realtà, verso Shoreby; ma prima che fossero arrivati a mezza strada, li aveva raggiunti un secondo messaggero con l'ordine di tornare all'accampamento del mattino, a sbarrare la strada ai Lancasteriani in fuga, e per essere così molto più vicini al grosso dell'esercito di York. Infatti Richard di Gloucester, terminata la battaglia e sbaragliati i nemici in quel distretto, era già in marcia per raggiungere il fratello; e non molto dopo il ritorno delle forze di Lord Foxham, il Gobbo in persona aveva tirato le redini davanti alla porta dell'abbazia. Era in onore dell'augusto visitatore che le vetrate splendevano di luci; e al momento dell'arrivo di Dick e in compagnia della fidanzata e dell'amica di lei, l'intero seguito del duca era convitato nel refettorio con tutto lo splendore di quel potente e fastoso monastero. Dick, non proprio di suo buon grado, fu condotto dinanzi a loro. Gloucester, rotto dalla fatica, sedeva poggiando a una mano il viso bianco e terribile; Lord Foxham, alquanto rimesso dalla ferita, occupava un posto d'onore alla sua sinistra. - Ebbene, signore? - fece Richard. - Mi avete portato la testa di Sir Daniel? - Signor duca - rispose Dick, abbastanza fermamente, ma avvilito in cuor suo, - non ho neppure avuto la fortuna di tornare con i miei uomini. Confesso a vostra grazia d'essere stato completamente battuto. Gloucester lo guardò con un cipiglio formidabile. - Vi ho dato cinquanta lance (1), signore - disse. - Signor duca, io non ho avuto che cinquanta armigeri a cavallo - rispose il giovane cavaliere. - Come va questo? - disse Gloucester. - Lui mi ha chiesto cinquanta lance. - Se non dispiace a vostra grazia - replicò Catesby soavemente, -trattandosi di un inseguimento non gli abbiamo dato che gli uomini a cavallo. - Bene - replicò Richard, aggiungendo: - Shelton, potete andare. - Rimanete! - disse Lord Foxham. - Questo giovane aveva un incarico anche da parte mia. Può darsi che in quello abbia avuto miglior fortuna. Dite, "Master" Shelton, avete trovato la ragazza? - Sia lode ai santi, signore - disse Dick; - è qui con me. - E' così? Ma allora, signor duca - riprese a dire Lord Foxham, - col vostro beneplacito, domani, prima che la truppa si metta in marcia, propongo un matrimonio. Questo giovane signore... - Giovane cavaliere - interruppe Catesby. - Davvero, Sir William? - esclamò Lord Foxham. - Io stesso, per i suoi buoni servigi, l'ho armato cavaliere - disse Gloucester. - Due volte mi ha servito da prode. Non è il valore pronto del braccio, ma lo spirito ferreo d'un uomo che gli manca. Non farà strada, Lord Foxham. E' un giovane che in una mischia si batterà sempre da prode, ma ha un cuore da gallinella. E sia! Se deve sposarsi, sposatelo, in nome di Maria, e sia finita! - Sì, è un bravo ragazzo, lo so - disse Lord Foxham. - State dunque tranquillo, Sir Richard. Ho sistemato la cosa con "Master" Hamley, e domani vi sposerete. A questo punto Dick giudicò saggio ritirarsi; ma non era ancora uscito dal refettorio, che un uomo, appena sceso da cavallo alla porta, corse su per le scale a quattro gradini alla volta e, scivolando come una freccia tra i servi dell'abbazia, andò a inginocchiarsi ai piedi del duca. - Vittoria, mio signore - gridò. E prima che Dick avesse raggiunto la camera preparata per lui come ospite di Lord Foxham, le truppe nella pianura levavano i loro evviva esultanti intorno ai fuochi; poiché quello stesso giorno, a meno di venti miglia di distanza, un secondo colpo schiacciante era stato inflitto al potere di Lancaster. NOTE. NOTA 1: Tecnicamente, il termine «lancia» includeva un numero imprecisato di fanti aggregati agli armigeri a cavallo (Nota dell'Autore). LA VENDETTA DI DICK. La mattina dopo, Dick era in piedi prima del sole, e dopo essersi abbigliato con la massima eleganza possibile attingendo al bagaglio di Lord Foxham, e dopo aver avuto buone notizie di Joanna, uscì a sfogare camminando la sua impazienza. Per un po' si aggirò fra i soldati, che stavano indossando le loro armature nel rigido baluginare dell'alba e al chiarore rosso delle torce; ma a poco a poco si allontanò per i campi, oltrepassò gli avamposti, e s'inoltrò tutto solo nella foresta ghiacciata, in attesa del sole. I suoi pensieri erano calmi e contenti. Non gli riusciva di affliggersi per la perdita del breve favore del duca; con Joanna per moglie e Lord Foxham per fedele protettore, si prospettava il più felice avvenire; e nel passato trovava ben poco da rimpiangere. Mentre così passeggiava e rifletteva, la luce festosa del mattino cominciò a farsi chiara, l'oriente era già tinto dal sole, e un venticello pungente prese a soffiare sulla neve gelata. Si volse per tornare a casa; ma girandosi, gli occhi caddero su una figura dietro un albero. - Ferma! - gridò. - Chi va là? La figura si fece avanti e agitò la mano come una persona muta. Era ammantata come un pellegrino, con il cappuccio abbassato sul viso, ma Dick riconobbe subito Sir Daniel. Avanzò svelto verso di lui sguainando la spada; e il cavaliere, portandosi una mano al petto come per afferrare un'arma nascosta, aspettò immobile che si avvicinasse. - Ebbene, Dick - disse Sir Daniel, - che succede? Fai guerra ai vinti? - Non ho mai fatto guerra alla vostra vita - rispose il ragazzo; - sono stato vostro fedele amico finché voi non avete attentato alla mia; e l'avete fatto senza pietà. - Già... difesa personale - replicò il cavaliere. - E ora, ragazzo, le notizie di questa battaglia e la presenza di quel diavolo gobbo qui nei miei propri boschi mi hanno battuto al di là d'ogni speranza. Me ne vado a Holywood sotto la protezione del santuario; di lì oltremare, con tutto quello che mi riuscirà di portare con me, a ricominciare la vita in Borgogna o in Francia. - Voi non potete andare a Holywood - disse Dick. - Come! Perché non posso? - chiese il cavaliere. - Sentite, Sir Daniel, questo è il mattino del mio matrimonio - disse Dick; - e il sole che sta per sorgere farà brillare per me il più bel giorno della mia vita. La vostra vita ha pagato il fio: doppiamente pagato, per la morte di mio padre e per le vostre manovre contro di me vostro pupillo. Ma anche io ho commesso delle colpe; ho causato la morte di esseri umani; e in questo giorno lieto non sarò né giudice né boia. Foste anche il diavolo in persona, potete andare dove vi pare, per quel che mi concerne. Cercate il perdono di Dio; il mio l'avete liberamente. Ma andare a Holywood è un'altra cosa. Io porto le armi di York, e non tollero spie nelle loro linee. State pur certo dunque che se fate un passo solo alzerò la voce e vi farò prendere al posto più vicino. - Vuoi scherzare - disse Sir Daniel. - Non ho salvezza fuori di Holywood. - Non me ne importa nulla - ribatté Richard. - Vi lascio andare a est, a ovest, e a sud; ma a nord, no. Holywood vi è proibito. Andatevene e vedete di non tornare. Perché, una volta andato, avvertirò ogni posto di questo esercito e ci sarà una così attenta sorveglianza di tutti i pellegrini che, ve lo ripeto ancora una volta, se foste il diavolo in persona, il minimo tentativo sarebbe la vostra rovina. - Tu mi condanni - disse lugubre Sir Daniel. - Non vi condanno - ribatté Richard. - Se vi piace misurare il vostro valore contro il mio, avanti; e sebbene tema che sia poco leale verso il mio partito, accetterò la sfida apertamente e pienamente, vi combatterò con la mia sola forza, e non chiederò aiuto a nessuno. Così vendicherò mio padre, in perfetta coscienza. - Già - disse Sir Daniel, - tu hai una lunga spada contro la mia daga. - Io conto solo sul cielo - rispose Dick, gettando la spada dietro di sé lontano, sulla neve. - Ora, se la vostra mala sorte v'induce, fatevi avanti; e se piacerà all'Onnipotente, mi prendo la libertà di offrire le vostre ossa alle volpi. - Ho voluto soltanto metterti alla prova, Dick - replicò il cavaliere, con una forzata parvenza di riso. - Non voglio versare il tuo sangue. - Andatevene dunque, prima che sia troppo tardi - disse Shelton. - Entro cinque minuti chiamerò il posto. Mi accorgo di essere troppo paziente. Se le nostre parti fossero invertite, già da parecchio sarei legato mani e piedi. - Ebbene, Dick, me ne vado - rispose Sir Daniel. - Quando ci rincontreremo, dovrai pentirti d'essere stato così duro. E con queste parole, il cavaliere si voltò e si avviò sotto gli alberi. Dick rimase a fissarlo con sentimenti stranamente confusi, mentre si allontanava rapido e guardingo, ogni tanto volgendo un occhio maligno al giovane che l'aveva risparmiato e di cui ancora diffidava. Da un lato del cammino che aveva preso s'infoltiva un boschetto, tutto ammantato d'edera verde e anche d'inverno impenetrabile allo sguardo. In quel punto, all'improvviso, un arco vibrò sonante come una nota musicale. Una freccia volò, e con un grand'urlo soffocato di spasimo e di rabbia il cavaliere di Tunstall gettò in alto le braccia e cadde in avanti sulla neve. Dick gli fu a lato d'un balzo e lo sollevò. Il viso si contraeva disperatamente; tutto il corpo era scosso dagli spasimi che lo torcevano. - E' nera la freccia? - ansimò. - E' nera - rispose Dick gravemente. E allora, prima che potesse aggiungere una sola parola, un tremendo attacco di dolore lancinante scosse il ferito da capo a piedi, sì che il corpo sussultò violentemente nelle braccia di Dick che lo sostenevano, e dopo l'estrema agonia l'anima spirò, in silenzio. Il giovane lo riadagiò dolcemente sulla neve e pregò per quell'anima colpevole e impreparata. Mentre egli pregava il sole spuntò d'un balzo e i pettirossi presero a cinguettare nell'edera. Quando si levò in piedi, scorse un altro uomo inginocchiato pochi passi dietro di lui, e sempre a capo scoperto attese che anche quella preghiera avesse termine. Ci volle del tempo; l'uomo col capo chino e il volto fra le mani pregava come chi si trovi in grande disordine o turbamento di spirito; e dall'arco che gli giaceva accanto, Dick giudicò che dovesse essere l'arciere responsabile della morte di Sir Daniel. Alfine l'uomo si alzò e mostrò le sembianze di Ellis Duckworth. - Richard - disse con profonda gravità, - vi ho udito. Voi avete preso il partito migliore e avete perdonato; io ho seguito il peggiore, ed ecco là il cadavere del mio nemico. Pregate per me. E gli strinse la mano. - Signore - disse Richard, - pregherò per voi, certo; sebbene non sappia quanto io possa essere esaudito. Ma se avete così a lungo inseguito la vostra vendetta e la trovate ora di così amaro sapore, non pensate che sarebbe bene perdonare gli altri? Hatch... è morto, poveretto! Avrei voluto risparmiarlo; e quanto a Sir Daniel, ecco qui il suo cadavere. Per quanto riguarda il prete, se posso in qualche modo convincervi, vorrei proprio che lo lasciaste perdere. Un lampo passò negli occhi di Ellis Duckworth. - Ah - disse, - il diavolo è ancora forte dentro di me. Ma state tranquillo; la Freccia Nera non volerà mai più: la compagnia è sciolta. Quelli che ancora vivono giungeranno alla loro fine tranquillamente e quando il cielo vorrà, per quanto mi riguarda; e quanto a voi, andate dove vi chiama la vostra buona fortuna, e non pensate più a Ellis. CONCLUSIONE. Verso le nove di quella mattina, Lord Foxham conduceva alla chiesa di Holywood la sua pupilla, nuovamente abbigliata come si conveniva al suo sesso, e seguita da Alicia Risingham, quando Richard il Gobbo, con la fronte già grave di pensieri, si trovò ad incrociare il suo cammino e si fermò. - E' questa la ragazza? - domandò; e quando Lord Foxham gli ebbe risposto affermativamente: - Mia cara - soggiunse, - tirate su il viso, ch'io veda quanto siete bella. La guardò per un poco con una smorfia amara. - Siete bella - disse infine, - e, a quanto mi dicono, con una ricca dote. Che ne direste se vi offrissi un buon matrimonio come si conviene alla vostra bellezza e al vostro lignaggio? - Signor duca - rispose Joanna, - con il beneplacito di vostra grazia, preferisco sposare Sir Richard. - Come? - replicò aspro il duca. - Non avete che da sposare l'uomo che dico io, e lui sarà lord e voi lady prima di sera. Quanto a Sir Richard, lasciate che ve lo dica con tutta franchezza, morirà Sir Richard. - Non chiedo altro al cielo, signore, che morire moglie di Sir Richard - ribatté Joanna. - Ma guardate un po', signore - disse Gloucester rivolgendosi a Lord Foxham. - Guardate che coppia. Il ragazzo, quando per i suoi buoni servigi gli lasciavo la scelta d'una mia ricompensa, non scelse che la grazia per un vecchio marinaio ubriaco. Lo ammonii senza peli sulla lingua, ma fu ostinato nella sua stupidità. «Qui finisce il vostro favore» gli dissi; e lui, signore, con la più tranquilla impertinenza, «La perdita è mia» mi rispose. E sarà così, per la croce! - Disse così? - esclamò Alicia. - Ben detto allora, cacciatore di leoni! - E questa chi è? - domandò il duca. - Una prigioniera di Sir Richard - rispose Lord Foxham. - La damigella Alicia Risingham. - Vedete di maritarla a un uomo sicuro - disse il duca. - Avevo pensato a un mio congiunto, Hamley, se piace a vostra grazia - rispose Lord Foxham. - Ha servito bene la causa. - Mi va - disse Richard. - Fateli sposare presto. Dite, bella ragazza, volete sposarvi? - Signor duca - fece Alicia, - purché sia un uomo diritto... - E qui, in completa costernazione, la voce le morì sulle labbra. - E' diritto, madamigella, - replicò calmo Richard. - Io sono l'unico gobbo del mio partito; altrimenti siamo tutti passabilmente ben fatti. Madamigelle, e voi, signore - soggiunse, assumendo d'un tratto il tono d'una grave deferenza, - non mi giudicate villano se vi lascio. Un capitano, in tempo di guerra, non è padrone del suo tempo. E con una magnifica riverenza passò oltre, seguito dai suoi ufficiali. - Ahimè - si lamentò Alicia. - Sono perduta! - Voi non lo conoscete - osservò Lord Foxham. - Non è nulla; ha già completamente dimenticato le vostre parole. - Ma allora è il vero fiore della cavalleria - disse Alicia. - No, ma ha altre cose cui badare - replicò Lord Foxham. - E ora non indugiamo più. All'altare trovarono Dick in attesa, con un seguito di pochi giovani; e là Dick e Joanna furono uniti in matrimonio. Quando uscirono, felici e tuttavia seri, nell'aria gelida e nel sole, le lunghe file dell'esercito già si stavano snodando lungo la strada; già il vessillo del duca di Gloucester, spiegato, cominciava ad allontanarsi dall'abbazia in mezzo a un ammasso di lance; e subito dietro, circondato da cavalieri in armature di ferro, l'ardito Gobbo dal cuore nero e dall'inesausta ambizione moveva verso il suo breve regno e la sua infamia duratura (1). Ma il corteo nuziale prese il cammino opposto e si mise a tavola a consumare la colazione con sobria allegria. Il monaco dispensiere dell'abbazia serviva quanto occorreva e sedeva con loro a tavola. Hamley, dimenticata ogni gelosia, cominciò a far la corte ad Alicia, tutt'altro che maldisposta. E là, in mezzo al suono delle trombe e al fragore delle armature e dei cavalli in continua avanzata, Dick e Joanna rimasero l'uno accanto all'altra, tenendosi teneramente per mano, e si guardavano negli occhi, con amore sempre crescente. Da allora in poi, la polvere e il sangue di quell'epoca turbolenta passarono senza toccarli. Vissero lontano dagli allarmi nella verde foresta dove era nato il loro amore. Due vecchi, intanto, si godettero le loro pensioni in grande pace e prosperità, e forse con qualche eccesso di birra e di vino, nel villaggio di Tunstall. Uno era stato marinaio tutta la vita e continuò fino alla fine a piangere il suo Tom. L'altro, che era stato di tutto un po', negli ultimi suoi anni diventò pio e fece una morte religiosissima, sotto il nome di fratello Onesto, nella vicina abbazia. Così Senzalegge vedeva compiersi il suo desiderio, e morì frate. NOTE. NOTA 1: Richard Terzo regnò per due anni, dal 1483 al 1485, usurpando il trono ai figli di suo fratello Edoardo Quarto da lui fatti uccidere. Fu l'ultimo re della casa di York e rimase famigerato per la sua crudeltà. La sua figura ispirò una celebre tragedia di Shakespeare (Nota del Traduttore).